Industria sott’acqua

Fare impresa, una sfida possibile o impossibile? Dopo il caro energia che espone l’economia italiana sull’orlo del baratro nonostante promesse di incentivi e misure per contrastare la crisi, ci si mettono l’emergenza climatica e le mille mani dell’inefficienza delle istituzioni a minacciare le imprese. Una minaccia concreta come quella dei rincari energetici. Una minaccia che viene da lontano, da anni di incuria nell’affrontare il dissesto idrogeologico. Una delle novità del Rapporto Italia Sostenibile 2022 di Cerved è l’analisi della distribuzione del rischio fisico (non solo idrogeologico, ma anche sismico) nel Paese riguardo alle aziende. Un rischio che, per partire, si può riassumere in 1 milione di imprese (il 19,3% di 5,3 milioni, quelle iscritte al Registro che impiegano 3,3 milioni di addetti), sottoposte ogni giorno a rischio fisico alto o molto alto, in particolare nelle province appenniniche come L’Aquila, Vibo Valentia e Isernia. In un’Italia che per contrastare questa minaccia non potrà nemmeno fidarsi delle risorse del Pnrr. E non si tratta di una fissazione del Cerved per questo aspetto. Di recente è stata addirittura la Banca centrale europea ad aver introdotto il rischio fisico tra i fattori da monitorare nell’ambito del Meccanismo di Vigilanza Unico europeo. “I danni fisici generati da eventi metereologici estremi e da fenomeni di degrado ambientale accentuati dal cambiamento climatico, nonché da eventi di natura sismica – sottolinea Cerved -, possono infatti avere un impatto significativo sull’economia reale e sul settore finanziario”. E sono strettamente connessi al processo di adeguamento e di evoluzione verso un sistema economico a zero emissioni nette, come l’Europa chiede e i ministeri del governo Draghi, rinnovati nella loro terminologia di competenza, hanno finora sbandierato. Un processo articolato, che comporta anche rischi. E sembra banale, ma qui necessario, riflettere sul fatto che un’impresa con asset strategici localizzati in aree esposte al rischio di alluvioni e frane o terremoti potrebbe subire svalutazioni a causa delle possibili perdite associate ad eventi fisici catastrofici. E allora, rimanendo allo stretto dato di attualità imposto dalla cronaca, per la classe di rischio “alluvione” Cerved stima il numero di aziende operanti in aree a rischio alto e molto alto in 550mila su un totale di 6,3 milioni di unità produttive mappate (8,8%), con 1,7 milioni di addetti, il 10,2% della platea complessiva. Mentre l’alto rischio di frane, quello che caratterizza di più la definizione più ampia di dissesto idrogeologico, colpisce il 2,6% delle imprese (165 mila, con 352 mila addetti). A medio rischio, 300mila unità locali e quasi 700mila addetti. Il Pnrr può servire per combattere in maniera definitiva questa battaglia? All’Italia è arrivato un fiume di risorse. Ma per il dissesto idrogeologico se ne contano poche, nello sfacelo che ci rende il Paese più a rischio frane in Europa. Solo 2 miliardi e mezzo, più 500 milioni per un sistema di monitoraggio. Tutto qui.

Fare impresa, una sfida possibile o impossibile? Dopo il caro energia che espone l’economia italiana sull’orlo del baratro nonostante promesse di incentivi e misure per contrastare la crisi, ci si mettono l’emergenza climatica e le mille mani dell’inefficienza delle istituzioni a minacciare le imprese. Una minaccia concreta come quella dei rincari energetici. Una minaccia che viene da lontano, da anni di incuria nell’affrontare il dissesto idrogeologico. Una delle novità del Rapporto Italia Sostenibile 2022 di Cerved è l’analisi della distribuzione del rischio fisico (non solo idrogeologico, ma anche sismico) nel Paese riguardo alle aziende. Un rischio che, per partire, si può riassumere in 1 milione di imprese (il 19,3% di 5,3 milioni, quelle iscritte al Registro che impiegano 3,3 milioni di addetti), sottoposte ogni giorno a rischio fisico alto o molto alto, in particolare nelle province appenniniche come L’Aquila, Vibo Valentia e Isernia. In un’Italia che per contrastare questa minaccia non potrà nemmeno fidarsi delle risorse del Pnrr. E non si tratta di una fissazione del Cerved per questo aspetto. Di recente è stata addirittura la Banca centrale europea ad aver introdotto il rischio fisico tra i fattori da monitorare nell’ambito del Meccanismo di Vigilanza Unico europeo. “I danni fisici generati da eventi metereologici estremi e da fenomeni di degrado ambientale accentuati dal cambiamento climatico, nonché da eventi di natura sismica – sottolinea Cerved -, possono infatti avere un impatto significativo sull’economia reale e sul settore finanziario”. E sono strettamente connessi al processo di adeguamento e di evoluzione verso un sistema economico a zero emissioni nette, come l’Europa chiede e i ministeri del governo Draghi, rinnovati nella loro terminologia di competenza, hanno finora sbandierato. Un processo articolato, che comporta anche rischi. E sembra banale, ma qui necessario, riflettere sul fatto che un’impresa con asset strategici localizzati in aree esposte al rischio di alluvioni e frane o terremoti potrebbe subire svalutazioni a causa delle possibili perdite associate ad eventi fisici catastrofici. E allora, rimanendo allo stretto dato di attualità imposto dalla cronaca, per la classe di rischio “alluvione” Cerved stima il numero di aziende operanti in aree a rischio alto e molto alto in 550mila su un totale di 6,3 milioni di unità produttive mappate (8,8%), con 1,7 milioni di addetti, il 10,2% della platea complessiva. Mentre l’alto rischio di frane, quello che caratterizza di più la definizione più ampia di dissesto idrogeologico, colpisce il 2,6% delle imprese (165 mila, con 352 mila addetti). A medio rischio, 300mila unità locali e quasi 700mila addetti. Il Pnrr può servire per combattere in maniera definitiva questa battaglia? All’Italia è arrivato un fiume di risorse. Ma per il dissesto idrogeologico se ne contano poche, nello sfacelo che ci rende il Paese più a rischio frane in Europa. Solo 2 miliardi e mezzo, più 500 milioni per un sistema di monitoraggio. Tutto qui.

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