Iran, il rischio di uno shock petrolifero
Se il conflitto continuerà, i costi assicurativi delle petroliere cresceranno e le consegne saranno rallentate
Tra i molti e vari rischi che l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran comporta c’è quello di un grave shock petrolifero.
di Paolo Giordani, presidente dell’Istituto diplomatico internazionale
Evidentemente non si tratta di un semplice strike contro siti selezionati come nel giugno scorso, ma di un’operazione prolungata che ha lo scopo di colpire al cuore, ed eventualmente abbattere, il regime degli ayatollah: l’uccisione della “guida suprema” Alì Khamenei non lascia dubbi in proposito.
Nessun vuoto di potere
L’attacco, e il suo scopo, erano messi nel conto. Non vi è nessun vuoto di potere: il ruolo di “guida suprema” è affidato al Consiglio ad interim, i cui fanno parte il presidente Massoud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholamhossein Ejei e l’ayatollah Arafi, decisi a vendicare la morte di Khamenei. La tenuta del regime dipende dalla sua forza militare ma soprattutto dall’atteggiamento della società iraniana.
Se davvero la guerra durerà, non si escludono scenari da incubo per i mercati globali: un’escalation regionale del conflitto in cui potrebbero diventare bersagli non solo le infrastrutture petrolifere dell’Iran stesso (ieri si segnalavano esplosioni al terminal di Kharg) ma anche i pozzi di Paesi “terzi” dell’area e soprattutto il blocco effettivo, già proclamato dai pasdaran, dello stretto di Hormuz, attraverso il quale passa il 20 per cento del petrolio mondiale. Come se non bastasse, potrebbe aggiungersi la stretta degli Houthi, alleati degli iraniani, sul secondo “collo di bottiglia”, il Mar Rosso.
Le chance di sopravvivenza del regime
Secondo Meir Litvak, direttore del Dipartimento di Storia del Medio Oriente e dell’Africa dell’Università di Tel Aviv, il regime iraniano vede più chance di sopravvivenza in una “guerra limitata” contro gli Stati Uniti che nella “resa di fatto” chiesta durante i negoziati. Se questo è vero, gli ayatollah con le spalle al muro potrebbero ricorrere a misure estreme.
Ma per destabilizzare il mercato del petrolio basta molto meno. Da soli, i venti di guerra hanno già provocato un aumento del 13,6 per cento del prezzo del barile (West Texas Intermediate) nei primi due mesi del 2026. Il trasporto marittimo nello Stretto di Hormuz è comunque gravemente minacciato: se il conflitto continuerà, i costi assicurativi delle petroliere cresceranno e le consegne saranno rallentate.
In pratica si ridurrà l’offerta anche senza colpire la produzione, con inevitabili conseguenza sulla quotazione del petrolio.
Il prezzo del petrolio
Gli Stati Uniti, che per se stessi producono ormai petrolio a sufficienza, accettano il rischio, ma la Cina, nonostante gli enormi progressi nella transizione verde, ha ancora bisogno del petrolio iraniano. Secondo le attese, l’Opec ha deciso oggi un aumento della produzione tre volte maggiore (a 411 mila barili al giorno) di quanto preventivato prima dell’attacco, nel tentativo di rassicurare i mercati. Vedremo tra poche ore quale sarà la reazione. La Russia, alleata dell’Iran, condanna con forza l’aggressione di Usa e Israele, ma tira paradossalmente il fiato: un aumento del prezzo del petrolio è quel che ci vuole, in un momento di stallo, per finanziare “l’operazione speciale” in Ucraina.
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