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Editoriale

Grave se il referendum fosse slittato: ecco perché

di Adolfo Spezzaferro -


C’è un confine sottile, ma dirimente, tra la tutela delle regole e la loro strumentalizzazione per svuotare la
sostanza della democrazia. È un confine che la Corte di cassazione, con la decisione sull’ammissibilità del nuovo quesito referendario sulla giustizia, rischia di aver oltrepassato. Non tanto – o non solo – per il merito della riformulazione, quanto per le conseguenze politiche e democratiche che essa porta con sé: il possibile rinvio (per ora scampato) del referendum già fissato, cioè lo slittamento dell’appuntamento con i cittadini e con il più potente strumento di partecipazione diretta previsto dalla Costituzione.

La scelta di accogliere un quesito riformulato, esplicitando gli articoli della Carta costituzionale coinvolti, viene presentata come un’operazione di chiarezza. Ma la chiarezza, quando arriva a giochi fatti, rischia di
trasformarsi in un alibi procedurale. Il referendum era stato indetto, una data era stata fissata, una
campagna si stava avviando. Intervenire ora significa rimettere in discussione il calendario e, di
fatto, congelare il giudizio popolare. Non è una questione tecnica, come si vorrebbe far credere. È
una questione squisitamente (si fa per dire) politica. Perché rinviare un referendum costituzionale non è
un atto neutro: significa raffreddare il dibattito pubblico, disperdere l’attenzione, allontanare i cittadini da una scelta che li riguarda direttamente. Significa, ancora una volta, trasmettere l’idea che la sovranità popolare sia subordinata alle liturgie istituzionali.

Le letture divergenti dei costituzionalisti confermano l’incertezza del quadro, ma non assolvono chi ha aperto questa falla. Se davvero non esistono precedenti, come viene ammesso, allora si sarebbe dovuta seguire la via della massima cautela democratica, non quella che espone il referendum al rischio di uno slittamento. La giustizia italiana ha bisogno di riforme e di confronto. Ma soprattutto ha bisogno di credibilità. E la credibilità delle istituzioni passa anche dal rispetto degli impegni presi con i cittadini.
Rimandare il voto, oggi, sarebbe un errore grave: non solo giuridico, ma democratico. Si fa un gran parlare, spesso a sproposito, dei vulnus democratici: questa mossa della Corte di cassazione lo è. Meno
male che il governo tira dritto.


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