La fuffa di The Watcher

Il potere del telecomando è paragonabile a quello di uno scettro. Specie quando l’on demand è a costo forfaittario. Capisci che una serie non merita di andare oltre il secondo episodio e, senza troppi pentimenti, mandi alle ortiche 120 minuti circa, trascorsi senza che davvero si inneschi quel meccanismo per cui te la bevi in un pomeriggio intero, lasciando volare il tempo.
Con The Watcher, strombazzato ai quattro venti come capolavoro capace di mandare a letto la gente con la strizza, sono arrivato all’ultima puntata con un solo sentimento: la speranza. Speranza che prima o poi succedesse qualcosa e venisse narrato, senza che il tutto si riducesse a un pout pourri di cliché da apertura di tg americano, cucito male, sceneggiato peggio, senza un reale mordente. Ma con la capacità, per il suo no sense, di abiurare il potere del telecomando.
Uno studio fatto realizzare dalla stessa Netflix (black promotion?), rivela pubblicamente che The Watcher stia causando problemi a dormire agli spettatori. Quelli che hanno visto la serie hanno riportato di avere difficoltà a prendere sonno. E chi ce l’ha fatta è stato preda di incubi.
Lo stesso studio divulga un dato agghiacciante secondo il quale sarebbero cresciuti anche del 527% le ricerche per rimedi contro i problemi di insonnia durante la notte. Fossi l’AD di RedBull mi toccherei sotto.
Con la volontà di andare a fondo, Netflix si è affidata alla psicologa del sonno Katherine: «gli incubi sono prevalentemente causati dallo stress e i film horror sono specificatamente pensati per acuire le emozioni». Questo è ciò che divulgano nel report diffuso da ScreenRant.
A me sa tanto di operazione clamore: «Usano trucchi psicologici per creare illusioni di suspense e pericolo, il che provoca stress e ansia. Poi portiamo questo stress con noi a letto, facendo sì che il nostro cervello non sia in grado di rilassarsi e staccare la spina»- ha chiosato l’esperta.
I casi sono due: o la gente è troppo sensibile, o io non lo sono per niente. Perché rispetto all’horror, da Dario Argento in là, (Hitchcock nemmeno lo sto a scomodare), per farsela sotto c’è di meglio e di fatto meglio.
Non basta il fatto che la serie si basi su una storia vera per togliere il sonno, non bastano un cast o un regista entrambi strepitosi: il pastrocchio tra cosa è successo nella realtà e cosa è stato reso funzionale per il film è mal cucinato.
Protagonista di un incubo annunciato è la famiglia Broaddus, tormentata da uno stalker nel momento stesso in cui ha comprato casa. Nella realtà dei fatti, la coppia non si è mai veramente trasferita, ma la serie ha virato diversamente, collocando l’inquietudine dall’altro lato della strada ruspetto all’Osservatore. In The Watcher, i protagonisti Bobby Cannavale e Naomi Watts sono i Brannock, una famiglia che vive un autentico incubo dal momento in cui si trasferiscono in un idilliaco quartiere. Le interpretazioni sono incriticabili, su questo siamo pacifici. Anzi, proprio per la debolezza dello storytelling, emerge quanto bravi siano attori e registi che si sono alternati nel dirigere la macchina da presa.
Con American Horror story c’è è andata meglio. Con The Watcher Ryan Murphy, cade nella trappola del finire per creare situazioni fini a loro stesse che non verranno mai chiuse.
Di buono c’è la capacità di alimentare la tensione, anche nei momenti in cui la trama “cade”. Ma, seriamente, la spinta è appena sufficiente per andare avanti nell’attesa che succeda realmente qualcosa in grado di dare un senso a ciò che si trascina con evidenti forzature.
Il finale è stato riscritto appositamente, e questo è esplicitato. Ciò perché le serie hanno bisogno di un finale, mentre nella realtà il caso non è stato risolto. Il punto è che se avessero saputo gestire la narrazione, la serie poteva riflettere il senso del finale attraverso la percezione, senza mistificare ulteriormente e pro bono.
La scrittura stessa dei personaggi lascia a desiderare. La volontà di spiazzare lo spettatore attraverso comportamenti irrazionali, compulsivi e incoerenti rispetto alla storia, ti lascia a bocca aperta, ma della serie “ci sei o ci fai”. E l’unico messaggio che arriva, alla fine dei 7 episodi non è filosofico, né morale, ne psicologico, ma immobiliare. Se compri una casa, specie se è la casa dei sogni, prima del preliminare guarda chi saranno i tuoi vicini. Risparmi 7 puntate di una solfa inutile. 

Il potere del telecomando è paragonabile a quello di uno scettro. Specie quando l’on demand è a costo forfaittario. Capisci che una serie non merita di andare oltre il secondo episodio e, senza troppi pentimenti, mandi alle ortiche 120 minuti circa, trascorsi senza che davvero si inneschi quel meccanismo per cui te la bevi in un pomeriggio intero, lasciando volare il tempo.
Con The Watcher, strombazzato ai quattro venti come capolavoro capace di mandare a letto la gente con la strizza, sono arrivato all’ultima puntata con un solo sentimento: la speranza. Speranza che prima o poi succedesse qualcosa e venisse narrato, senza che il tutto si riducesse a un pout pourri di cliché da apertura di tg americano, cucito male, sceneggiato peggio, senza un reale mordente. Ma con la capacità, per il suo no sense, di abiurare il potere del telecomando.
Uno studio fatto realizzare dalla stessa Netflix (black promotion?), rivela pubblicamente che The Watcher stia causando problemi a dormire agli spettatori. Quelli che hanno visto la serie hanno riportato di avere difficoltà a prendere sonno. E chi ce l’ha fatta è stato preda di incubi.
Lo stesso studio divulga un dato agghiacciante secondo il quale sarebbero cresciuti anche del 527% le ricerche per rimedi contro i problemi di insonnia durante la notte. Fossi l’AD di RedBull mi toccherei sotto.
Con la volontà di andare a fondo, Netflix si è affidata alla psicologa del sonno Katherine: «gli incubi sono prevalentemente causati dallo stress e i film horror sono specificatamente pensati per acuire le emozioni». Questo è ciò che divulgano nel report diffuso da ScreenRant.
A me sa tanto di operazione clamore: «Usano trucchi psicologici per creare illusioni di suspense e pericolo, il che provoca stress e ansia. Poi portiamo questo stress con noi a letto, facendo sì che il nostro cervello non sia in grado di rilassarsi e staccare la spina»- ha chiosato l’esperta.
I casi sono due: o la gente è troppo sensibile, o io non lo sono per niente. Perché rispetto all’horror, da Dario Argento in là, (Hitchcock nemmeno lo sto a scomodare), per farsela sotto c’è di meglio e di fatto meglio.
Non basta il fatto che la serie si basi su una storia vera per togliere il sonno, non bastano un cast o un regista entrambi strepitosi: il pastrocchio tra cosa è successo nella realtà e cosa è stato reso funzionale per il film è mal cucinato.
Protagonista di un incubo annunciato è la famiglia Broaddus, tormentata da uno stalker nel momento stesso in cui ha comprato casa. Nella realtà dei fatti, la coppia non si è mai veramente trasferita, ma la serie ha virato diversamente, collocando l’inquietudine dall’altro lato della strada ruspetto all’Osservatore. In The Watcher, i protagonisti Bobby Cannavale e Naomi Watts sono i Brannock, una famiglia che vive un autentico incubo dal momento in cui si trasferiscono in un idilliaco quartiere. Le interpretazioni sono incriticabili, su questo siamo pacifici. Anzi, proprio per la debolezza dello storytelling, emerge quanto bravi siano attori e registi che si sono alternati nel dirigere la macchina da presa.
Con American Horror story c’è è andata meglio. Con The Watcher Ryan Murphy, cade nella trappola del finire per creare situazioni fini a loro stesse che non verranno mai chiuse.
Di buono c’è la capacità di alimentare la tensione, anche nei momenti in cui la trama “cade”. Ma, seriamente, la spinta è appena sufficiente per andare avanti nell’attesa che succeda realmente qualcosa in grado di dare un senso a ciò che si trascina con evidenti forzature.
Il finale è stato riscritto appositamente, e questo è esplicitato. Ciò perché le serie hanno bisogno di un finale, mentre nella realtà il caso non è stato risolto. Il punto è che se avessero saputo gestire la narrazione, la serie poteva riflettere il senso del finale attraverso la percezione, senza mistificare ulteriormente e pro bono.
La scrittura stessa dei personaggi lascia a desiderare. La volontà di spiazzare lo spettatore attraverso comportamenti irrazionali, compulsivi e incoerenti rispetto alla storia, ti lascia a bocca aperta, ma della serie “ci sei o ci fai”. E l’unico messaggio che arriva, alla fine dei 7 episodi non è filosofico, né morale, ne psicologico, ma immobiliare. Se compri una casa, specie se è la casa dei sogni, prima del preliminare guarda chi saranno i tuoi vicini. Risparmi 7 puntate di una solfa inutile. 

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