La vendetta di Giorgia. Così Guido Crosetto sfidò la burokrazia

Una vecchia favola romena racconta che, quando divenne principe di Valacchia, Vlad Tepes Dracula volle incontrare tutti i boiardi del regno. Chiese a ognuno di loro quanti signori avessero servito prima di lui. Ognuno si vantava di essere stato alle dipendenze di diversi reali, qualcuno ne citò otto, i più anziani addirittura dieci. Dracula, a quel punto, li fece incarcerare e uccidere tutti: avevano servito troppi padroni perché potessero essergli fedeli e leali. Lo spoil system, al di là degli aspetti truculenti e mitici del racconto, trova le sue ragioni nella considerazione del principe che ha bisogno di uomini suoi, o comunque fidati e affidabili, per far funzionare al meglio la macchina del potere che intende guidare.
Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi da qualche mese ma la forza della burocrazia di Stato l’ha già sperimentata. Come è accaduto con il decreto Rave, che doveva essere la risposta pronta e decisa a un problema che aveva assunto rilevanza pubblica e che, invece, s’è infranto contro gli scogli delle lungaggini. A differenza di chi l’ha preceduta (da An in poi) e di chi le sta accanto (che preferirebbe abbozzare…), Meloni non ha la minima intenzione di passare cinque anni a Palazzo senza poter toccare palla. Anche perché le partite sono importantissime e ne va del futuro stesso del Paese. Uno dei grandi errori della destra, nonostante sia stata al governo e sia stata una delle forze politiche fondatrici della Seconda Repubblica, è stato quello di non essere riuscita a lasciare la minima traccia di sé. Specialmente all’interno delle piante organiche delle burocrazie dei Palazzi che contano. Cosa che, invece, è riuscita benissimo al centrosinistra che, anzi, ha capitalizzato al meglio le eredità politiche da cui proviene: quella ex comunista e quella della Dc di base, cioè dei democristiani di sinistra. La destra ha un grande problema, notorio, di classe dirigente, che non è fatto solo di politici, con il quale Meloni deve fare i conti. E ambisce a risolvere. Però lei è la premier e non può certo lanciarsi in un corpo a corpo contro uno dei poteri dello Stato, quello dei burocrati o, come si dice adesso, specialmente negli ambienti più vicini ai conservatori americani a cui Meloni si ispira, del Deep State.
Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare. E scende in campo Guido Crosetto. È con lei dall’inizio, da quando insieme (erano ancora i tempi del Pdl sopra il 40% dei consensi), sfidarono la leadership di Silvio Berlusconi (che non gliela ha mai perdonata, almeno a Meloni). E’ tra i pochi in Fdi a non poter essere attaccato in nome dell’antifasciamo. Crosetto, intervistato da Il Messaggero, s’è lanciato con il “machete” contro la burokrazia romana: “Non si può pensare di fare politiche nuove e diverse, se nei posti chiave tieni funzionari che hanno mentalità vecchie o servono ideologie di cui noi rappresentiamo l’alternativa. Il machete? Contro chi nelle amministrazioni pubbliche si è contraddistinto per la capacità di dire no e di perdere tempo. Se non mandiamo via queste persone, facciamo un danno al Paese. E noi non abbiamo vinto le elezioni per danneggiare l’Italia”. Nonostante il machete, a differenza del tenebroso principe di Valacchia, Crosetto non vuol fare la pelle a nessuno. E si affida a un alleato inesorabile, il tempo: “Non è facile sostituire le burocrazie esistenti. Perché alcune persone sono di grande valore e perché la macchina amministrativa deve andare avanti, non puoi fermarti mandando via funzionari di cui non ti fidi o hanno idee diverse dalle tue. Ci vuole un po’ di tempo”. Per il ministro della difesa è questione di coraggio: “Bisogna averlo per fare queste scelte, mentre in alcuni ministeri c’è il timore di prendere decisioni che vanno prese per rimettere in moto il Paese”.
Una vecchia favola romena racconta che, quando divenne principe di Valacchia, Vlad Tepes Dracula volle incontrare tutti i boiardi del regno. Chiese a ognuno di loro quanti signori avessero servito prima di lui. Ognuno si vantava di essere stato alle dipendenze di diversi reali, qualcuno ne citò otto, i più anziani addirittura dieci. Dracula, a quel punto, li fece incarcerare e uccidere tutti: avevano servito troppi padroni perché potessero essergli fedeli e leali. Lo spoil system, al di là degli aspetti truculenti e mitici del racconto, trova le sue ragioni nella considerazione del principe che ha bisogno di uomini suoi, o comunque fidati e affidabili, per far funzionare al meglio la macchina del potere che intende guidare.
Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi da qualche mese ma la forza della burocrazia di Stato l’ha già sperimentata. Come è accaduto con il decreto Rave, che doveva essere la risposta pronta e decisa a un problema che aveva assunto rilevanza pubblica e che, invece, s’è infranto contro gli scogli delle lungaggini. A differenza di chi l’ha preceduta (da An in poi) e di chi le sta accanto (che preferirebbe abbozzare…), Meloni non ha la minima intenzione di passare cinque anni a Palazzo senza poter toccare palla. Anche perché le partite sono importantissime e ne va del futuro stesso del Paese. Uno dei grandi errori della destra, nonostante sia stata al governo e sia stata una delle forze politiche fondatrici della Seconda Repubblica, è stato quello di non essere riuscita a lasciare la minima traccia di sé. Specialmente all’interno delle piante organiche delle burocrazie dei Palazzi che contano. Cosa che, invece, è riuscita benissimo al centrosinistra che, anzi, ha capitalizzato al meglio le eredità politiche da cui proviene: quella ex comunista e quella della Dc di base, cioè dei democristiani di sinistra. La destra ha un grande problema, notorio, di classe dirigente, che non è fatto solo di politici, con il quale Meloni deve fare i conti. E ambisce a risolvere. Però lei è la premier e non può certo lanciarsi in un corpo a corpo contro uno dei poteri dello Stato, quello dei burocrati o, come si dice adesso, specialmente negli ambienti più vicini ai conservatori americani a cui Meloni si ispira, del Deep State.
Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare. E scende in campo Guido Crosetto. È con lei dall’inizio, da quando insieme (erano ancora i tempi del Pdl sopra il 40% dei consensi), sfidarono la leadership di Silvio Berlusconi (che non gliela ha mai perdonata, almeno a Meloni). E’ tra i pochi in Fdi a non poter essere attaccato in nome dell’antifasciamo. Crosetto, intervistato da Il Messaggero, s’è lanciato con il “machete” contro la burokrazia romana: “Non si può pensare di fare politiche nuove e diverse, se nei posti chiave tieni funzionari che hanno mentalità vecchie o servono ideologie di cui noi rappresentiamo l’alternativa. Il machete? Contro chi nelle amministrazioni pubbliche si è contraddistinto per la capacità di dire no e di perdere tempo. Se non mandiamo via queste persone, facciamo un danno al Paese. E noi non abbiamo vinto le elezioni per danneggiare l’Italia”. Nonostante il machete, a differenza del tenebroso principe di Valacchia, Crosetto non vuol fare la pelle a nessuno. E si affida a un alleato inesorabile, il tempo: “Non è facile sostituire le burocrazie esistenti. Perché alcune persone sono di grande valore e perché la macchina amministrativa deve andare avanti, non puoi fermarti mandando via funzionari di cui non ti fidi o hanno idee diverse dalle tue. Ci vuole un po’ di tempo”. Per il ministro della difesa è questione di coraggio: “Bisogna averlo per fare queste scelte, mentre in alcuni ministeri c’è il timore di prendere decisioni che vanno prese per rimettere in moto il Paese”.
Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli