Il rito del Black Month
Ogni anno il rito si ripete, solo un po’ più lungo, un po’ più invadente, anche un po’ più grottesco. Il Black Friday – che di “Friday”ormai non ha più nulla – si è dilatato fino a diventare un Black Month, un mese intero di offerte, pre-offerte, codici, countdown, “ultimi pezzi” che curiosamente non finiscono mai. È la liturgia consumistica del nostro tempo: non si compra perché serve, si compra perché bisogna comprare.
Perché nel grande teatro della società, fare shopping significa mostrarsi benestanti, o almeno provarci, anche quando il portafoglio piange e il mutuo ringhia. Il paradosso è evidente. In un periodo storico in cui si parla di inflazione, precarietà e redditi che arrancano (e per chi lavora “fine impiego mai”, con la pensione a 70 anni), assistiamo a una corsa collettiva all’acquisto compulsivo, quasi fosse un dovere civico, un obbligo morale, una priorità esistenziale. Il messaggio è semplice: se non approfitti delle offerte, se non riempi il carrello (digitale o reale), sei fuori dal gioco, sei ai margini della società, sei quasi uno sfigato. Sei uno che “non coglie le occasioni”.
E allora eccoci lì, tutti in fila, a cercare l’affare del secolo come moderni cercatori d’oro, pronti a illuderci che il risparmio sia una forma di riscatto sociale. Peccato che molto spesso l’unico affare lo facciano gli altri. Perché il Black Month è anche il luna park preferito della manipolazione: prezzi gonfiati il mese prima, poi miracolosamente “scontati”; percentuali fasulle; promesse di risparmio che svaniscono al primo confronto serio (per non parlare delle truffe online). È la giungla ideale per il consumatore che si crede furbo, e proprio per questo diventa la vittima perfetta. In fondo ogni truffa funziona così: il truffato si illude di battere il sistema, di stanare il super-sconto che gli altri non hanno visto, di aver fatto il calcolo matematico più complesso tra percentuali di sconto e formule truffaldine tipo “paghi uno scontato e due a prezzo pieno”. La verità è che nessuno è immune all’avidità travestita da occasione.
Forse sarebbe il caso di ammetterlo: non stiamo comprando oggetti, stiamo comprando un’illusione. L’illusione di poter essere, almeno per un istante, più ricchi, più intelligenti, più scafati degli altri. Ma finché continueremo a confondere il valore con il prezzo e la nostra identità con il nostro carrello, il vero sconto lo faremo sempre e solo su noi stessi.
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