IL VOTO DI AUTUNNO ALIMENTA DIVISIONI

Per Mario Draghi è finita la luna di miele con i partiti che lo sostengono. Nei giorni scorsi, infatti, sono iniziate alcune prese di distanza, a partire dalla Lega di Matteo Salvini, sui provvedimenti che il suo esecutivo ha adottato in materia di lotta al coronavirus, in particolare sulle aperture di bar e ristoranti e sul coprifuoco notturno che rimane fissato alle ore 22. Ma altri distinguo sono emersi in materia di superbonus (M5S)  e di quota 100 per il pensionamento (ancora il Carroccio). Per ora l’ex presidente della Bce, come si dice a Roma, ha “tenuto botta”, concedendo qualcosa ma resistendo su quasi tutto, ma quello che è certo che su Palazzo Chigi cominciano ad addensarsi alcune nubi minacciose.  Il clima si va facendo, quindi, sempre più fosco ed a migliorarlo non contribuisce certamente il prossimo voto amministrativo di autunno che coinvolgerà un buon numero di elettori chiamati alle urne per rinnovare consigli comunali (tra questi quelli di Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna ed altri grossi centri) e quello regionale della Calabria. Come sempre avviene in Italia, ogni consultazione elettorale viene vissuta e letta come un vero test per i partiti e per il governo e ciò porta anche gli alleati a dividersi, in nome della propria identità da salvaguardare e per catturare il maggior numero di consensi possibile. Ecco perché, mano a mano che ci si avvicina al voto, emergono più le cose che dividono che quelle che uniscono. Non c’è, comunque, alcun dubbio che il governo Draghi non corre, fino all’inizio del prossimo anno, nessun pericolo. Potrà infatti essere indebolito ma non sloggiato. Il perché vale la pena di ricordarlo. In primo luogo, tra poco, scatterà il “semestre bianco”, ovvero l’ultima parte del settennato di Sergio Mattarella, nel corso del quale il presidente della Repubblica non può sciogliere le Camere. Ciò significa che una eventuale crisi di governo non potrebbe sfociare in un voto anticipato. La seconda ragione risiede nel fatto che Draghi è il garante presso l’Europa della politica di riforme che il nostro Paese deve attuare se vuole avere accesso ai fondi (oltre 190 miliardi di euro per noi) messi a disposizione da Bruxelles per far risollevare gli Stati membri dell’Unione dalla grave crisi economica e sociale provocata dal coronavirus. Quindi Draghi può andare avanti per la sua strada in una posizione di forza anche perché la maggiore forza parlamentare della coalizione governativa, il M5S, si trova in una situazione di stallo e di confusione che non gli permette di tirare troppo la corda. Infatti, dopo la designazione da parte di Beppe Grillo  di Giuseppe Conte a nuova guida del movimento pentastellato ed il cambio di rotta indicato dall’ex presidente del Consiglio (che contempla anche un cambiamento di posizione, ovvero non più orgogliosamente diversi dalle altre forze politiche, ma saldamente ancorati nell’alleanza di centrosinistra) , tra i cinquestelle sono pochi a capire che cosa succederà. E a complicare le cose c’è anche la rottura con la Piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio. Quanto alla Lega, che dalle elezioni europee  del 2019 ad oggi, in base ai sondaggi, vede erodere sempre più i suoi consensi a favore di Fratelli d’Italia, Salvini non può più di tanto differenziarsi dalla linea tracciata da Palazzo Chigi. Il fatto è che l’ala governativa del Carroccio, rappresentata da Giancarlo Giorgetti, ministro per le Attività produttive, spinge per una politica di maggiore moderazione da parte del Carroccio, facendosi forte del sostegno della piccola e grande imprenditoria, non solo nordista, che vede in Draghi l’uomo giusto per trascinare il nostro Paese fuori dalla crisi, che non si addebita solo al coronavirus, ma anche alle politiche attuate da oltre un decennio in Italia. Certo il presidente del Consiglio non appare più come “l’uomo della provvidenza” dei primi giorni del suo insediamento a Palazzo Chigi; avrà senza dubbio serie difficoltà provocate dai litigi e dai dissensi delle forze governative, ma sa che per il momento – e momento significa da oggi agli inizi del prossimo anno – nessuno ha interesse a mettergli i bastoni tra le ruote. Poi si vedrà. Come è noto, nei primissimi giorni di febbraio 2022, finisce il settennato di Mattarella il quale ha manifestato l’intenzione di non ripetere l’esperienza di Giorgio Napolitano, ovvero di bissare anche per poco tempo il suo ruolo di capo dello Stato. Sono molti i nomi che si fanno come possibili successori, ma uno dei candidati più forti, l’ex presidente del Consiglio nelle stagioni dell’Ulivo, Romano Prodi, ha già dichiarato di farsi da parte. Potrebbe dunque accadere, in mancanza di nomi condivisi, che Draghi lasci Palazzo Chigi, ma non a causa di una crisi, bensì per salire al Quirinale. E non per ricevere un nuovo incarico governativo, ma nelle vesti di tredicesimo presidente della Repubblica italiana.

 Giuseppe Leone

 

Per Mario Draghi è finita la luna di miele con i partiti che lo sostengono. Nei giorni scorsi, infatti, sono iniziate alcune prese di distanza, a partire dalla Lega di Matteo Salvini, sui provvedimenti che il suo esecutivo ha adottato in materia di lotta al coronavirus, in particolare sulle aperture di bar e ristoranti e sul coprifuoco notturno che rimane fissato alle ore 22. Ma altri distinguo sono emersi in materia di superbonus (M5S)  e di quota 100 per il pensionamento (ancora il Carroccio). Per ora l’ex presidente della Bce, come si dice a Roma, ha “tenuto botta”, concedendo qualcosa ma resistendo su quasi tutto, ma quello che è certo che su Palazzo Chigi cominciano ad addensarsi alcune nubi minacciose.  Il clima si va facendo, quindi, sempre più fosco ed a migliorarlo non contribuisce certamente il prossimo voto amministrativo di autunno che coinvolgerà un buon numero di elettori chiamati alle urne per rinnovare consigli comunali (tra questi quelli di Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna ed altri grossi centri) e quello regionale della Calabria. Come sempre avviene in Italia, ogni consultazione elettorale viene vissuta e letta come un vero test per i partiti e per il governo e ciò porta anche gli alleati a dividersi, in nome della propria identità da salvaguardare e per catturare il maggior numero di consensi possibile. Ecco perché, mano a mano che ci si avvicina al voto, emergono più le cose che dividono che quelle che uniscono. Non c’è, comunque, alcun dubbio che il governo Draghi non corre, fino all’inizio del prossimo anno, nessun pericolo. Potrà infatti essere indebolito ma non sloggiato. Il perché vale la pena di ricordarlo. In primo luogo, tra poco, scatterà il “semestre bianco”, ovvero l’ultima parte del settennato di Sergio Mattarella, nel corso del quale il presidente della Repubblica non può sciogliere le Camere. Ciò significa che una eventuale crisi di governo non potrebbe sfociare in un voto anticipato. La seconda ragione risiede nel fatto che Draghi è il garante presso l’Europa della politica di riforme che il nostro Paese deve attuare se vuole avere accesso ai fondi (oltre 190 miliardi di euro per noi) messi a disposizione da Bruxelles per far risollevare gli Stati membri dell’Unione dalla grave crisi economica e sociale provocata dal coronavirus. Quindi Draghi può andare avanti per la sua strada in una posizione di forza anche perché la maggiore forza parlamentare della coalizione governativa, il M5S, si trova in una situazione di stallo e di confusione che non gli permette di tirare troppo la corda. Infatti, dopo la designazione da parte di Beppe Grillo  di Giuseppe Conte a nuova guida del movimento pentastellato ed il cambio di rotta indicato dall’ex presidente del Consiglio (che contempla anche un cambiamento di posizione, ovvero non più orgogliosamente diversi dalle altre forze politiche, ma saldamente ancorati nell’alleanza di centrosinistra) , tra i cinquestelle sono pochi a capire che cosa succederà. E a complicare le cose c’è anche la rottura con la Piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio. Quanto alla Lega, che dalle elezioni europee  del 2019 ad oggi, in base ai sondaggi, vede erodere sempre più i suoi consensi a favore di Fratelli d’Italia, Salvini non può più di tanto differenziarsi dalla linea tracciata da Palazzo Chigi. Il fatto è che l’ala governativa del Carroccio, rappresentata da Giancarlo Giorgetti, ministro per le Attività produttive, spinge per una politica di maggiore moderazione da parte del Carroccio, facendosi forte del sostegno della piccola e grande imprenditoria, non solo nordista, che vede in Draghi l’uomo giusto per trascinare il nostro Paese fuori dalla crisi, che non si addebita solo al coronavirus, ma anche alle politiche attuate da oltre un decennio in Italia. Certo il presidente del Consiglio non appare più come “l’uomo della provvidenza” dei primi giorni del suo insediamento a Palazzo Chigi; avrà senza dubbio serie difficoltà provocate dai litigi e dai dissensi delle forze governative, ma sa che per il momento – e momento significa da oggi agli inizi del prossimo anno – nessuno ha interesse a mettergli i bastoni tra le ruote. Poi si vedrà. Come è noto, nei primissimi giorni di febbraio 2022, finisce il settennato di Mattarella il quale ha manifestato l’intenzione di non ripetere l’esperienza di Giorgio Napolitano, ovvero di bissare anche per poco tempo il suo ruolo di capo dello Stato. Sono molti i nomi che si fanno come possibili successori, ma uno dei candidati più forti, l’ex presidente del Consiglio nelle stagioni dell’Ulivo, Romano Prodi, ha già dichiarato di farsi da parte. Potrebbe dunque accadere, in mancanza di nomi condivisi, che Draghi lasci Palazzo Chigi, ma non a causa di una crisi, bensì per salire al Quirinale. E non per ricevere un nuovo incarico governativo, ma nelle vesti di tredicesimo presidente della Repubblica italiana.

 Giuseppe Leone

 

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