La strana coppia 

Non si è mai lontani abbastanza per trovarsi. E seppure Mario e Giorgia, all’apparenza, sembrano la strana coppia della politica, nel profondo condividono esperienze comuni e un’educazione che li ha uniti.

Lei all’opposizione nel governo guidato dall’ex governato della Bce, ma più disponibile con il premier degli stessi componenti dell’esecutivo. Lui che comincia a capire che dietro quella donna c’è sostanza, uno spessore politico che non hanno nemmeno i Soloni dei partiti dell’intellighenzia.

E così, senza quasi accorgersene, come due anime che si accarezzano, tra Draghi e Meloni scatta qualcosa: inizia una corrispondenza d’amorosi sensi che si concretizza in almeno una telefonata a settimana negli ultimi mesi. Conversazioni e incontri in cui Giorgia rassicura Mario sulla fedeltà di Fratelli d’Italia a votare i provvedimenti necessari per il bene degli italiani. E Draghi vede in quella donna qualcosa di più di un semplice leader di un partito populista.

Allora la consiglia, dà all’allieva lezioni di politica internazionale, sempre più persuaso che potrebbe essere lei a raccogliere l’eredità di un’esperienza breve ma intensa, durante la quale il premier ha dovuto gestire la pandemia e rassicurare l’Europa sulla credibilità dell’Italia.

Il presidente del Consiglio uscente lo aveva previsto che la Meloni aveva tutte le carte in regola per uscire vincente dalle urne ed era ben consapevole che non sarebbe bastato il consueto passaggio di consegne a Palazzo Chigi: il rito della campanella, in realtà, si sarebbe consumato in Ue, dove avrebbero potuto ballare i fondi del Pnrr e presentarsi lo spettro dello scostamento di bilancio, misura più volte evocata da Matteo Salvini e da quell’area meno europeista del centrodestra.

Il banchiere, che a febbraio del 1992 era nella stanza di Maastricht quando nacque l’euro, sapeva di non poter rischiare scossoni con Bruxelles. D’altronde, da numero uno della Bce, aveva fatto “tutto il necessario, whatever it takes, per preservare l’euro”: queste le sue parole rimaste nella storia. Un gioco da ragazzi, per uno come lui, prendere la Meloni sotto la sua ala protettrice e accreditarla nel gotha dell’Ue. La stessa leader di Fdi non si è sottratta agli insegnamenti di Mario, tanto che, all’improvviso, si è trasformata nell’immagine e nella comunicazione. Dalla scelta degli abiti, sempre più su toni tenui del verde che richiamano alla mente lo stile di Angela Merkel, al volume della voce, più pacato e al tempo stesso sicuro.

Ovviamente i temi importanti della politica interna e internazionale, con un graduale rafforzamento della reputazione della futura premier sia sul versante Occidentale per i rapporti con gli Usa, sia sul fronte Orientale, con l’appoggio all’Ucraina tanto caro a Draghi. Giorgia e Mario, anche se negano, oggi camminano insieme, in uno sorta di patto d’acciaio che li vede in sintonia pure sulla scelta della squadra di governo.

La Meloni non vuole sbagliare i nomi e vuole essere inattaccabile, a costo di lasciare fuori elementi controversi. La sua parola d’ordine è responsabilità, un concetto tipico dell’ex Bce, non certo della pasionaria della Garbatella.

Probabilmente i due sono arrivati a un punto comune perché hanno un vissuto ricco di punti di contatto. Entrambi timidi fin da ragazzi, forse perché cresciuti senza padre, lui cercava la sicurezza sfoggiando una lunga chioma, lei ha combattuto contro l’obesità. Mario a scuola dai gesuiti, con gli insegnamenti di Sant’Ignazio di Loyola sul servire la visione di Dio: todo modo, che in inglese è appunto whatever it takes. Lei con quel Dio, patria e famiglia svuotato dalla valenza nostalgica e messo al servizio del partito che si fa famiglia. Tanti fratelli, ma senza padre.

E oggi quel genitore potrebbe essere Draghi, che con la nuova premier in Italia potrebbe tornare a occupare un posto di rilievo in Ue per fare da sponda alla Meloni. In attesa che si liberi la poltrona del Quirinale.

Non si è mai lontani abbastanza per trovarsi. E seppure Mario e Giorgia, all’apparenza, sembrano la strana coppia della politica, nel profondo condividono esperienze comuni e un’educazione che li ha uniti.

Lei all’opposizione nel governo guidato dall’ex governato della Bce, ma più disponibile con il premier degli stessi componenti dell’esecutivo. Lui che comincia a capire che dietro quella donna c’è sostanza, uno spessore politico che non hanno nemmeno i Soloni dei partiti dell’intellighenzia.

E così, senza quasi accorgersene, come due anime che si accarezzano, tra Draghi e Meloni scatta qualcosa: inizia una corrispondenza d’amorosi sensi che si concretizza in almeno una telefonata a settimana negli ultimi mesi. Conversazioni e incontri in cui Giorgia rassicura Mario sulla fedeltà di Fratelli d’Italia a votare i provvedimenti necessari per il bene degli italiani. E Draghi vede in quella donna qualcosa di più di un semplice leader di un partito populista.

Allora la consiglia, dà all’allieva lezioni di politica internazionale, sempre più persuaso che potrebbe essere lei a raccogliere l’eredità di un’esperienza breve ma intensa, durante la quale il premier ha dovuto gestire la pandemia e rassicurare l’Europa sulla credibilità dell’Italia.

Il presidente del Consiglio uscente lo aveva previsto che la Meloni aveva tutte le carte in regola per uscire vincente dalle urne ed era ben consapevole che non sarebbe bastato il consueto passaggio di consegne a Palazzo Chigi: il rito della campanella, in realtà, si sarebbe consumato in Ue, dove avrebbero potuto ballare i fondi del Pnrr e presentarsi lo spettro dello scostamento di bilancio, misura più volte evocata da Matteo Salvini e da quell’area meno europeista del centrodestra.

Il banchiere, che a febbraio del 1992 era nella stanza di Maastricht quando nacque l’euro, sapeva di non poter rischiare scossoni con Bruxelles. D’altronde, da numero uno della Bce, aveva fatto “tutto il necessario, whatever it takes, per preservare l’euro”: queste le sue parole rimaste nella storia. Un gioco da ragazzi, per uno come lui, prendere la Meloni sotto la sua ala protettrice e accreditarla nel gotha dell’Ue. La stessa leader di Fdi non si è sottratta agli insegnamenti di Mario, tanto che, all’improvviso, si è trasformata nell’immagine e nella comunicazione. Dalla scelta degli abiti, sempre più su toni tenui del verde che richiamano alla mente lo stile di Angela Merkel, al volume della voce, più pacato e al tempo stesso sicuro.

Ovviamente i temi importanti della politica interna e internazionale, con un graduale rafforzamento della reputazione della futura premier sia sul versante Occidentale per i rapporti con gli Usa, sia sul fronte Orientale, con l’appoggio all’Ucraina tanto caro a Draghi. Giorgia e Mario, anche se negano, oggi camminano insieme, in uno sorta di patto d’acciaio che li vede in sintonia pure sulla scelta della squadra di governo.

La Meloni non vuole sbagliare i nomi e vuole essere inattaccabile, a costo di lasciare fuori elementi controversi. La sua parola d’ordine è responsabilità, un concetto tipico dell’ex Bce, non certo della pasionaria della Garbatella.

Probabilmente i due sono arrivati a un punto comune perché hanno un vissuto ricco di punti di contatto. Entrambi timidi fin da ragazzi, forse perché cresciuti senza padre, lui cercava la sicurezza sfoggiando una lunga chioma, lei ha combattuto contro l’obesità. Mario a scuola dai gesuiti, con gli insegnamenti di Sant’Ignazio di Loyola sul servire la visione di Dio: todo modo, che in inglese è appunto whatever it takes. Lei con quel Dio, patria e famiglia svuotato dalla valenza nostalgica e messo al servizio del partito che si fa famiglia. Tanti fratelli, ma senza padre.

E oggi quel genitore potrebbe essere Draghi, che con la nuova premier in Italia potrebbe tornare a occupare un posto di rilievo in Ue per fare da sponda alla Meloni. In attesa che si liberi la poltrona del Quirinale.

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