Italia a mano armata

Se con la mancanza di controlli e l’indifferenza armiamo la follia, non è escluso che prima o poi anche l’Italia viva la sua Columbine. I segnali ci sono tutti per fare la fine degli Stati Uniti. E lo sgomento man mano lascia il posto all’assuefazione di una violenza che fa meno male se liquidata dietro il disagio mentale. Allora le cause non contano più, perché il gesto di un folle è slegato dall’analisi del male. Che c’è, e non può essere ignorato. Soprattutto da chi deve garantire la sicurezza e impone regole ferree a chi chiede un’arma, anche solo se il suo uso è destinato a fini venatori. Controllo dei precedenti, valutazioni psicologiche e perfino lo screening comportamentale. Perché non è sicuro dare un fucile a chi ha un carattere fumantino. E poi? Più nulla. Pratiche chiuse e riposte nei cassetti delle Questure, a prendere polvere. Finché un giorno, chi si è visto negare la detenzione di una pistola perché ritenuto pericoloso per gli altri, entra in una riunione di condominio e spara sulla folla, al grido di “vi ammazzo tutti”. Com’è possibile una cosa del genere? Se non sono stati gli organi di pubblica sicurezza a consegnargli la pistola, come ha fatto l’attentatore a trovare una Glock 41 e a riempirsi le tasche di 170 proiettili calibro 45 per mettere a segno la sua strage della domenica? Ebbene, sono stati coloro che dovevano garantire la sicurezza a consegnargliela, ad armare un uomo a cui era stata negata la domanda di porto d’armi. Quella Glock, Claudio Carpiti l’aveva presa poco prima, al poligono di tiro di Tor di Quinto, dove il 57enne era un habitué e dove si allenava per assicurarsi di centrare a morte i suoi bersagli, quando sarebbe arrivato il momento di uccidere. Claudio Carpiti è entrato nella struttura, si è fatto dare dall’armiere del centro la pistola e le centinaia di pallottole e poi, anziché presentarsi sulla linea di tiro per iniziare il suo allenamento, ha preso la via dell’uscita e ha raggiunto via Monte Giberto, a Fidene, facendo così irruzione in quella riunione di condominio dove ha cominciato a esplodere i proiettili che hanno ucciso Nicoletta Golisano, la commercialista di 50 anni amica intima della premier Giorgia Meloni, Elisabetta Silenzi, di 55, e Sabina Sperandio, di 71. E ha continuato a sparare, ferendo altre quattro persone, prima di essere disarmato da alcuni dei presenti. Carpiti li voleva uccidere tutti, perché erano anni che litigava con quei componenti del Consorzio Valle Verde, rei, a suo dire, di chiedere soldi e non autorizzare il tugurio in cui viveva, un fabbricato incompiuto, senza acqua né luce. Tanto che le denunce per le minacce e i soprusi contro i consorziati si sprecavano ma nessuno lo ha fermato. Non è stato neppure disposto un provvedimento restrittivo per quel violento, lasciato ad agire indisturbato. E quando la scia di sangue ha macchiato una domenica mattina sotto le feste di Natale, è arrivata puntuale la dichiarazione. “Aveva problemi mentali”, “è il gesto di un folle”. Perché con la follia, ormai, ci si lava le coscienze, si mistificano le responsabilità, si narcotizzano le paure degli italiani con l’asserzione che non è il male insito nell’uomo a colpire, ma la follia imprevedibile. E se non si può prevedere, allora non si può arginare. Ma davvero abbiamo sempre a che fare con i pazzi? Carpiti è un pazzo. E allora perché aveva la carta Platinum al poligono ed era abilitato a sparare a Tor di Quinto, nonostante il diniego alle armi dalla pubblica sicurezza? Anche se non fosse uscito dal centro di tiro, ora sotto sequestro, avrebbe potuto comunque rivolgere la pistola contro i frequentatori della struttura. E Andrea Tombolini, il milanese 46enne che lo scorso 27 ottobre scatenò l’orrore nel centro commerciale Milano Fiori di Assago, dove accoltellò sei clienti a caso, lasciando un morto a terra? Era pazzo pure lui, non c’è da preoccuparsi. E ancora, se andiamo indietro, la sfilza dei folli lasciati con le pistole si spreca. Il caso più sconvolgente il 13 giugno 2021, quando l’ingegnere informatico 34enne Andrea Pignani uccise Daniel e David Fusinato, due fratellini di 10 e 5 anni che stavano giocando in giardino ad Ardea, fuori Roma, e pure Salvatore Ranieri, un pensionato di 74 anni che passava in bicicletta. In una sorta di folle esecuzione Andrea, che a detta degli inquirenti soffriva di un malessere mentale così forte da renderlo pericoloso, è stato lasciato nelle condizioni di uccidere. Perché la Beretta calibro 7,65, con cui il folle ha commesso il triplice omicidio e si è poi suicidato, apparteneva al padre, una guardia giurata morto nel novembre del 2020. Eppure nessuno ha controllato, le forze dell’ordine, dopo il decesso del vigilante, non si sono presentati alla porta a chiedere alla vedova di restituire quell’arma, detenuta legalmente dal padre dell’assassino ma non dal killer, che l’aveva nascosta senza denunciarne il possesso, come invece prevede la legge. Tanto più che tutti i vicini sapevano che il ragazzo aveva la pistola. Negli ultimi tempi sparava in aria per strada, ma nessuno si è presentato alla sua porta. Indifferenza, incuria dell’autorità di pubblica sicurezza, mancanza di controlli che stridono di fronte a una normativa sulla detenzione e sul porto d’armi che, almeno su carta, è abbastanza stringente. In Italia, infatti, non è possibile entrare in un’armeria e comprare un’arma. È necessario possedere un nulla osta per l’acquisto e la detenzione, oppure il porto d’armi. Quest’ultimo permette di trasportare l’arma acquistata nel luogo dove si è autorizzati all’uso, come ad esempio nel caso della caccia. Mentre il nulla osta per l’acquisto e la detenzione consente solo di comprare l’arma e custodirla. In ogni caso la licenza necessita di una documentazione molto precisa. Chi vuole armarsi dovrà prima sottoporsi ad accertamenti medici che presuppongono alcuni requisiti psicofisici, tra i quali è compreso anche il carattere del soggetto, che se incline alla rabbia dovrebbe vedersi negare la pratica. Superato lo step delle visite, si passa ai controlli di polizia, sui precedenti e su una serie di elementi al vaglio della Questura. Infine, se ottenuta l’idoneità, la domanda passa alla Prefettura. A quel punto il nulla. Perché, a differenza del porto d’armi che prevede rinnovi con controlli, la detenzione si perde nei meandri della burocrazia e nessuno controlla più se, nel mentre, il possessore dalla pistola è stato colto da segnali di squilibrio. Così la follia delle armi è servita.

Se con la mancanza di controlli e l’indifferenza armiamo la follia, non è escluso che prima o poi anche l’Italia viva la sua Columbine. I segnali ci sono tutti per fare la fine degli Stati Uniti. E lo sgomento man mano lascia il posto all’assuefazione di una violenza che fa meno male se liquidata dietro il disagio mentale. Allora le cause non contano più, perché il gesto di un folle è slegato dall’analisi del male. Che c’è, e non può essere ignorato. Soprattutto da chi deve garantire la sicurezza e impone regole ferree a chi chiede un’arma, anche solo se il suo uso è destinato a fini venatori. Controllo dei precedenti, valutazioni psicologiche e perfino lo screening comportamentale. Perché non è sicuro dare un fucile a chi ha un carattere fumantino. E poi? Più nulla. Pratiche chiuse e riposte nei cassetti delle Questure, a prendere polvere. Finché un giorno, chi si è visto negare la detenzione di una pistola perché ritenuto pericoloso per gli altri, entra in una riunione di condominio e spara sulla folla, al grido di “vi ammazzo tutti”. Com’è possibile una cosa del genere? Se non sono stati gli organi di pubblica sicurezza a consegnargli la pistola, come ha fatto l’attentatore a trovare una Glock 41 e a riempirsi le tasche di 170 proiettili calibro 45 per mettere a segno la sua strage della domenica? Ebbene, sono stati coloro che dovevano garantire la sicurezza a consegnargliela, ad armare un uomo a cui era stata negata la domanda di porto d’armi. Quella Glock, Claudio Carpiti l’aveva presa poco prima, al poligono di tiro di Tor di Quinto, dove il 57enne era un habitué e dove si allenava per assicurarsi di centrare a morte i suoi bersagli, quando sarebbe arrivato il momento di uccidere. Claudio Carpiti è entrato nella struttura, si è fatto dare dall’armiere del centro la pistola e le centinaia di pallottole e poi, anziché presentarsi sulla linea di tiro per iniziare il suo allenamento, ha preso la via dell’uscita e ha raggiunto via Monte Giberto, a Fidene, facendo così irruzione in quella riunione di condominio dove ha cominciato a esplodere i proiettili che hanno ucciso Nicoletta Golisano, la commercialista di 50 anni amica intima della premier Giorgia Meloni, Elisabetta Silenzi, di 55, e Sabina Sperandio, di 71. E ha continuato a sparare, ferendo altre quattro persone, prima di essere disarmato da alcuni dei presenti. Carpiti li voleva uccidere tutti, perché erano anni che litigava con quei componenti del Consorzio Valle Verde, rei, a suo dire, di chiedere soldi e non autorizzare il tugurio in cui viveva, un fabbricato incompiuto, senza acqua né luce. Tanto che le denunce per le minacce e i soprusi contro i consorziati si sprecavano ma nessuno lo ha fermato. Non è stato neppure disposto un provvedimento restrittivo per quel violento, lasciato ad agire indisturbato. E quando la scia di sangue ha macchiato una domenica mattina sotto le feste di Natale, è arrivata puntuale la dichiarazione. “Aveva problemi mentali”, “è il gesto di un folle”. Perché con la follia, ormai, ci si lava le coscienze, si mistificano le responsabilità, si narcotizzano le paure degli italiani con l’asserzione che non è il male insito nell’uomo a colpire, ma la follia imprevedibile. E se non si può prevedere, allora non si può arginare. Ma davvero abbiamo sempre a che fare con i pazzi? Carpiti è un pazzo. E allora perché aveva la carta Platinum al poligono ed era abilitato a sparare a Tor di Quinto, nonostante il diniego alle armi dalla pubblica sicurezza? Anche se non fosse uscito dal centro di tiro, ora sotto sequestro, avrebbe potuto comunque rivolgere la pistola contro i frequentatori della struttura. E Andrea Tombolini, il milanese 46enne che lo scorso 27 ottobre scatenò l’orrore nel centro commerciale Milano Fiori di Assago, dove accoltellò sei clienti a caso, lasciando un morto a terra? Era pazzo pure lui, non c’è da preoccuparsi. E ancora, se andiamo indietro, la sfilza dei folli lasciati con le pistole si spreca. Il caso più sconvolgente il 13 giugno 2021, quando l’ingegnere informatico 34enne Andrea Pignani uccise Daniel e David Fusinato, due fratellini di 10 e 5 anni che stavano giocando in giardino ad Ardea, fuori Roma, e pure Salvatore Ranieri, un pensionato di 74 anni che passava in bicicletta. In una sorta di folle esecuzione Andrea, che a detta degli inquirenti soffriva di un malessere mentale così forte da renderlo pericoloso, è stato lasciato nelle condizioni di uccidere. Perché la Beretta calibro 7,65, con cui il folle ha commesso il triplice omicidio e si è poi suicidato, apparteneva al padre, una guardia giurata morto nel novembre del 2020. Eppure nessuno ha controllato, le forze dell’ordine, dopo il decesso del vigilante, non si sono presentati alla porta a chiedere alla vedova di restituire quell’arma, detenuta legalmente dal padre dell’assassino ma non dal killer, che l’aveva nascosta senza denunciarne il possesso, come invece prevede la legge. Tanto più che tutti i vicini sapevano che il ragazzo aveva la pistola. Negli ultimi tempi sparava in aria per strada, ma nessuno si è presentato alla sua porta. Indifferenza, incuria dell’autorità di pubblica sicurezza, mancanza di controlli che stridono di fronte a una normativa sulla detenzione e sul porto d’armi che, almeno su carta, è abbastanza stringente. In Italia, infatti, non è possibile entrare in un’armeria e comprare un’arma. È necessario possedere un nulla osta per l’acquisto e la detenzione, oppure il porto d’armi. Quest’ultimo permette di trasportare l’arma acquistata nel luogo dove si è autorizzati all’uso, come ad esempio nel caso della caccia. Mentre il nulla osta per l’acquisto e la detenzione consente solo di comprare l’arma e custodirla. In ogni caso la licenza necessita di una documentazione molto precisa. Chi vuole armarsi dovrà prima sottoporsi ad accertamenti medici che presuppongono alcuni requisiti psicofisici, tra i quali è compreso anche il carattere del soggetto, che se incline alla rabbia dovrebbe vedersi negare la pratica. Superato lo step delle visite, si passa ai controlli di polizia, sui precedenti e su una serie di elementi al vaglio della Questura. Infine, se ottenuta l’idoneità, la domanda passa alla Prefettura. A quel punto il nulla. Perché, a differenza del porto d’armi che prevede rinnovi con controlli, la detenzione si perde nei meandri della burocrazia e nessuno controlla più se, nel mentre, il possessore dalla pistola è stato colto da segnali di squilibrio. Così la follia delle armi è servita.

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