Il monossido di carbonio colpisce ancora
Paolo Foglino, 57 anni, e suo figlio Francesco, appena diciassettenne, non si sono più svegliati. La loro casa a Castelrotto di Guarene, nel Cuneese, si è trasformata in una trappola mortale. Il sospetto è sempre lo stesso, soprattutto d’inverno: quel gas senza colore né odore che da anni continua a mietere vittime nelle abitazioni. Il monossido di carbonio.
Un familiare, probabilmente allarmato dal silenzio, aveva dato l’allarme chiamando i vigili del fuoco. Ma per i due era già troppo tardi. Quando i soccorritori sono entrati nell’appartamento della frazione cuneese, hanno trovato padre e figlio già privi di vita. L’ipotesi più probabile è quella dell’intossicazione da monossido proveniente dalla caldaia domestica. Un impianto comune, in una casa come tante. Eppure, stavolta si è dimostrato letale.
Una famiglia conosciuta
La notizia si è diffusa rapidamente ad Alba e in tutta la provincia. I Foglino non erano sconosciuti: Paolo era uno dei titolari dell’Osteria dei Sognatori, uno dei locali più apprezzati della città, mentre suo padre era stato assessore comunale alle Finanze. Una famiglia stimata e ben radicata nel territorio. E proprio per questo il dolore è ancora più forte e condiviso all’interno della comunità.
Il sindaco di Guarene, Simone Manzone, ha confermato la tragedia ma al momento preferisce non rilasciare dichiarazioni. Il silenzio istituzionale è quello di chi è ancora sotto shock. Perché morti così – assurde e prevenibili – fanno ancora più male.
Ci sono tragedie che – forse – potrebbero essere previste ma che continuiamo a ignorare, fidandoci ciecamente dei nostri impianti domestici, magari senza effettuare i controlli richiesti. Francesco aveva diciassette anni. Un’età in cui si sogna il futuro, non quella in cui ci si immagina di non svegliarsi più.
L’emergenza
Il monossido di carbonio è un serial killer domestico che l’Italia conosce fin troppo bene. Ogni anno si contano decine di vittime e centinaia di intossicazioni. Solo pochi mesi fa un’altra coppia di anziani coniugi è stata trovata morta a La Thuile, in Valle d’Aosta, sempre per la stessa causa. Anche nel Mantovano sette persone sono finite in ospedale dopo un incendio in un agriturismo, tra cui una bambina piccola.
Il problema è che il monossido non è così semplice da tracciare. Non puzza come il gas da cucina, non ha colore, non fa rumore e non emette nemmeno fumo. Si insinua nell’aria che respiriamo e blocca il trasporto dell’ossigeno nel sangue. Il cervello va in tilt mentre lentamente il corpo collassa. Chi dorme spesso non si accorge nemmeno di morire.
Le regole che potrebbero salverebbe vite
L’Istituto Superiore di Sanità lo definisce senza giri di parole: “Un gas che provoca la morte quasi immediata di chiunque lo respiri”. Viene prodotto da motori a benzina, fornelli, stufe, generatori, lampade a gas, apparecchi che bruciano carbone o legna. Soprattutto viene emesso quando questi impianti non funzionano bene, quando sono vecchi o mal tenuti, quando la combustione non è completa.
I sintomi dell’intossicazione ci sono: mal di testa, vertigini, debolezza, nausea, vomito, dolori al petto, stato confusionale. Il problema è che spesso questi segnali vengono scambiati per un malessere passeggero, soprattutto se ci si trova in casa propria, dove ci si sente al sicuro.
Eppure basterebbero poche precauzioni. Innanzitutto la manutenzione periodica degli impianti: caldaie, stufe, scaldabagni vanno controllati ogni anno da tecnici specializzati. Non è uno spreco economico, ma una questione di sopravvivenza. Poi l’installazione di rilevatori di monossido di carbonio, dispositivi poco costosi che potrebbero salvare vite. Una ventilazione adeguata degli ambienti, mai ostruire le prese d’aria. E soprattutto attenzione ai segnali: se la fiamma della caldaia è gialla anziché blu, se ci sono aloni neri intorno agli impianti, se i sintomi compaiono quando si accende il riscaldamento.
L’emergenza che continua
Ma quante famiglie italiane fanno davvero questi controlli? Quante hanno un rilevatore di CO in casa? La verità è che ci fidiamo troppo, pensiamo sempre che certe tragedie capiteranno ad altri. Fino a quando non capita a noi. O ai nostri vicini.
Se c’è una cosa che dovremmo imparare dalla morte di Paolo e Francesco Foglino è che l’indifferenza uccide quanto il gas. Che chiamare il tecnico non è uno spreco di denaro ma un investimento sulla vita. Che ventilare una stanza, controllare una fiamma, installare un sensore sono gesti banali che possono fare la differenza tra svegliarsi la mattina o non svegliarsi mai più.
In caso di sospetta fuga di gas, il primo gesto da fare immediatamente è aprire porte e finestre. L’ossigeno diluisce la miscela letale e può salvare chi sta già manifestando i sintomi. Ma bisogna accorgersene in tempo. E quando si dorme, questo tempo non c’è.
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