Il boss e i viaggi all’estero con l’amico dei kalashnikov e quegli amici al bar di fronte al covo

 

di RITA
Matteo Messina Denaro e quei bar trasformati in sede operativa dai suoi fedelissimi. Per oltre due anni i carabinieri del Ros, che con l’operazione Hesperia del 6 settembre scorso hanno decapitato la rete degli uomini del boss e stretto il cerchio che li ha portati all’arresto del capo dei capi, hanno documentato tutte le attività che l’associazione mafiosa mandava avanti per conto del superlatitante, il quale viveva a 98 metri dal bar San Vito, uno dei punti di ritrovo dei suoi affiliati. Quel locale nel centro di Campobello di Mazara era il luogo degli appuntamenti tra il braccio destro del padrino, Francesco Luppino, e gli esponenti degli altri mandamenti di Palermo. Luppino, chiamato “Gianvito”, era l’uomo di fiducia del padrino, con il quale si incontrava personalmente in covi segreti. Il fedelissimo era stato incaricato del delicato compito di trasmissione dei pizzini del boss e, negli ultimi anni, di mandare avanti il progetto di ricostituzione della “Commissione provinciale” di Cosa nostra, di cui Denaro era stato promotore, ispiratore e supervisore. “Ed era proprio grazie alla fondamentale intermediazione di Franco Luppino che Matteo Messina Denaro riusciva a intervenire da par suo nella realizzazione di quell’importantissimo progetto e nella gestione di alcune delicatissime dinamiche di Cosa nostra palermitana”, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare di quasi 2mila pagine, con cui il gip di Palermo, Walter Turturici, ha disposto gli arresti per i 35 fedelissimi. “Superfluo rimarcare, infatti, che solo un personaggio di indiscussa levatura mafiosa e di profondo carisma criminale”, ha aggiunto il gip, “poteva interloquire da pari a pari con i vertici assoluti di Cosa nostra palermitana e rappresentare in modo efficace i desiderata di Matteo Messina Denaro”. Quei desiderata, Luppino, li portava avanti senza sbavature, da quando l’uomo d’onore di Campobello era stato scarcerato tre anni fa. Da allora era di nuovo protagonista della rete di relazioni tra il capo dei capi e gli altri esponenti di spicco dei mandamenti. Il precedente arresto e il sospetto che qualcuno avesse fatto la spia lo aveva spinto, oltre ad allontanare picciotti non più fidati, a organizzare ogni incontro con la massima cautela. Il tutto con la preziosa collaborazione di Piero Di Natale, l’affiliato indicato quale come suo diretto emissario davanti al più stretto circuito mafioso, che gestiva i rapporti tra Luppino e gli altri. E il San Vito era diventato il punto di incontro del gruppo criminale, perché davanti a quel bar non c’erano telecamere, la via era poco frequentata e sarebbe bastato agire senza portare all’interno i telefoni. È il 20 ottobre 2019 quando le telecamere nascoste, piazzate dal Ros dei carabinieri, filmano Luppino e Vincenzo Spezia, figlio del boss defunto Nunzio, sul marciapiede proprio davanti il bar, ma i due evitano di parlare all’esterno. Il 10 novembre un nuovo appuntamento. E una conversazione mentre passeggiano sul marciapiede, registrata grazie allo spyware installato nel cellulare di Spezia, riguardante un’azione estorsiva da mettere in atto, che avrebbe necessitato dell’autorizzazione del capo dei capi. Spezia pretendeva ordini diretti prima di muoversi, tanto da chiedere a Luppino: “Prendi e ci vuoi scrivere pure o solo tu … siamo arrivati ..ppii.. chi è che deve stringere… pi.. andare a parlare con quello che manca”. Per i carabinieri non ci sono dubbi: quello che manca è il superlatitante Matteo Messina Denaro. Dopo questi brevi passaggi, però, Spezia si era accorto di avere con sé il cellulare e lo aveva riposto nel vano portaoggetti del motorino, impedendo così la registrazione del seguito della riunione con il capo mafia. I due torneranno incontrarsi, ma non ci sono registrazioni, il 19 novembre, il 10 dicembre e il 21 gennaio. Tuttavia, altri riferimenti a Denaro, registrati tra “gli amici al bar”, hanno portato i carabinieri a scoprire il nuovo nome in codice con cui veniva chiamato l’ultimo dei padrini: Ignazieddu. “Vedi che è arrivata la notizia di questo discorso… non parlare in giro di questo fatto che hai detto tu che è morto… perché già la notizia gli è arrivata che c’è stato qualcuno che sta dicendo che “Ignazzeddu” è morto… vedi che a quello quando pare che non gli arriva… perché ha sempre 7-8 persone che lo informano…”, dice il 4 giugno 2021 Piero Di Natale a Marco Buffa, sodale del clan di Marsala, il quale andava dicendo in giro che Denaro non fosse latitante, ma era sparito perché morto. Il fatto che “Ignazieddu” fosse certamente riferito al latitante trovava conferma anche nella conversazione registrata sempre tra i due, mentre parlavano dei vertici mafiosi. “…quello impiegato di banca era il fratello… il fratello di “Ignazieddu”, dice Di Natale. “Salvatore?”, chiede Buffa. “Certo, lui era impiegato di banca”, risponde l’altro, “quello in banca lavorava… tu del paese non sai niente compa’… quello vero paese cattivo… fossero tutti in chianu (in piano intende liberi, ndr) non si potrebbe stare in piazza là”.
Un altro bar scelto per gli incontri era il Baffo’s Castle di Selinunte, di proprietà dell’associato mafioso Giuseppe Fontana, detto Rocky. Quest’ultimo, nella storia della famiglia di Castelvetrano, ha sempre rivestito un ruolo centrale, grazie al rapporto di grande amicizia che ha, fin da bambino, con Matteo Messina Denaro. PeppeRocky era l’armiere del boss durante il periodo delle stragi e si è fatto vent’anni di galera per aver gestito il traffico internazionale di droga per conto di Denaro, che l’amico d’infanzia aveva più volte incontrato durante la latitanza del capo e con il quale aveva addirittura viaggiato all’estero.

 

di RITA
Matteo Messina Denaro e quei bar trasformati in sede operativa dai suoi fedelissimi. Per oltre due anni i carabinieri del Ros, che con l’operazione Hesperia del 6 settembre scorso hanno decapitato la rete degli uomini del boss e stretto il cerchio che li ha portati all’arresto del capo dei capi, hanno documentato tutte le attività che l’associazione mafiosa mandava avanti per conto del superlatitante, il quale viveva a 98 metri dal bar San Vito, uno dei punti di ritrovo dei suoi affiliati. Quel locale nel centro di Campobello di Mazara era il luogo degli appuntamenti tra il braccio destro del padrino, Francesco Luppino, e gli esponenti degli altri mandamenti di Palermo. Luppino, chiamato “Gianvito”, era l’uomo di fiducia del padrino, con il quale si incontrava personalmente in covi segreti. Il fedelissimo era stato incaricato del delicato compito di trasmissione dei pizzini del boss e, negli ultimi anni, di mandare avanti il progetto di ricostituzione della “Commissione provinciale” di Cosa nostra, di cui Denaro era stato promotore, ispiratore e supervisore. “Ed era proprio grazie alla fondamentale intermediazione di Franco Luppino che Matteo Messina Denaro riusciva a intervenire da par suo nella realizzazione di quell’importantissimo progetto e nella gestione di alcune delicatissime dinamiche di Cosa nostra palermitana”, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare di quasi 2mila pagine, con cui il gip di Palermo, Walter Turturici, ha disposto gli arresti per i 35 fedelissimi. “Superfluo rimarcare, infatti, che solo un personaggio di indiscussa levatura mafiosa e di profondo carisma criminale”, ha aggiunto il gip, “poteva interloquire da pari a pari con i vertici assoluti di Cosa nostra palermitana e rappresentare in modo efficace i desiderata di Matteo Messina Denaro”. Quei desiderata, Luppino, li portava avanti senza sbavature, da quando l’uomo d’onore di Campobello era stato scarcerato tre anni fa. Da allora era di nuovo protagonista della rete di relazioni tra il capo dei capi e gli altri esponenti di spicco dei mandamenti. Il precedente arresto e il sospetto che qualcuno avesse fatto la spia lo aveva spinto, oltre ad allontanare picciotti non più fidati, a organizzare ogni incontro con la massima cautela. Il tutto con la preziosa collaborazione di Piero Di Natale, l’affiliato indicato quale come suo diretto emissario davanti al più stretto circuito mafioso, che gestiva i rapporti tra Luppino e gli altri. E il San Vito era diventato il punto di incontro del gruppo criminale, perché davanti a quel bar non c’erano telecamere, la via era poco frequentata e sarebbe bastato agire senza portare all’interno i telefoni. È il 20 ottobre 2019 quando le telecamere nascoste, piazzate dal Ros dei carabinieri, filmano Luppino e Vincenzo Spezia, figlio del boss defunto Nunzio, sul marciapiede proprio davanti il bar, ma i due evitano di parlare all’esterno. Il 10 novembre un nuovo appuntamento. E una conversazione mentre passeggiano sul marciapiede, registrata grazie allo spyware installato nel cellulare di Spezia, riguardante un’azione estorsiva da mettere in atto, che avrebbe necessitato dell’autorizzazione del capo dei capi. Spezia pretendeva ordini diretti prima di muoversi, tanto da chiedere a Luppino: “Prendi e ci vuoi scrivere pure o solo tu … siamo arrivati ..ppii.. chi è che deve stringere… pi.. andare a parlare con quello che manca”. Per i carabinieri non ci sono dubbi: quello che manca è il superlatitante Matteo Messina Denaro. Dopo questi brevi passaggi, però, Spezia si era accorto di avere con sé il cellulare e lo aveva riposto nel vano portaoggetti del motorino, impedendo così la registrazione del seguito della riunione con il capo mafia. I due torneranno incontrarsi, ma non ci sono registrazioni, il 19 novembre, il 10 dicembre e il 21 gennaio. Tuttavia, altri riferimenti a Denaro, registrati tra “gli amici al bar”, hanno portato i carabinieri a scoprire il nuovo nome in codice con cui veniva chiamato l’ultimo dei padrini: Ignazieddu. “Vedi che è arrivata la notizia di questo discorso… non parlare in giro di questo fatto che hai detto tu che è morto… perché già la notizia gli è arrivata che c’è stato qualcuno che sta dicendo che “Ignazzeddu” è morto… vedi che a quello quando pare che non gli arriva… perché ha sempre 7-8 persone che lo informano…”, dice il 4 giugno 2021 Piero Di Natale a Marco Buffa, sodale del clan di Marsala, il quale andava dicendo in giro che Denaro non fosse latitante, ma era sparito perché morto. Il fatto che “Ignazieddu” fosse certamente riferito al latitante trovava conferma anche nella conversazione registrata sempre tra i due, mentre parlavano dei vertici mafiosi. “…quello impiegato di banca era il fratello… il fratello di “Ignazieddu”, dice Di Natale. “Salvatore?”, chiede Buffa. “Certo, lui era impiegato di banca”, risponde l’altro, “quello in banca lavorava… tu del paese non sai niente compa’… quello vero paese cattivo… fossero tutti in chianu (in piano intende liberi, ndr) non si potrebbe stare in piazza là”.
Un altro bar scelto per gli incontri era il Baffo’s Castle di Selinunte, di proprietà dell’associato mafioso Giuseppe Fontana, detto Rocky. Quest’ultimo, nella storia della famiglia di Castelvetrano, ha sempre rivestito un ruolo centrale, grazie al rapporto di grande amicizia che ha, fin da bambino, con Matteo Messina Denaro. PeppeRocky era l’armiere del boss durante il periodo delle stragi e si è fatto vent’anni di galera per aver gestito il traffico internazionale di droga per conto di Denaro, che l’amico d’infanzia aveva più volte incontrato durante la latitanza del capo e con il quale aveva addirittura viaggiato all’estero.
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