Italia al top delle imprese di design in Europa: cresce la loro coscienza “sostenibile”

Trentamila imprese del design (è il primato in Europa), 61mila lavoratori occupati in questa importante filiera della creatività, un valore aggiunto di 2,5 miliardi di euro. Sono alcuni dei numeri del design italiano.
Fondazione Symbola, Deloitte Private e POLI.design, con il supporto di ADI, CUID, Comieco, Logotel, AlmaLaurea e il patrocinio del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, hanno presentato nei giorni scorsi i risultati del report “Design Economy 2022”, con l’obiettivo di accrescere la consapevolezza del valore del design per la competitività del sistema produttivo nazionale. Hanno presentato il rapporto, presso l’ADI Design Museum di Milano, Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola; Ernesto Lanzillo, Deloitte Private Leader; Francesco Zurlo, presidente POLI.Design e preside Scuola del Design; Luciano Galimberti, presidente ADI; Maria Porro, presidente del Salone del Mobile; Domenico Sturabotti, direttore Fondazione Symbola; Carlo Montalbetti, direttore generale Comieco; Loreto Di Rienzo, cofounder Gruppo Dyloan; Cristina Favini, chief Design officer & strategist Logotel; Antonio Casu, ceo Italdesign Giugiaro.

“Nel pieno di una transizione verde e digitale – dice Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola – accelerata dalla pandemia e dall’invasione dell’Ucraina, il design è chiamato nuovamente a dare forma, senso e bellezza al futuro. Molti aspetti della nostra vita, così come molti settori, cambieranno, dalla metamorfosi della mobilità verso modelli condivisi, interconnessi ed elettrici, ai processi di decarbonizzazione e dell’economia circolare che stanno cambiando l’industria e le relazioni di filiera, arrivando ai prodotti che, in un contesto di risorse sempre più scarse, dovranno necessariamente essere riprogettati per diventare più durevoli, riparabili, riutilizzabili. Il rapporto design economy quest’anno dedica un capitolo alla relazione tra il settore italiano e la sostenibilità, relazione alla base del nuovo Bauhaus europeo lanciato dalla presidente Von der Leyen nel 2020 per contribuire alla realizzazione del Green Deal europeo. Perché, come scritto nel Manifesto di Assisi, affrontare con coraggio la crisi climatica non è solo necessario ma rappresenta una grande occasione per rendere la nostra economia e la nostra società più a misura d’uomo e per questo più capaci di futuro”.

Una leva determinante, il design, per affermare la sostenibilità nella produzione italiana. Lo afferma Lanzillo, per Deloitte: “Nel nostro Paese può esserlo per ripensare e orientare la strategia dell’intera organizzazione imprenditoriale in ottica sostenibile. Dalla revisione di prodotti e processi, per creare valore efficientando l’utilizzo delle risorse e indirizzando l’innovazione tecnologica e manageriale, alla definizione di una corporate identity ESG e alla sua comunicazione agli stakeholder. L’intero comparto può aiutare a ridefinire il futuro delle imprese in tutti i settori, specialmente quelli del Made in Italy, ma per farlo bisogna pensare ad azioni mirate, che consentano alle realtà del Design di continuare a crescere, irrobustendone la struttura e sviluppando una cultura d’impresa. Inoltre le imprese sostenibili sono più resilienti e crescono a ritmo più sostenuto rispetto alle aziende che non introducono tali pratiche. Questo sarà un fattore particolarmente rilevante, non solo alla luce delle priorità di sviluppo dei piani europei e nazionali come Next Generation EU e PNRR, ma anche per affrontare momenti di incertezza e di discontinuità come quelli che stiamo vivendo in questa fase”.
E, in questo scenario, il design sembra custodire una naturale predisposizione a fare la differenza per affrontare la complessità delle sfide della produzione: “A fronte di potenti fenomeni di cambiamento in atto – afferma Francesco Zurlo, presidente POLI.design e preside Scuola del Design – dalla crisi climatica alla trasformazione digitale, al difficile contesto geopolitico, il design – che è la pratica di un operatore intellettuale – sembra essere più attrezzato di altre discipline e professioni nel governare la complessità. Il successo della formazione e del placement dei designer, come evidente nel report della Fondazione, sottolinea questo aspetto. Un buon designer ha l’imperativo della responsabilità ogniqualvolta modifica tecnologie grezze per realizzare nuovi artefatti, confrontandosi con il ruolo dell’innovazione tra sapere, potere e suo uso. È inoltre disciplina che si confronta per natura con l’incertezza, condizione evidente e condivisa della contemporaneità. Il modello mentale che acquisisce un laureato in design lo pone costantemente di fronte a situazioni inattese e scelte conseguenti: è un allenamento all’incertezza e alla complessità che richiede contaminazione tra saperi e l’educazione di agenti, come spesso i designer, che operano come ponte tra discipline e conoscenze”.
Ma quali sono i numeri del Bel Paese, in questo comparto? Il settore conta 30 mila imprese che hanno generato nel 2020 un valore aggiunto pari a 2,5 miliardi di euro con 61 mila occupati. Le imprese si distribuiscono su tutto il territorio nazionale, con una particolare concentrazione nelle aree di specializzazione del Made in Italy e nelle regioni Lombardia, Piemonte, Emilia – Romagna e Veneto, dove si localizza il 60% delle imprese. Tra le provincie primeggiano Milano (15% imprese e 18% valore aggiunto nazionale) Roma (6,7% e 5,3%), Torino (5% e 7,8%). Le imprese operano per il 44% all’estero (8,9% extra EU), per il 45% su scala nazionale, mentre per il 10,8% su scala locale.
E Milano si conferma capitale del Design, dimostrando una capacità di concentrare il 18% del valore aggiunto del settore sul territorio nazionale. Milano è anche sede del Salone del Mobile e del Fuorisalone, una delle più grandi manifestazioni al mondo dedicate al design che quest’anno celebra la sua sessantesima edizione. Questa tendenza fa il paio con quella generale, visto che le imprese e i professionisti del design svolgono le loro attività prevalentemente nei centri metropolitani, dove hanno la possibilità di godere di una maggiore visibilità nazionale e internazionale. Infatti, quattro su dieci realtà del design operano all’estero (44%, 8,9% extra EU), mentre la restante quota opera soprattutto a livello nazionale (45%) o, in minor parte, solo su scala locale (10,8%).
Una crescita, in numeri, che è affiancata da una crescita di senso e di coscienza ambientale: Logotel rileva che per affrontare oggi la sostenibilità risulta necessario un approccio culturale, che aiuti il tessuto imprenditoriale italiano a entrare in contatto con una nuova generazione di problemi e bisogni. Essere davvero sostenibili implicherà sempre più uscire da una dimensione focalizzata solo sulla progettazione e sull’ottimizzazione di prodotti (o parti di essi). È un cambiamento nel quale il design può giocare un ruolo cruciale. Se la maggioranza dei progettisti e delle imprese del design si sente complessivamente preparato sul tema, dichiarando competenze di alto (33,9%) e medio livello (55,1%), l’offerta per la sostenibilità attualmente si concentra sulla durabilità (57,6%) e in seconda battuta sulla riduzione dell’impiego di materie prime ed energia (43,4%), come testimoniano i risultati della survey condotta per l’edizione 2022 del report.

E allora c’è da registrare che il punto d’incontro tra domanda e offerta dei servizi di design si concretizza già oggi nella progettazione con materie prime più sostenibili e l’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse, individuate come principali priorità a cui il design è chiamato a rispondere in ambito sostenibilità dalle imprese e i progettisti intervistati nello studio che operano in tali ambiti. Tra i settori che trainano la domanda di servizi di design sostenibile ci sono soprattutto i comparti del Made In Italy. A primeggiare c’è il settore arredo (70%), seguito dall’automotive (56%), dall’immobiliare – ceramiche, pavimenti, fino agli elementi strutturali – (38%), dall’abbigliamento (30%) e dall’agroalimentare (13,3%).

Gli esempi di buone pratiche non mancano. La crescente consapevolezza ambientale e la conseguente importanza che il mercato – soprattutto quello che verrà – attribuisce agli aspetti ambientali, sta stimolando l’impegno per un futuro sostenibile nell’ecosistema imprenditoriale italiano. Lo dimostrano diversi esempi concreti messi in campo sia dalle associazioni, come Federlegnoarredo (con “Decalogo” che mappa la domanda dei servizi di eco design) o Comieco (con l’indagine sulle caratteristiche dei pack utilizzati dai ristoranti); sia dalle aziende, come Italdesign (con il progetto Pop.Up Next, in ambito mobilità sostenibile) o Dyloan (con D-refashion lab, per dare una seconda vita ai capi d’abbigliamento invenduti); e dai progettisti come Mario Cucinella (in ambito ottimizzazione delle performance dell’edificio, come per la sede di Iperceramica).
Un quadro di rilevante interesse e prospettiva futura è assicurato dalla formazione. Il sistema formativo è un sistema distribuito lungo tutto il Paese, ben 81 istituti accreditati dal Ministero dell’Istruzione: 22 Università, 16 Accademie delle Belle Arti, 15 Accademie Legalmente Riconosciute, 22 Istituti privati autorizzati a rilasciare titoli AFAM (Alta Formazione Artistica e Musicale) e 6 ISIA (Istituti Superiori per Industrie Artistiche). Per un totale di 291 corsi di studio, distribuiti in vari livelli formativi e in diverse aree di specializzazione. Ne fanno parte punte di eccellenza come il Politecnico di Milano, prima tra i Paesi UE e 5° al mondo secondo la prestigiosa classifica QS World University Rankings by Subject nel settore del design, ma prima, comunque, fra le università pubbliche. A seguire, mantengono un importante ruolo per la formazione del designer l’Istituto Europeo di Design (IED) e la Nuova Accademia di Belle Arti (NABA). Complessivamente, i designer formati sono 9.362; di questi, due terzi risiedono al Nord, in particolare in Lombardia (49,8%). Da quest’anno grazie alla collaborazione con Almalaurea e il Career Service del Politecnico di Milano si è aggiunto un ulteriore tassello informativo relativo alla situazione lavorativa a cinque anni dalla laurea e a cinque anni dal nostro primo rapporto sul design. La prima stima sul tasso di occupazione dei laureati magistrali in design a cinque anni restituisce un valore del 90%, superiore alla media del complesso dei laureati magistrali biennali in Italia; di questi, l’84% svolge una professione coerente con l’ambito del design.

Trentamila imprese del design (è il primato in Europa), 61mila lavoratori occupati in questa importante filiera della creatività, un valore aggiunto di 2,5 miliardi di euro. Sono alcuni dei numeri del design italiano.
Fondazione Symbola, Deloitte Private e POLI.design, con il supporto di ADI, CUID, Comieco, Logotel, AlmaLaurea e il patrocinio del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, hanno presentato nei giorni scorsi i risultati del report “Design Economy 2022”, con l’obiettivo di accrescere la consapevolezza del valore del design per la competitività del sistema produttivo nazionale. Hanno presentato il rapporto, presso l’ADI Design Museum di Milano, Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola; Ernesto Lanzillo, Deloitte Private Leader; Francesco Zurlo, presidente POLI.Design e preside Scuola del Design; Luciano Galimberti, presidente ADI; Maria Porro, presidente del Salone del Mobile; Domenico Sturabotti, direttore Fondazione Symbola; Carlo Montalbetti, direttore generale Comieco; Loreto Di Rienzo, cofounder Gruppo Dyloan; Cristina Favini, chief Design officer & strategist Logotel; Antonio Casu, ceo Italdesign Giugiaro.

“Nel pieno di una transizione verde e digitale – dice Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola – accelerata dalla pandemia e dall’invasione dell’Ucraina, il design è chiamato nuovamente a dare forma, senso e bellezza al futuro. Molti aspetti della nostra vita, così come molti settori, cambieranno, dalla metamorfosi della mobilità verso modelli condivisi, interconnessi ed elettrici, ai processi di decarbonizzazione e dell’economia circolare che stanno cambiando l’industria e le relazioni di filiera, arrivando ai prodotti che, in un contesto di risorse sempre più scarse, dovranno necessariamente essere riprogettati per diventare più durevoli, riparabili, riutilizzabili. Il rapporto design economy quest’anno dedica un capitolo alla relazione tra il settore italiano e la sostenibilità, relazione alla base del nuovo Bauhaus europeo lanciato dalla presidente Von der Leyen nel 2020 per contribuire alla realizzazione del Green Deal europeo. Perché, come scritto nel Manifesto di Assisi, affrontare con coraggio la crisi climatica non è solo necessario ma rappresenta una grande occasione per rendere la nostra economia e la nostra società più a misura d’uomo e per questo più capaci di futuro”.

Una leva determinante, il design, per affermare la sostenibilità nella produzione italiana. Lo afferma Lanzillo, per Deloitte: “Nel nostro Paese può esserlo per ripensare e orientare la strategia dell’intera organizzazione imprenditoriale in ottica sostenibile. Dalla revisione di prodotti e processi, per creare valore efficientando l’utilizzo delle risorse e indirizzando l’innovazione tecnologica e manageriale, alla definizione di una corporate identity ESG e alla sua comunicazione agli stakeholder. L’intero comparto può aiutare a ridefinire il futuro delle imprese in tutti i settori, specialmente quelli del Made in Italy, ma per farlo bisogna pensare ad azioni mirate, che consentano alle realtà del Design di continuare a crescere, irrobustendone la struttura e sviluppando una cultura d’impresa. Inoltre le imprese sostenibili sono più resilienti e crescono a ritmo più sostenuto rispetto alle aziende che non introducono tali pratiche. Questo sarà un fattore particolarmente rilevante, non solo alla luce delle priorità di sviluppo dei piani europei e nazionali come Next Generation EU e PNRR, ma anche per affrontare momenti di incertezza e di discontinuità come quelli che stiamo vivendo in questa fase”.
E, in questo scenario, il design sembra custodire una naturale predisposizione a fare la differenza per affrontare la complessità delle sfide della produzione: “A fronte di potenti fenomeni di cambiamento in atto – afferma Francesco Zurlo, presidente POLI.design e preside Scuola del Design – dalla crisi climatica alla trasformazione digitale, al difficile contesto geopolitico, il design – che è la pratica di un operatore intellettuale – sembra essere più attrezzato di altre discipline e professioni nel governare la complessità. Il successo della formazione e del placement dei designer, come evidente nel report della Fondazione, sottolinea questo aspetto. Un buon designer ha l’imperativo della responsabilità ogniqualvolta modifica tecnologie grezze per realizzare nuovi artefatti, confrontandosi con il ruolo dell’innovazione tra sapere, potere e suo uso. È inoltre disciplina che si confronta per natura con l’incertezza, condizione evidente e condivisa della contemporaneità. Il modello mentale che acquisisce un laureato in design lo pone costantemente di fronte a situazioni inattese e scelte conseguenti: è un allenamento all’incertezza e alla complessità che richiede contaminazione tra saperi e l’educazione di agenti, come spesso i designer, che operano come ponte tra discipline e conoscenze”.
Ma quali sono i numeri del Bel Paese, in questo comparto? Il settore conta 30 mila imprese che hanno generato nel 2020 un valore aggiunto pari a 2,5 miliardi di euro con 61 mila occupati. Le imprese si distribuiscono su tutto il territorio nazionale, con una particolare concentrazione nelle aree di specializzazione del Made in Italy e nelle regioni Lombardia, Piemonte, Emilia – Romagna e Veneto, dove si localizza il 60% delle imprese. Tra le provincie primeggiano Milano (15% imprese e 18% valore aggiunto nazionale) Roma (6,7% e 5,3%), Torino (5% e 7,8%). Le imprese operano per il 44% all’estero (8,9% extra EU), per il 45% su scala nazionale, mentre per il 10,8% su scala locale.
E Milano si conferma capitale del Design, dimostrando una capacità di concentrare il 18% del valore aggiunto del settore sul territorio nazionale. Milano è anche sede del Salone del Mobile e del Fuorisalone, una delle più grandi manifestazioni al mondo dedicate al design che quest’anno celebra la sua sessantesima edizione. Questa tendenza fa il paio con quella generale, visto che le imprese e i professionisti del design svolgono le loro attività prevalentemente nei centri metropolitani, dove hanno la possibilità di godere di una maggiore visibilità nazionale e internazionale. Infatti, quattro su dieci realtà del design operano all’estero (44%, 8,9% extra EU), mentre la restante quota opera soprattutto a livello nazionale (45%) o, in minor parte, solo su scala locale (10,8%).
Una crescita, in numeri, che è affiancata da una crescita di senso e di coscienza ambientale: Logotel rileva che per affrontare oggi la sostenibilità risulta necessario un approccio culturale, che aiuti il tessuto imprenditoriale italiano a entrare in contatto con una nuova generazione di problemi e bisogni. Essere davvero sostenibili implicherà sempre più uscire da una dimensione focalizzata solo sulla progettazione e sull’ottimizzazione di prodotti (o parti di essi). È un cambiamento nel quale il design può giocare un ruolo cruciale. Se la maggioranza dei progettisti e delle imprese del design si sente complessivamente preparato sul tema, dichiarando competenze di alto (33,9%) e medio livello (55,1%), l’offerta per la sostenibilità attualmente si concentra sulla durabilità (57,6%) e in seconda battuta sulla riduzione dell’impiego di materie prime ed energia (43,4%), come testimoniano i risultati della survey condotta per l’edizione 2022 del report.

E allora c’è da registrare che il punto d’incontro tra domanda e offerta dei servizi di design si concretizza già oggi nella progettazione con materie prime più sostenibili e l’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse, individuate come principali priorità a cui il design è chiamato a rispondere in ambito sostenibilità dalle imprese e i progettisti intervistati nello studio che operano in tali ambiti. Tra i settori che trainano la domanda di servizi di design sostenibile ci sono soprattutto i comparti del Made In Italy. A primeggiare c’è il settore arredo (70%), seguito dall’automotive (56%), dall’immobiliare – ceramiche, pavimenti, fino agli elementi strutturali – (38%), dall’abbigliamento (30%) e dall’agroalimentare (13,3%).

Gli esempi di buone pratiche non mancano. La crescente consapevolezza ambientale e la conseguente importanza che il mercato – soprattutto quello che verrà – attribuisce agli aspetti ambientali, sta stimolando l’impegno per un futuro sostenibile nell’ecosistema imprenditoriale italiano. Lo dimostrano diversi esempi concreti messi in campo sia dalle associazioni, come Federlegnoarredo (con “Decalogo” che mappa la domanda dei servizi di eco design) o Comieco (con l’indagine sulle caratteristiche dei pack utilizzati dai ristoranti); sia dalle aziende, come Italdesign (con il progetto Pop.Up Next, in ambito mobilità sostenibile) o Dyloan (con D-refashion lab, per dare una seconda vita ai capi d’abbigliamento invenduti); e dai progettisti come Mario Cucinella (in ambito ottimizzazione delle performance dell’edificio, come per la sede di Iperceramica).
Un quadro di rilevante interesse e prospettiva futura è assicurato dalla formazione. Il sistema formativo è un sistema distribuito lungo tutto il Paese, ben 81 istituti accreditati dal Ministero dell’Istruzione: 22 Università, 16 Accademie delle Belle Arti, 15 Accademie Legalmente Riconosciute, 22 Istituti privati autorizzati a rilasciare titoli AFAM (Alta Formazione Artistica e Musicale) e 6 ISIA (Istituti Superiori per Industrie Artistiche). Per un totale di 291 corsi di studio, distribuiti in vari livelli formativi e in diverse aree di specializzazione. Ne fanno parte punte di eccellenza come il Politecnico di Milano, prima tra i Paesi UE e 5° al mondo secondo la prestigiosa classifica QS World University Rankings by Subject nel settore del design, ma prima, comunque, fra le università pubbliche. A seguire, mantengono un importante ruolo per la formazione del designer l’Istituto Europeo di Design (IED) e la Nuova Accademia di Belle Arti (NABA). Complessivamente, i designer formati sono 9.362; di questi, due terzi risiedono al Nord, in particolare in Lombardia (49,8%). Da quest’anno grazie alla collaborazione con Almalaurea e il Career Service del Politecnico di Milano si è aggiunto un ulteriore tassello informativo relativo alla situazione lavorativa a cinque anni dalla laurea e a cinque anni dal nostro primo rapporto sul design. La prima stima sul tasso di occupazione dei laureati magistrali in design a cinque anni restituisce un valore del 90%, superiore alla media del complesso dei laureati magistrali biennali in Italia; di questi, l’84% svolge una professione coerente con l’ambito del design.

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