“La bella e la bestia”

Se esiste, o è esistito, un ecosistema della sinistra, qualcuno chieda al Pd come mai molte specie non sopravvivono più. Come in un universo all’improvviso ristretto, muta la composizione dell’aria, che dentro un partito è l’idea, ciò che respiri in una comunità di valori condivisi, ciò che ti appare inodore ma senza il quale tutto il mondo che c’è là fuori giorno dopo giorno scompare, in un sonno della politica che si tramuta in coma, fino alla morte. La Bella Ciao, la bella sinistra che non respira più, e la Bestia, il Pd nato dalle sue convulsioni, ormai ferito, stremato. Come nelle radiografie, ha perso la visione d’insieme ed evidenzia – in questa perenne natura diagnostica – i distinguo, i dettagli, le aspirazioni, le visioni, le fratture, i rancori di ognuno. Accumulati in una corsa finale contro tutto e contro tutti che ha fatto deflagrare il progetto, mai compiuto, che donne e uomini molto diversi fra loro avevano consegnato al Paese ormai quindici anni fa, non senza fatica e sofferenza, perché prendesse la strada della valle elettorale, travolgendo la destra come un fiume in piena. Un progetto che vedeva quella che tutti abbiamo chiamato la fusione a freddo fra due culture che hanno costruito l’Europa di cui oggi andiamo cianciando, quella cattolica riformista e quella socialista e democratica.
Ora, se questa era la teoria, non serve essere il Mago Otelma per capire cosa stia succedendo nella realtà. La cacciata dei riformisti e delle loro istanze dal Pd, per la verità cominciata ai tempi del governo Monti e delle successive elezioni con Bersani segretario è ormai un processo compiuto. Al punto che i Dem di riforme non parlano più e quando lo fanno non gli crede nessuno. In fondo lo strappo di Renzi non è nemmeno la causa di questa abiura, ma una conseguenza naturale di quel processo di marcia indietro che il partito sta solo portando a termine. E mettiamo pure che a questa grave perdita identitaria si possa mettere una pezza. Il secondo drammatico problema è che manca ormai dal Dna dei Dem anche la natura socialista. Indispensabile per costruire un’idea socialdemocratica contemporanea ed europea. Non lo dico io, lo dicono loro. Le continue citazioni di Berlinguer, spesso a sproposito, l’assenza di Craxi. Il mito di Lenin il rivoluzionario e l’assenza di Mitterand e del socialismo più avanzato, capace di insinuarsi nel corpo post-nazionalista di Paesi che hanno lingue e culturediverse, cui necessita un bagaglio culturale e identitario ben più solido per proporre in Europa una sinistra che serva a qualcosa e che qualcuno capisca.
Ecco perché il Pd si spaccherà. Non è la prima volta. Ma stavolta potrebbe essere letale. Si spaccherà nella crepa di questa confusa idea che ha di sè. Ed è sempre in questa crepa che sin insinua la nuova tangentopoli europea che tira in ballo la sinistra, e che pur fra i mille distinguo è entrata così tanto nella nostra quitidianità. E’ un virus di ogni sistema cadente, la corruzione, ma stavolta viene assorbita dagli organi vitali dei democratici, ormai privi di anticorpi. Infettando quel che ne resta, quell’unità che si legava ormai non più ai valori, ma almeno allo spirito di sopravvivenza, umano, e al potere, sociale, che avevano guidato negli ultimi anni i segretari del Pd verso un orizzonte di governo a tutti i costi.
In fondo non sono la dea Kaili, i suoi affari, i suoi amici, i suoi Panzeri a far del male al Pd. Lo spazio che prendono nel dibattito della sinistra è figlio della fragilità del paziente, è qualcosa che non si regge, è un estremo sforzo applicato su un corpo inerte, che è stato capace negli ultimi anni di cedere a una destra non certo strabiliante non solo il governo, ma buona parte del proprio popolo – a partire dai più poveri – e delle proprie battaglie storiche, rifugiandosi in un europeismo enciclopedico, che poco o nulla aveva a che fare con le istanze di cambiamento che venivano dal basso, dalle masse, dalle vite di milioni di donne e uomini che non ritrovavano più, a valle delle parole e delle promesse, casa propria.
E così capita l’inspiegabile. Che proprio quando il capitalismo entra in crisi, il mondo si divide, i poveri aumentano in modo vertiginoso, un ambiente sulla carta del tutto favorevole ai movimenti socialisti e ai partiti popolari di sinistra, il Pd smette la sua critica a questo modello, si scopre affine, solidale al mondo aql cambia. Finche non riconosce più il suo linguaggio, le sue password verso i ceti popolari, non si trova a suo agio in quel pezzo di società dove cento anni fa era nata. E la chiama destra, dove destra non c’è.
Se esiste, o è esistito, un ecosistema della sinistra, qualcuno chieda al Pd come mai molte specie non sopravvivono più. Come in un universo all’improvviso ristretto, muta la composizione dell’aria, che dentro un partito è l’idea, ciò che respiri in una comunità di valori condivisi, ciò che ti appare inodore ma senza il quale tutto il mondo che c’è là fuori giorno dopo giorno scompare, in un sonno della politica che si tramuta in coma, fino alla morte. La Bella Ciao, la bella sinistra che non respira più, e la Bestia, il Pd nato dalle sue convulsioni, ormai ferito, stremato. Come nelle radiografie, ha perso la visione d’insieme ed evidenzia – in questa perenne natura diagnostica – i distinguo, i dettagli, le aspirazioni, le visioni, le fratture, i rancori di ognuno. Accumulati in una corsa finale contro tutto e contro tutti che ha fatto deflagrare il progetto, mai compiuto, che donne e uomini molto diversi fra loro avevano consegnato al Paese ormai quindici anni fa, non senza fatica e sofferenza, perché prendesse la strada della valle elettorale, travolgendo la destra come un fiume in piena. Un progetto che vedeva quella che tutti abbiamo chiamato la fusione a freddo fra due culture che hanno costruito l’Europa di cui oggi andiamo cianciando, quella cattolica riformista e quella socialista e democratica.
Ora, se questa era la teoria, non serve essere il Mago Otelma per capire cosa stia succedendo nella realtà. La cacciata dei riformisti e delle loro istanze dal Pd, per la verità cominciata ai tempi del governo Monti e delle successive elezioni con Bersani segretario è ormai un processo compiuto. Al punto che i Dem di riforme non parlano più e quando lo fanno non gli crede nessuno. In fondo lo strappo di Renzi non è nemmeno la causa di questa abiura, ma una conseguenza naturale di quel processo di marcia indietro che il partito sta solo portando a termine. E mettiamo pure che a questa grave perdita identitaria si possa mettere una pezza. Il secondo drammatico problema è che manca ormai dal Dna dei Dem anche la natura socialista. Indispensabile per costruire un’idea socialdemocratica contemporanea ed europea. Non lo dico io, lo dicono loro. Le continue citazioni di Berlinguer, spesso a sproposito, l’assenza di Craxi. Il mito di Lenin il rivoluzionario e l’assenza di Mitterand e del socialismo più avanzato, capace di insinuarsi nel corpo post-nazionalista di Paesi che hanno lingue e culturediverse, cui necessita un bagaglio culturale e identitario ben più solido per proporre in Europa una sinistra che serva a qualcosa e che qualcuno capisca.
Ecco perché il Pd si spaccherà. Non è la prima volta. Ma stavolta potrebbe essere letale. Si spaccherà nella crepa di questa confusa idea che ha di sè. Ed è sempre in questa crepa che sin insinua la nuova tangentopoli europea che tira in ballo la sinistra, e che pur fra i mille distinguo è entrata così tanto nella nostra quitidianità. E’ un virus di ogni sistema cadente, la corruzione, ma stavolta viene assorbita dagli organi vitali dei democratici, ormai privi di anticorpi. Infettando quel che ne resta, quell’unità che si legava ormai non più ai valori, ma almeno allo spirito di sopravvivenza, umano, e al potere, sociale, che avevano guidato negli ultimi anni i segretari del Pd verso un orizzonte di governo a tutti i costi.
In fondo non sono la dea Kaili, i suoi affari, i suoi amici, i suoi Panzeri a far del male al Pd. Lo spazio che prendono nel dibattito della sinistra è figlio della fragilità del paziente, è qualcosa che non si regge, è un estremo sforzo applicato su un corpo inerte, che è stato capace negli ultimi anni di cedere a una destra non certo strabiliante non solo il governo, ma buona parte del proprio popolo – a partire dai più poveri – e delle proprie battaglie storiche, rifugiandosi in un europeismo enciclopedico, che poco o nulla aveva a che fare con le istanze di cambiamento che venivano dal basso, dalle masse, dalle vite di milioni di donne e uomini che non ritrovavano più, a valle delle parole e delle promesse, casa propria.
E così capita l’inspiegabile. Che proprio quando il capitalismo entra in crisi, il mondo si divide, i poveri aumentano in modo vertiginoso, un ambiente sulla carta del tutto favorevole ai movimenti socialisti e ai partiti popolari di sinistra, il Pd smette la sua critica a questo modello, si scopre affine, solidale al mondo aql cambia. Finche non riconosce più il suo linguaggio, le sue password verso i ceti popolari, non si trova a suo agio in quel pezzo di società dove cento anni fa era nata. E la chiama destra, dove destra non c’è.
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