Governo Draghi LA GRANDE AMMUCCHIATA

La crisi politica provocata da Matteo Renzi ha sortito il suo effetto: Giuseppe Conte ha lasciato Palazzo Chigi ed al suo posto è arrivato Mario Draghi, sostenuto da una maggioranza “bulgara” che va da LeU alla Lega, una macedonia copiosa ma non sappiamo ancora quanto bene assortita. L’ex presidente della BCE, anche detto “SuperMario”, è stato scelto dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, per affrontare la difficile situazione nella quale versa il nostro Paese a causa della pandemia di coronavirus, che non sembra voler abbandonare la Penisola e le sue Isole, e della stagnazione economica che da anni ci caratterizza e che ha fatto aumentare il disagio sociale di molte categorie di cittadini. Di fronte allo stallo delle forze politiche ed a un Parlamento trasformato in un suk arabo, il presidente della Repubblica, contrario per vari motivi ad elezioni politiche anticipate, ha deciso di designare a premier una persona come Draghi che gode di ampio credito a livello mondiale dopo la sua quasi decennale guida della Banca Centrale Europea che si è caratterizzata dalla strenua battaglia vinta a difesa dell’Euro di fronte agli attacchi speculativi della grande finanza internazionale. Questa scelta ha spiazzato un po’ tutti e li ha messi di fronte alla cruda realtà: la necessità di dire sì a Draghi a scatola chiusa, ovvero senza conoscere programma e composizione del governo; in pratica lasciando a SuperMario quei pieni poteri a suo tempo negati a Matteo Salvini. Non c’è dubbio, comunque, che di fronte all’urgenza di mettere a punto entro aprile il nostro piano di riforme per poter accedere agli oltre duecento miliardi di euro messi a disposizione dalla UE con il Recovery Fund o Next generation Eu, come lo ha battezzato la Commissione Europea, la designazione di Draghi alla presidenza del Consiglio appare la più opportuna possibile, ma, se la sua competenza è fuori discussione, altrettanto non si può dire dell’ampio arco di forze politiche che lo sosterranno. Anche se tutti si affannano a dire che non si sono fatte nuove alleanze, ma che ognuno mantiene le sue posizioni e i suoi distinguo verso gli altri, appare difficile contemplare nello stesso tempo la necessità di compattezza nelle scelte che l’esecutivo sarà chiamato ad effettuare e il rispetto delle proprie linee politiche. Per il momento, se si eccettua Giorgia Meloni, che con Fratelli d’Italia resta all’opposizione dichiarando in ogni occasione che la linea maestra rimane quella delle elezioni e che questo governo è la brutta continuazione del Conte-bis, tutti i sostenitori del Draghi 1 hanno dovuto ingoiare più di qualche rospo per poter partecipare a questa nuova esperienza governativa. Così il M5S è diventato da movimento un partito come gli altri, mettendo in evidenza un trasformismo senza pari. Dallo “splendido isolamento” che lo rendeva diverso dalle altre formazioni politiche, ad un primo governo con la Lega in nome del “sovranismo”, poi ad un esecutivo europeista con il Pd (fino a qualche giorno prima definito il Pdl senza la elle ed il “partito di Bibbiano”) ed ora ad un esecutivo presieduto da un tecnico e che vede altri tecnici alla guida di importanti dicasteri. E Di Maio e gli altri ministri grillini siederanno poi intorno allo stesso tavolo con tre esponenti di Fi, stretti collaboratori dello “psiconano”, ovvero Silvio Berlusconi. E che dire della Lega? Matteo Salvini, fino ad un giorno prima di dire sì a Draghi, diceva mai con il Pd ed il M5S e diceva di accettare solo un governo elettorale ed ora afferma che questo esecutivo è quello che ci voleva per l’Italia e che potrà durare un anno (se il premier verrà eletto alla Presidenza della Repubblica) o due anni, ovvero fino al termine naturale della legislatura. La conversione ad U è poi rappresentata anche dalla svolta “europeista” del Carroccio. Ed il Pd?  Nicola Zingaretti e compagni, dopo la crisi provocata da Italia Viva, tuonavano “mai con Renzi” e “mai con le destre” ed invece, come accaduto con il Conte-bis (“mai con i cinquestelle”), ma ora, con l’alibi dell’appello di Mattarella, stanno insieme con i “mai”. Come si vede, siamo di fronte ad una vera e propria ammucchiata senza nessun legame ideologico e senza nessun amalgama. Ci vorrà tutta la capacità e l’esperienza di Draghi per poter portare fuori dalle secche, con un equipaggio così mal assemblato e rissoso, la nave dell’Italia. Ma è necessario che ciò avvenga, altrimenti il naufragio ci coinvolgerebbe tutti. E avrebbe conseguenze anche per l’Unione Europea. Quindi, Forza Draghi- Non sei sicuramente l'”uomo della provvidenza”, ma sembri l’unico in grado di traghettarci fuori dal marasma nel quale ci siamo cacciati. Non solo per colpa della pandemia ma anche per tante colpe nostre.

 Giuseppe Leone

 

La crisi politica provocata da Matteo Renzi ha sortito il suo effetto: Giuseppe Conte ha lasciato Palazzo Chigi ed al suo posto è arrivato Mario Draghi, sostenuto da una maggioranza “bulgara” che va da LeU alla Lega, una macedonia copiosa ma non sappiamo ancora quanto bene assortita. L’ex presidente della BCE, anche detto “SuperMario”, è stato scelto dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, per affrontare la difficile situazione nella quale versa il nostro Paese a causa della pandemia di coronavirus, che non sembra voler abbandonare la Penisola e le sue Isole, e della stagnazione economica che da anni ci caratterizza e che ha fatto aumentare il disagio sociale di molte categorie di cittadini. Di fronte allo stallo delle forze politiche ed a un Parlamento trasformato in un suk arabo, il presidente della Repubblica, contrario per vari motivi ad elezioni politiche anticipate, ha deciso di designare a premier una persona come Draghi che gode di ampio credito a livello mondiale dopo la sua quasi decennale guida della Banca Centrale Europea che si è caratterizzata dalla strenua battaglia vinta a difesa dell’Euro di fronte agli attacchi speculativi della grande finanza internazionale. Questa scelta ha spiazzato un po’ tutti e li ha messi di fronte alla cruda realtà: la necessità di dire sì a Draghi a scatola chiusa, ovvero senza conoscere programma e composizione del governo; in pratica lasciando a SuperMario quei pieni poteri a suo tempo negati a Matteo Salvini. Non c’è dubbio, comunque, che di fronte all’urgenza di mettere a punto entro aprile il nostro piano di riforme per poter accedere agli oltre duecento miliardi di euro messi a disposizione dalla UE con il Recovery Fund o Next generation Eu, come lo ha battezzato la Commissione Europea, la designazione di Draghi alla presidenza del Consiglio appare la più opportuna possibile, ma, se la sua competenza è fuori discussione, altrettanto non si può dire dell’ampio arco di forze politiche che lo sosterranno. Anche se tutti si affannano a dire che non si sono fatte nuove alleanze, ma che ognuno mantiene le sue posizioni e i suoi distinguo verso gli altri, appare difficile contemplare nello stesso tempo la necessità di compattezza nelle scelte che l’esecutivo sarà chiamato ad effettuare e il rispetto delle proprie linee politiche. Per il momento, se si eccettua Giorgia Meloni, che con Fratelli d’Italia resta all’opposizione dichiarando in ogni occasione che la linea maestra rimane quella delle elezioni e che questo governo è la brutta continuazione del Conte-bis, tutti i sostenitori del Draghi 1 hanno dovuto ingoiare più di qualche rospo per poter partecipare a questa nuova esperienza governativa. Così il M5S è diventato da movimento un partito come gli altri, mettendo in evidenza un trasformismo senza pari. Dallo “splendido isolamento” che lo rendeva diverso dalle altre formazioni politiche, ad un primo governo con la Lega in nome del “sovranismo”, poi ad un esecutivo europeista con il Pd (fino a qualche giorno prima definito il Pdl senza la elle ed il “partito di Bibbiano”) ed ora ad un esecutivo presieduto da un tecnico e che vede altri tecnici alla guida di importanti dicasteri. E Di Maio e gli altri ministri grillini siederanno poi intorno allo stesso tavolo con tre esponenti di Fi, stretti collaboratori dello “psiconano”, ovvero Silvio Berlusconi. E che dire della Lega? Matteo Salvini, fino ad un giorno prima di dire sì a Draghi, diceva mai con il Pd ed il M5S e diceva di accettare solo un governo elettorale ed ora afferma che questo esecutivo è quello che ci voleva per l’Italia e che potrà durare un anno (se il premier verrà eletto alla Presidenza della Repubblica) o due anni, ovvero fino al termine naturale della legislatura. La conversione ad U è poi rappresentata anche dalla svolta “europeista” del Carroccio. Ed il Pd?  Nicola Zingaretti e compagni, dopo la crisi provocata da Italia Viva, tuonavano “mai con Renzi” e “mai con le destre” ed invece, come accaduto con il Conte-bis (“mai con i cinquestelle”), ma ora, con l’alibi dell’appello di Mattarella, stanno insieme con i “mai”. Come si vede, siamo di fronte ad una vera e propria ammucchiata senza nessun legame ideologico e senza nessun amalgama. Ci vorrà tutta la capacità e l’esperienza di Draghi per poter portare fuori dalle secche, con un equipaggio così mal assemblato e rissoso, la nave dell’Italia. Ma è necessario che ciò avvenga, altrimenti il naufragio ci coinvolgerebbe tutti. E avrebbe conseguenze anche per l’Unione Europea. Quindi, Forza Draghi- Non sei sicuramente l'”uomo della provvidenza”, ma sembri l’unico in grado di traghettarci fuori dal marasma nel quale ci siamo cacciati. Non solo per colpa della pandemia ma anche per tante colpe nostre.

 Giuseppe Leone

 

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