La caduta del capitano 

Un travaso di voti straordinario. La Lega di lotta e governo crolla a Nord Est, soprattutto in Veneto, storica roccaforte. Fratelli d’Italia che nel 2018 totalizzò il 4,2% dei voti, anche dov’era nata la Liga Veneta nel Vicentino, fa un prodigioso balzo in avanti per merito di Giorgia Meloni e totalizza quasi il 33%, svuotando il Leone del Capitano che con il 14,67% è addirittura il terzo partito, superato anche dall’impalpabile Pd nazionale, che nel Veneto si attesta al 16%. Un risultato per la Lega deludente e in parte atteso, anche se non in queste proporzioni, e che imporrà una revisione di strategia al Carroccio che cinque anni fa raggiunse nella Serenissima più del 33%. Un voto negativo per il leghismo che rischia la subalternità a Fratelli d’Italia – ricordate il motto “padroni in casa nostra?” – e che dovrà cambiare traiettoria se vorrà risalire la corrente. La leadership di Matteo Salvini appare fragile agli occhi dei veneti. La bocciatura è sotto gli occhi di tutti. “È un dato epocale quello veneto”, osserva Giovanni Diamanti, acuto osservatore della realtà nordestina. E avrà conseguenze anche sull’obiettivo strategico della politica leghista, quell’Autonomia per la quale nel ’17 il 70% dei veneti si era espresso a favore. Che cosa accadrà adesso? Un partito centralista come Fratelli d’Italia ha il pallino del gioco governativo, ma dovrà fare i conti con un Sud che votando per il M5S ribadisce una vocazione alternativa. L’Autonomia entrerà nell’agenda di governo alla prima riunione del nuovo governo come prometteva Salvini quando si presentava come ministro degli Interni in pectore? La frustrazione che pervade i “veneti”, perché finora la grande riforma non è mai decollata, sarà acuita dalla vittoria del destra-centro oppure i meloniani sapranno davvero mettere mano alla riforma dello Stato caldeggiata anche dalle categorie economiche? Quest’ultime, a cominciare da Confindustria veneta, hanno sostenuto l’agenda Draghi uscita ammaccata dalle urne ma che sarà comunque indispensabile per non far deragliare il Paese. L’appoggio alla coppia Calenda-Renzi, ad esempio a Vicenza, ha ottenuto l’8,3%. Non poco. Gli endorsement dei leader degli industriali, a cominciare da Laura Dalla Vecchia di Vicenza, hanno fatto presa su parte di elettorato. Il tempo dirà quanto potrà crescere questa forza.

Questi interrogativi chiamano in causa il leader maximo veneto, quel Luca Zaia che rappresenta il volto moderato e pragmatico che tanto piace alla gente e alle categorie, che lo hanno investito di un consenso bulgaro alle regionali col 76% dei suffragi. Ma Zaia prende i voti perché rappresenta la società che lavora e produce Pil. Anche Renzi, per una breve stagione, seppe catalizzare quel mondo. Le urne, dunque, ci consegnano un volto diverso del consenso. Se il centrodestra rappresenta il volto moderato di una regione che storicamente non è mai stata conquistata dal centrosinistra, è altrettanto vero che le urne hanno impresso una svolta che dovrà essere interpretata dal nuovo corso meloniano. Le domande in laguna veneta non sono poche. Lo storico risultato di Fratelli d’Italia a Venezia, così come in Friuli Venezia Giulia e in Trentino Alto Adige, comporterà un confronto che nella Lega potrebbe essere da resa dei conti. L’imposizione alla guida del Carroccio in Veneto di commissari provenienti dalla capitale lombarda ha prodotto un logoramento nella base e una perdita di entusiasmo di cui la campagna elettorale è stata testimone. Ecco perché in tanti sono in attesa di una prova di leadership da parte di Luca Zaia, il volto credibile anche all’estero del leghismo per invertire un trend che gli elettori hanno indicato con chiarezza. Il popolo si sposta per rimanere fermo nelle sue convinzioni. Per questo anche FdI deve essere consapevole che nessuna delega è una cambiale in bianco. Responsabilità è la parola d’ordine. A Roma come Venezia, Trieste e Trento.

Un travaso di voti straordinario. La Lega di lotta e governo crolla a Nord Est, soprattutto in Veneto, storica roccaforte. Fratelli d’Italia che nel 2018 totalizzò il 4,2% dei voti, anche dov’era nata la Liga Veneta nel Vicentino, fa un prodigioso balzo in avanti per merito di Giorgia Meloni e totalizza quasi il 33%, svuotando il Leone del Capitano che con il 14,67% è addirittura il terzo partito, superato anche dall’impalpabile Pd nazionale, che nel Veneto si attesta al 16%. Un risultato per la Lega deludente e in parte atteso, anche se non in queste proporzioni, e che imporrà una revisione di strategia al Carroccio che cinque anni fa raggiunse nella Serenissima più del 33%. Un voto negativo per il leghismo che rischia la subalternità a Fratelli d’Italia – ricordate il motto “padroni in casa nostra?” – e che dovrà cambiare traiettoria se vorrà risalire la corrente. La leadership di Matteo Salvini appare fragile agli occhi dei veneti. La bocciatura è sotto gli occhi di tutti. “È un dato epocale quello veneto”, osserva Giovanni Diamanti, acuto osservatore della realtà nordestina. E avrà conseguenze anche sull’obiettivo strategico della politica leghista, quell’Autonomia per la quale nel ’17 il 70% dei veneti si era espresso a favore. Che cosa accadrà adesso? Un partito centralista come Fratelli d’Italia ha il pallino del gioco governativo, ma dovrà fare i conti con un Sud che votando per il M5S ribadisce una vocazione alternativa. L’Autonomia entrerà nell’agenda di governo alla prima riunione del nuovo governo come prometteva Salvini quando si presentava come ministro degli Interni in pectore? La frustrazione che pervade i “veneti”, perché finora la grande riforma non è mai decollata, sarà acuita dalla vittoria del destra-centro oppure i meloniani sapranno davvero mettere mano alla riforma dello Stato caldeggiata anche dalle categorie economiche? Quest’ultime, a cominciare da Confindustria veneta, hanno sostenuto l’agenda Draghi uscita ammaccata dalle urne ma che sarà comunque indispensabile per non far deragliare il Paese. L’appoggio alla coppia Calenda-Renzi, ad esempio a Vicenza, ha ottenuto l’8,3%. Non poco. Gli endorsement dei leader degli industriali, a cominciare da Laura Dalla Vecchia di Vicenza, hanno fatto presa su parte di elettorato. Il tempo dirà quanto potrà crescere questa forza.

Questi interrogativi chiamano in causa il leader maximo veneto, quel Luca Zaia che rappresenta il volto moderato e pragmatico che tanto piace alla gente e alle categorie, che lo hanno investito di un consenso bulgaro alle regionali col 76% dei suffragi. Ma Zaia prende i voti perché rappresenta la società che lavora e produce Pil. Anche Renzi, per una breve stagione, seppe catalizzare quel mondo. Le urne, dunque, ci consegnano un volto diverso del consenso. Se il centrodestra rappresenta il volto moderato di una regione che storicamente non è mai stata conquistata dal centrosinistra, è altrettanto vero che le urne hanno impresso una svolta che dovrà essere interpretata dal nuovo corso meloniano. Le domande in laguna veneta non sono poche. Lo storico risultato di Fratelli d’Italia a Venezia, così come in Friuli Venezia Giulia e in Trentino Alto Adige, comporterà un confronto che nella Lega potrebbe essere da resa dei conti. L’imposizione alla guida del Carroccio in Veneto di commissari provenienti dalla capitale lombarda ha prodotto un logoramento nella base e una perdita di entusiasmo di cui la campagna elettorale è stata testimone. Ecco perché in tanti sono in attesa di una prova di leadership da parte di Luca Zaia, il volto credibile anche all’estero del leghismo per invertire un trend che gli elettori hanno indicato con chiarezza. Il popolo si sposta per rimanere fermo nelle sue convinzioni. Per questo anche FdI deve essere consapevole che nessuna delega è una cambiale in bianco. Responsabilità è la parola d’ordine. A Roma come Venezia, Trieste e Trento.

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