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Attualità

La riforma della giustizia realizzerà la parità di genere

di Redazione -


di Sen. Avv. Susanna Donatella Campione
Componente commissione giustizia e
Componente commissione bicamerale femminicidio

Nel dibattito sul referendum relativo alla riforma della giustizia, tra le argomentazioni a sostegno del “No” è emerso, inaspettatamente, anche il tema del presunto carattere antifemminista del provvedimento. Una tesi che ha acceso la discussione tra il fronte del NO e i sostenitori del SÌ, sollevando interrogativi sulla tutela dei diritti delle donne all’interno del sistema giudiziario.

Secondo alcuni sostenitori del No alla riforma la separazione delle carriere e la creazione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura — uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri — rischierebbe di trasformare questi ultimi in una sorta di “superpoliziotti”, indebolendo al contempo l’autonomia della funzione giurisdizionale a vantaggio dell’esecutivo. Ne deriverebbe il rischio che nelle procure i diritti delle donne verrebbero considerati di secondo piano.
Una tesi che, tuttavia, presenta elementi di contraddizione: se il pubblico ministero acquisisse maggiori poteri, come potrebbe contemporaneamente perderli a favore dell’esecutivo? E con l’attenzione che oggi le procure pongono sulla violenza di genere come potrebbero improvvisamente i reati contro le donne essere considerati di serie B?

La questione semmai va esaminata sotto il profilo della rappresentanza di genere, un nodo che appare tutt’altro che risolto. Le correnti interne al CSM, che incidono su nomine, valutazioni professionali e procedimenti disciplinari, risultano di fatto dominate da uomini. Un sistema che tende a riprodurre se stesso, favorendo dinamiche di cooptazione e penalizzando la presenza femminile nei ruoli apicali. Non a caso, nella storia dell’organo non si è mai registrata una vicepresidente donna, nonostante la presenza femminile in magistratura sia oggi numericamente superiore a quella maschile.

In questo contesto, il sorteggio dei componenti del CSM è sicuramente uno strumento correttivo. Riducendo significativamente l’azione delle correnti che limitano la presenza femminile, l’estrazione a sorte dei componenti del CSM faciliterebbe l’accesso alle donne, aprendo le porte anche alle più giovani e soprattutto a coloro che non fanno parte di correnti, permettendo loro di partecipare al governo autonomo della magistratura e contribuendo a riequilibrare la loro rappresentanza.

Un’ultima considerazione: l’unificazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri risale al 1941, quando il ministro della Giustizia Grandi la adottò per rispondere al modello statale fascista fortemente centralizzato. Un’eredità che oggi pesa sia sul piano della terzietà del giudice stabilita dall’art. 111 della Costituzione, sia sul piano della parità di genere. Sono sicure le femministe che sostengono il NO alla riforma di voler conservare un retaggio così “patriarcale?”


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