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Iran: guerra di cifre sui morti, domani una impiccagione

Annunciata la pena di morte per Erfan Soltani, un giovane di 26 anni

di Angelo Vitale -

(Fonte: Instagram)


Proteste in Iran, bilanci in conflitto, una guerra delle cifre, 2mila, 6mila o 12mila morti: il mondo osserva mentre un manifestante rischia domani l’impiccagione.

Proteste in Iran, i morti crescono

La repressione delle proteste in Iran entra in una fase cruciale con cifre sui morti che variano drasticamente secondo le fonti e le voci sull’esecuzione imminente di un giovane manifestante.

Teheran parla di circa 2mila vittime, mentre gruppi per i diritti umani stimano molte migliaia di morti, con alcuni giornalisti internazionali che arrivano a ipotizzare oltre 12mila vittime.

Il caso di Erfan Soltani, 26 anni, condannato a morte per aver partecipato alle proteste, arriva alla vigilia dell’esecuzione prevista domani.

Le potenze mondiali reagiscono con sanzioni, critiche e aumentano la pressione diplomatica, ma nessun intervento deciso sembra ferma la violenza del regime.

Le proteste, iniziate per crisi economica, ora sfidano apertamente la teocrazia, in uno dei momenti più intensi di dissenso interno degli ultimi decenni.

I morti sotto la repressione: numeri in conflitto

L’Iran continua a fornire dati ufficiali molto diversi da quelli raccolti da gruppi indipendenti. Un funzionario iraniano ha affermato che circa 2mila persone sono state uccise durante due settimane di proteste diffuse in tutto il Paese, includendo civili e membri delle forze di sicurezza. Le autorità parlano di infiltrazioni di gruppi violenti e “terroristi” tra i manifestanti, giustificando l’uso della forza come risposta alla violenza.

Associazioni dei diritti umani internazionali e ong raccolgono numeri molto più alti: secondo Iran Human Rights, almeno 648 manifestanti sono stati uccisi in repressioni documentate, con province e ospedali che forniscono dati verificabili solo in parte a causa del blackout di internet imposto dal regime.

Altre stime non ufficiali, basate su fonti locali, immagini dei morti negli obitori e testimonianze che filtrano attraverso i canali satellitari, parlano di migliaia di vittime e cifre di decine di migliaia. Fino a 12mila morti se si considera l’intero periodo di protesta e la difficoltà di accesso alle informazioni.

Questo divario enorme non nasce da errori, ma da un blocco delle comunicazioni, dal corporativismo del regime e dalla repressione sistemica di qualsiasi informazione indipendente.

La pena di morte per un manifestante: Erfan Soltani verso l’impiccagione

Tra i casi più drammatici, quello di Erfan Soltani, un giovane di 26 anni arrestato durante una manifestazione e ora condannato a morte per presunti reati legati alle proteste.

Testimonianze indicano che Soltani non ha potuto difendersi con una vera assistenza legale, e che la pena di morte è stata confermata in tempi rapidissimi, senza garanzie processuali efficaci.

Se l’esecuzione avverrà come programmato domani, sarà una delle prime applicazioni della pena capitale contro i manifestanti nell’attuale ondata di proteste, segnando un’escalation formale della repressione statale.

Altre organizzazioni per i diritti umani denunciano che il regime iraniano classifica i dissidenti come “nemici di Dio” per giustificare pene estreme, incluse le condanne a morte.

Le reazioni internazionali: sanzioni, dichiarazioni e isolamento

La comunità internazionale ha espresso condanne e annunci di nuove sanzioni. L’Unione Europea ha promesso proposte rapide di misure punitive contro i responsabili della repressione e ha già colpito diversi organi iraniani, incluso il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie. Diversi governi europei e Stati Uniti hanno richiamato diplomatici iraniani e avvertito che ulteriori violazioni dei diritti umani comporteranno costi politici ed economici maggiori.

Al contempo, molte nazioni hanno consigliato ai loro cittadini di lasciare l’Iran a causa dell’incertezza e dell’escalation di violenza. Nonostante ciò, non emergono segnali di un intervento diretto delle potenze occidentali per fermare le esecuzioni o la repressione, lasciando molti attivisti a chiedersi perché le risposte finora diplomatiche non si traducano in azioni concrete. in Iran, i morti sono il tema di una guerra di cifre mentre un giovane di 26 anni si avvia all’impiccagione.

La situazione nelle piazze e nelle strade: le proteste diffuse e il blackout informativo

Le proteste iniziate il 28 dicembre per il deteriorarsi delle condizioni economiche — inflazione, svalutazione del rial e disuguaglianze crescenti — si sono trasformate in un movimento antigovernativo diffuso in tutte le province. Secondo alcune fonti, manifestazioni estese in 31 province e oltre 120 città, nonostante il regime abbia imposto il blocco di Internet per limitare la circolazione delle informazioni.

Fonti di ong parlano di oltre 10mila arresti e di una violenza di massa simile solo alle proteste di grande portata dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022–2023.

Le organizzazioni hanno già documentato anche casi specifici come la morte di giovani manifestanti colpiti da armi da fuoco, inclusa la 23enne Rubina Aminian, uccisa a Teheran mentre partecipava al dissenso.

Le domande senza risposte: perché nessuno interviene?

Il regime iraniano usa un mix di repressione brutale, legislazione penale severa e propaganda interna per smorzare ogni forma di dissenso. L’uso del codice penale religioso come strumento politico — accusando i manifestanti di “nemici di Dio” — apre la porta a pene estreme e a processi sommari.

Questo modello non funziona solo internamente: produce un isolamento internazionale, ma non provoca interventi concreti, nemmeno di natura umanitaria o giudiziaria, oltre alle sanzioni economiche.

La domanda che oggi pesa più di ogni altra non riguarda solo il numero dei morti. Perché il mondo sembra inerte di fronte all’uso della pena di morte per intimidire i manifestanti e fermare una protesta diffusa. L’inerzia rischia di chiudere una finestra storica di cambiamento per l’Iran.


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