La Waterloo del 25 settembre e quella facile regola per non perdere

di Gennaro Migliore

“È facile smettere di perdere, se sai come farlo”. Ed è da questa banale considerazione che i riformisti dovrebbero ripartire dopo la Waterloo del 25 settembre. Di fronte al disastroso inizio del “primo governo eletto dagli italiani”, tra una ricorsa tra i boschi ignari dei raver e una indecente esibizione di muscoli di fronte a poche decine di migranti naufraghi, stretti tra un’inflazione che galoppa a due cifre e, modestamente, ossequiosi nei confronti dei vincoli europei, la destra-destra si ritrova subito a fare i conti con le prossime elezioni regionali: Lombardia, Lazio e Friuli Venezia Giulia. Lasciamo da parte la regione autonoma, il cui presidente Fedriga appare predestinato al bis. Mi concentrerei sulle due più popolose regioni italiane, che da sole valgono quindici milioni di abitanti e più di un terzo del Pil nazionale. In Lombardia governa ininterrottamente la destra dal 1994 e ogni tentativo di scalfire il loro fortino è stato trattato come una fastidiosa incombenza burocratica. Tanto è stata disinvolta la supremazia della destra che si sono potuti permettere il lusso di candidare e far vincere una figura scialba come Fontana. Nel Lazio l’ultima vittoria era valsa a Nicola Zingaretti addirittura la patente di salvatore della patria, dopo la debacle delle politiche del 2018, e fino alla sua breve ascesa alla segreteria del Pd e alla declamazione del rutilante “campo largo” ispirato da Bettini. Questo lo stato dei fatti. Oggi la destra non può far altro che ricandidare Fontana in Lombardia e non sa ancora cosa fare nel Lazio. Parrebbe una occasione unica. A maggior ragione se l’assessore più autorevole della giunta lombarda, Letizia Moratti, sbatte la porta e si candida alla guida di quella regione. Non la sbatte piano, perché denuncia la mediocrità dell’azione di governo di Fontana e si oppone alla scelta sciagurata di far rientrare i medici novax. Insomma, una frattura maturata sul capitolo più rilevante della nostra contemporaneità, la pandemia, che però le anime belle del Pd lombardo archiviano, tirando fuori candidati che non si candidano e ricordando che la Moratti è stata una esponente del centrodestra. Ma va!? Mica ce ne eravamo accorti! Del resto quando il Pd candidò Beatrice Lorenzin e Pierferdinando Casini (facendo per altro benissimo!), misconosceva il loro passato. Insomma, quando la destra si spacca, su temi che il centrosinistra condivide, si badi bene, la risposta frettolosa è dire “no”. Storia diversa, ma altrettanto surreale, quella della candidatura di Alessio D’Amato, stimatissimo assessore alla sanità, che ha guidato con lucidità e competenza il momento più buio della pandemia. Qui le difficoltà stanno sul piano politico, leggasi l’incredibile corteggiamento al partito di Conte, e su quello interno, con le correnti indisponibili a subire un candidato del Pd, che ha detto di essere disposto alle primarie, per di più capace ma che ha poco frequentato i circoli dei capicorrente. Conte, intanto, si è sfilato sul termovalorizzzatore a Roma, pensando che se il centrosinistra perdesse alle regionali la sua OPA ostile piomberà nel mezzo del congresso Pd. Eppure la narrazione parallela sarebbe perfetta; infatti i due assessori che hanno retto la sanità, che sono stati i più vicini ai cittadini, che possono esibire competenza e esperienza, potrebbero essere non solo vincenti, ma anche espressione di un nuovo modo di selezionare la classe dirigente del paese. Basta saperlo fare. Si potrebbe addirittura ritornare a vincere.

di Gennaro Migliore

“È facile smettere di perdere, se sai come farlo”. Ed è da questa banale considerazione che i riformisti dovrebbero ripartire dopo la Waterloo del 25 settembre. Di fronte al disastroso inizio del “primo governo eletto dagli italiani”, tra una ricorsa tra i boschi ignari dei raver e una indecente esibizione di muscoli di fronte a poche decine di migranti naufraghi, stretti tra un’inflazione che galoppa a due cifre e, modestamente, ossequiosi nei confronti dei vincoli europei, la destra-destra si ritrova subito a fare i conti con le prossime elezioni regionali: Lombardia, Lazio e Friuli Venezia Giulia. Lasciamo da parte la regione autonoma, il cui presidente Fedriga appare predestinato al bis. Mi concentrerei sulle due più popolose regioni italiane, che da sole valgono quindici milioni di abitanti e più di un terzo del Pil nazionale. In Lombardia governa ininterrottamente la destra dal 1994 e ogni tentativo di scalfire il loro fortino è stato trattato come una fastidiosa incombenza burocratica. Tanto è stata disinvolta la supremazia della destra che si sono potuti permettere il lusso di candidare e far vincere una figura scialba come Fontana. Nel Lazio l’ultima vittoria era valsa a Nicola Zingaretti addirittura la patente di salvatore della patria, dopo la debacle delle politiche del 2018, e fino alla sua breve ascesa alla segreteria del Pd e alla declamazione del rutilante “campo largo” ispirato da Bettini. Questo lo stato dei fatti. Oggi la destra non può far altro che ricandidare Fontana in Lombardia e non sa ancora cosa fare nel Lazio. Parrebbe una occasione unica. A maggior ragione se l’assessore più autorevole della giunta lombarda, Letizia Moratti, sbatte la porta e si candida alla guida di quella regione. Non la sbatte piano, perché denuncia la mediocrità dell’azione di governo di Fontana e si oppone alla scelta sciagurata di far rientrare i medici novax. Insomma, una frattura maturata sul capitolo più rilevante della nostra contemporaneità, la pandemia, che però le anime belle del Pd lombardo archiviano, tirando fuori candidati che non si candidano e ricordando che la Moratti è stata una esponente del centrodestra. Ma va!? Mica ce ne eravamo accorti! Del resto quando il Pd candidò Beatrice Lorenzin e Pierferdinando Casini (facendo per altro benissimo!), misconosceva il loro passato. Insomma, quando la destra si spacca, su temi che il centrosinistra condivide, si badi bene, la risposta frettolosa è dire “no”. Storia diversa, ma altrettanto surreale, quella della candidatura di Alessio D’Amato, stimatissimo assessore alla sanità, che ha guidato con lucidità e competenza il momento più buio della pandemia. Qui le difficoltà stanno sul piano politico, leggasi l’incredibile corteggiamento al partito di Conte, e su quello interno, con le correnti indisponibili a subire un candidato del Pd, che ha detto di essere disposto alle primarie, per di più capace ma che ha poco frequentato i circoli dei capicorrente. Conte, intanto, si è sfilato sul termovalorizzzatore a Roma, pensando che se il centrosinistra perdesse alle regionali la sua OPA ostile piomberà nel mezzo del congresso Pd. Eppure la narrazione parallela sarebbe perfetta; infatti i due assessori che hanno retto la sanità, che sono stati i più vicini ai cittadini, che possono esibire competenza e esperienza, potrebbero essere non solo vincenti, ma anche espressione di un nuovo modo di selezionare la classe dirigente del paese. Basta saperlo fare. Si potrebbe addirittura ritornare a vincere.

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