La Meloni punta a Chigi. Il piano di Salvini e B.

Oggi il vertice del centrodestra. Sul tavolo le regole per la premiership. Giorgia favorita, la Lega apre: “Sceglie chi ha più voti”. La mossa del Cav.

Se guardi da dentro il Palazzo, sembra solo un caos disperato. Centinaia di destini di singoli, dai leader di partito ai capibastone fino ai cosiddetti peones, tutti alla carica per una poltrona nel nuovo Parlamento, che s’è ristretto da mille a seicento posti sul furore anti-casta dei grillini prima maniera. Gli stessi che oggi farebbero carte false per cancellare la loro legge, che di fatto ne manderà a casa due terzi con tanti saluti. Ma se guardiamo il vertice di oggi del centrodestra, quello dove si affronterà il nodo della leadership e del candidato premier della triplice alleanza Berlusconi-Salvini-Meloni, diventata a trazione Fratelli d’Italia proprio in quest’ultima malaugurata legislatura, allora le cose cambiano. E fatta la tara ai pistolotti neocentristi dei vari Mastella, Toti, Casini, Renzi e chi più ne ha più ne metta (pur di non guardare in faccia la realtà, cioè il fatto che Giorgia Meloni prenderà il doppio dei voti degli alleati e sarà naturalmente la leader della nuova destra italiana, tirano fuori il governo Spadolini, il pleistocene della Prima Repubblica), c’è un dato: dopo Silvio Berlusconi che ha inventato il centrodestra nel 1994 e l’ha dominato fino alle dimissioni del 2010 da Palazzo Chigi su pressione della solita Europa delle carte bollate, dopo Matteo Salvini che nel 2018 aveva ipotecato la successione del Cavaliere e poi l’ha fatta evaporare in un paio d’anni sbagliandole tutte, è venuto il tempo di Giorgia. Classe ’77, prima donna in Italia a guidare un partito, sembra a tutti gli elettori del centrodestra l’unica novità di rilievo nel panorama. Piaccia o no, si dovrà fare i conti con lei. E piaccia o no, il vertice di oggi non servirà né a darsi delle regole, né a creare una strada alternativa. Avrà come unico scopo capire quanto Lega e Forza Italia – terrorizzate dall’ondata di cambiamento che la leadership di Giorgia porta con sé – saranno disposti a cercare di fermare l’acqua con le mani pur di non prendere atto della strada che la destra sta prendendo. Rischiando però, se prevarranno le passioni reazionarie dei big e delle vecchie glorie della fu Casa delle libertà, di sfasciare un’alleanza che sembra funzionare nei sondaggi e di perdere – come fece Pier Luigi Bersani nel 2013 – le elezioni che tutti i bookmaker danno per già vinte.

A dimostrare che sotto sotto Berlusconi, pur non gradendo la cosa, l’ha capito bene è il lancio in orbita di palazzo Chigi di Antonio Tajani, il fedelissimo vicepresidente di Fi, uomo tutto d’un pezzo, certo, ma agli occhi di tutti un portavoce composto del Capo, certamente privo del physique du role per competere con Giorgia.

Tattica, dunque. Secondo molti forzisti in pellegrinaggio fra Arcore e Villa Grande in queste ore, il timore di perdere voti al centro. Ma, dicono invece i più scafati amici del Cavaliere, un modo per frenare la corsa della Meloni, rallentarla, rendere questo passaggio obbligato un po’ più condiviso e ottenere dei bilanciamenti in cambio.

“Bilanciamenti”, aggiungono a via Bellerio, “che in tempi di voto anticipato significano posti in Parlamento”. Ed ecco che, se Silvio frena alla sua maniera, Matteo Salvini si gioca l’ultima grande chance di non vedersi soppiantato da Giorgia e di passare nella serie B della coalizione, lasciando la strada spianata ai suoi governatori – Luca Zaia e Massimiliano Fedriga in testa – di contestarne la leadership a voto concluso. Ecco che la tattica del leghista è opposta a quella del Cav. Salvini accetta la sfida, anzi lancia il duello: chi prende un voto in più – dice – indica il premier. E così facendo rinvia la sfida al 26 settembre, in pieno autunno, quando la Lega avrà un’arma in più di adesso. E cioè di fronte a una situazione parlamentare ambigua, dove la destra seppur vincente si trovasse in una situazione di numeri che necessita dell’appoggio convinto dell’area moderata, potrebbe vendere cara la pelle in cambio dell’appoggio definitivo al nome di Giorgia Meloni. In una specie di duello finale dove Salvini non sarebbe più lo sconfitto ma colui che ha reso possibile il vero superamento dello schema storico del centrodestra, quello che nel 2018 arrivò a un soffio dalla vittoria elettorale e dall’ingresso proprio del leader leghista a palazzo Chigi. Ingresso sfumato per qualche manciata di poltrone e poi mutato nell’esperienza del “governo del cambiamento”, la compagine gialloverde guidata da un allora sconosciuto avvocato di provincia, al secolo Giuseppe Conte e affidata ai due uomini forti di quella tornata elettorale: Luigi Di Maio e, appunto, Salvini. Ecco che lo schema potrebbe ripetersi e Salvini puntare a una vittoria con un doppio podio da secondo posto. Senza compiere di nuovo il medesimo errore e spingendo lui, a quel punto, contro il parere di Berlusconi, Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Per aprire la fase nuova della destra di governo.

Oggi il vertice del centrodestra. Sul tavolo le regole per la premiership. Giorgia favorita, la Lega apre: “Sceglie chi ha più voti”. La mossa del Cav.

Se guardi da dentro il Palazzo, sembra solo un caos disperato. Centinaia di destini di singoli, dai leader di partito ai capibastone fino ai cosiddetti peones, tutti alla carica per una poltrona nel nuovo Parlamento, che s’è ristretto da mille a seicento posti sul furore anti-casta dei grillini prima maniera. Gli stessi che oggi farebbero carte false per cancellare la loro legge, che di fatto ne manderà a casa due terzi con tanti saluti. Ma se guardiamo il vertice di oggi del centrodestra, quello dove si affronterà il nodo della leadership e del candidato premier della triplice alleanza Berlusconi-Salvini-Meloni, diventata a trazione Fratelli d’Italia proprio in quest’ultima malaugurata legislatura, allora le cose cambiano. E fatta la tara ai pistolotti neocentristi dei vari Mastella, Toti, Casini, Renzi e chi più ne ha più ne metta (pur di non guardare in faccia la realtà, cioè il fatto che Giorgia Meloni prenderà il doppio dei voti degli alleati e sarà naturalmente la leader della nuova destra italiana, tirano fuori il governo Spadolini, il pleistocene della Prima Repubblica), c’è un dato: dopo Silvio Berlusconi che ha inventato il centrodestra nel 1994 e l’ha dominato fino alle dimissioni del 2010 da Palazzo Chigi su pressione della solita Europa delle carte bollate, dopo Matteo Salvini che nel 2018 aveva ipotecato la successione del Cavaliere e poi l’ha fatta evaporare in un paio d’anni sbagliandole tutte, è venuto il tempo di Giorgia. Classe ’77, prima donna in Italia a guidare un partito, sembra a tutti gli elettori del centrodestra l’unica novità di rilievo nel panorama. Piaccia o no, si dovrà fare i conti con lei. E piaccia o no, il vertice di oggi non servirà né a darsi delle regole, né a creare una strada alternativa. Avrà come unico scopo capire quanto Lega e Forza Italia – terrorizzate dall’ondata di cambiamento che la leadership di Giorgia porta con sé – saranno disposti a cercare di fermare l’acqua con le mani pur di non prendere atto della strada che la destra sta prendendo. Rischiando però, se prevarranno le passioni reazionarie dei big e delle vecchie glorie della fu Casa delle libertà, di sfasciare un’alleanza che sembra funzionare nei sondaggi e di perdere – come fece Pier Luigi Bersani nel 2013 – le elezioni che tutti i bookmaker danno per già vinte.

A dimostrare che sotto sotto Berlusconi, pur non gradendo la cosa, l’ha capito bene è il lancio in orbita di palazzo Chigi di Antonio Tajani, il fedelissimo vicepresidente di Fi, uomo tutto d’un pezzo, certo, ma agli occhi di tutti un portavoce composto del Capo, certamente privo del physique du role per competere con Giorgia.

Tattica, dunque. Secondo molti forzisti in pellegrinaggio fra Arcore e Villa Grande in queste ore, il timore di perdere voti al centro. Ma, dicono invece i più scafati amici del Cavaliere, un modo per frenare la corsa della Meloni, rallentarla, rendere questo passaggio obbligato un po’ più condiviso e ottenere dei bilanciamenti in cambio.

“Bilanciamenti”, aggiungono a via Bellerio, “che in tempi di voto anticipato significano posti in Parlamento”. Ed ecco che, se Silvio frena alla sua maniera, Matteo Salvini si gioca l’ultima grande chance di non vedersi soppiantato da Giorgia e di passare nella serie B della coalizione, lasciando la strada spianata ai suoi governatori – Luca Zaia e Massimiliano Fedriga in testa – di contestarne la leadership a voto concluso. Ecco che la tattica del leghista è opposta a quella del Cav. Salvini accetta la sfida, anzi lancia il duello: chi prende un voto in più – dice – indica il premier. E così facendo rinvia la sfida al 26 settembre, in pieno autunno, quando la Lega avrà un’arma in più di adesso. E cioè di fronte a una situazione parlamentare ambigua, dove la destra seppur vincente si trovasse in una situazione di numeri che necessita dell’appoggio convinto dell’area moderata, potrebbe vendere cara la pelle in cambio dell’appoggio definitivo al nome di Giorgia Meloni. In una specie di duello finale dove Salvini non sarebbe più lo sconfitto ma colui che ha reso possibile il vero superamento dello schema storico del centrodestra, quello che nel 2018 arrivò a un soffio dalla vittoria elettorale e dall’ingresso proprio del leader leghista a palazzo Chigi. Ingresso sfumato per qualche manciata di poltrone e poi mutato nell’esperienza del “governo del cambiamento”, la compagine gialloverde guidata da un allora sconosciuto avvocato di provincia, al secolo Giuseppe Conte e affidata ai due uomini forti di quella tornata elettorale: Luigi Di Maio e, appunto, Salvini. Ecco che lo schema potrebbe ripetersi e Salvini puntare a una vittoria con un doppio podio da secondo posto. Senza compiere di nuovo il medesimo errore e spingendo lui, a quel punto, contro il parere di Berlusconi, Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Per aprire la fase nuova della destra di governo.

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