L’altro Iran

A oltre 40 giorni dalla scomparsa di Mahsa Amini, la ragazza curda morta ingiustamente per mano della polizia morale islamica, l’ondata di ribellione in Iran non accenna a fermarsi, anzi.
La notte tra mercoledì e giovedì è stata una delle più cruente dall’inizio delle sommosse.

Decine di migliaia di persone sono scese in piazza in tutte le principali città del paese dopo che nella serata del 26 ottobre, una vasta folla in lutto ha marciato verso il cimitero di Aichi, a Saqqez, dove è sepolta la giovane Mahsa, battendo le mani, gridando e suonando i clacson delle auto, fino a intasare completamente l’autostrada per 8 km, dal confine della città fino al cimitero.
“Le forze di sicurezza hanno sparato gas lacrimogeni e aperto il fuoco sulle persone in piazza Zindan, nella città di Saqqez”, ha twittato Hengaw Human Rights Organization, un gruppo con sede in Norvegia che monitora le violazioni dei diritti nelle regioni curde dell’Iran. Tutt’ora il numero delle vittime non è noto.

Dove arriva la repressione violenta arriva anche la censura, e proprio a Saqqez, a tutti i cittadini è stato immediatamente bloccato l’accesso a Internet “per motivi di sicurezza”.

A Teheran, la capitale, sono stati appiccati fuochi in strada, mentre centinaia di persone marciavano e manifestavano cantando slogan quali “Morte al dittatore”.
Nel quartiere Gomrok di Mahabad, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale, dopo che una delle stazioni di polizia della città è stata circondata, le forze governative hanno sparato sulla folla finendo per uccidere un uomo curdo, ha fatto sapere sempre Hengaw.

“Un giovane curdo è stato ucciso dal fuoco diretto delle forze di sicurezza iraniane” si legge su Twitter. “Questo giovane è stato colpito alla fronte”.
“I manifestanti hanno circondato anche una base della milizia Basij a Sanandaj, nella provincia del Kurdistan, appiccando incendi e respingendo la polizia” ha aggiunto Hengaw. Scene simili sono state registrate nella città di Ilam, vicino al confine occidentale dell’Iran con l’Iraq.

Anche altre città, come Andimeshk e Borujerd a ovest, e Lahijan, vicino al Mar Caspio a nord, sono state teatro di un riacuirsi delle proteste.
Secondo l’organizzazione norvegese, in una sola notte di tumulti, nelle città della regione più di 50 civili sono stati feriti dagli spari. Tra i responsabili, Ismail Zarei Koosha, governatore della regione del Kurdistan, nel nordovest del paese.
Secondo Iran Human Rights, un’altra Ong norvegese, almeno 234 manifestanti, inclusi 29 bambini, sono stati uccisi finora dalle forze di sicurezza durante le repressioni.

Nel frattempo, i leader iraniani hanno descritto i disordini come “rivolte” fomentate dagli stranieri che non faranno altro che aprire la strada al terrorismo, che in effetti non si è fatto attendere. Ieri, almeno 15 pellegrini sono rimasti uccisi in un attacco compiuto da terroristi armati in un luogo di culto sciita, il mausoleo di Shah Cheragh a Shiraz, nell’Iran sud-centrale. L’Isis ha subito rivendicato l’attentato. L’agenzia Mehr News ha parlato di circa 40 persone rimaste ferite nell’attacco, compiuto per mano di aggressori “takfiri”, cioè miscredenti, secondo una parola usata dai funzionari dell’Iran musulmano sciita per definire i gruppi islamici sunniti armati. L’ayatollah Khamenei ha dichiarato:“Puniremo gli autori di questo tragico crimine, condividiamo tutti il dovere di infliggere un colpo al nemico guerrafondaio”.

A oltre 40 giorni dalla scomparsa di Mahsa Amini, la ragazza curda morta ingiustamente per mano della polizia morale islamica, l’ondata di ribellione in Iran non accenna a fermarsi, anzi.
La notte tra mercoledì e giovedì è stata una delle più cruente dall’inizio delle sommosse.

Decine di migliaia di persone sono scese in piazza in tutte le principali città del paese dopo che nella serata del 26 ottobre, una vasta folla in lutto ha marciato verso il cimitero di Aichi, a Saqqez, dove è sepolta la giovane Mahsa, battendo le mani, gridando e suonando i clacson delle auto, fino a intasare completamente l’autostrada per 8 km, dal confine della città fino al cimitero.
“Le forze di sicurezza hanno sparato gas lacrimogeni e aperto il fuoco sulle persone in piazza Zindan, nella città di Saqqez”, ha twittato Hengaw Human Rights Organization, un gruppo con sede in Norvegia che monitora le violazioni dei diritti nelle regioni curde dell’Iran. Tutt’ora il numero delle vittime non è noto.

Dove arriva la repressione violenta arriva anche la censura, e proprio a Saqqez, a tutti i cittadini è stato immediatamente bloccato l’accesso a Internet “per motivi di sicurezza”.

A Teheran, la capitale, sono stati appiccati fuochi in strada, mentre centinaia di persone marciavano e manifestavano cantando slogan quali “Morte al dittatore”.
Nel quartiere Gomrok di Mahabad, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale, dopo che una delle stazioni di polizia della città è stata circondata, le forze governative hanno sparato sulla folla finendo per uccidere un uomo curdo, ha fatto sapere sempre Hengaw.

“Un giovane curdo è stato ucciso dal fuoco diretto delle forze di sicurezza iraniane” si legge su Twitter. “Questo giovane è stato colpito alla fronte”.
“I manifestanti hanno circondato anche una base della milizia Basij a Sanandaj, nella provincia del Kurdistan, appiccando incendi e respingendo la polizia” ha aggiunto Hengaw. Scene simili sono state registrate nella città di Ilam, vicino al confine occidentale dell’Iran con l’Iraq.

Anche altre città, come Andimeshk e Borujerd a ovest, e Lahijan, vicino al Mar Caspio a nord, sono state teatro di un riacuirsi delle proteste.
Secondo l’organizzazione norvegese, in una sola notte di tumulti, nelle città della regione più di 50 civili sono stati feriti dagli spari. Tra i responsabili, Ismail Zarei Koosha, governatore della regione del Kurdistan, nel nordovest del paese.
Secondo Iran Human Rights, un’altra Ong norvegese, almeno 234 manifestanti, inclusi 29 bambini, sono stati uccisi finora dalle forze di sicurezza durante le repressioni.

Nel frattempo, i leader iraniani hanno descritto i disordini come “rivolte” fomentate dagli stranieri che non faranno altro che aprire la strada al terrorismo, che in effetti non si è fatto attendere. Ieri, almeno 15 pellegrini sono rimasti uccisi in un attacco compiuto da terroristi armati in un luogo di culto sciita, il mausoleo di Shah Cheragh a Shiraz, nell’Iran sud-centrale. L’Isis ha subito rivendicato l’attentato. L’agenzia Mehr News ha parlato di circa 40 persone rimaste ferite nell’attacco, compiuto per mano di aggressori “takfiri”, cioè miscredenti, secondo una parola usata dai funzionari dell’Iran musulmano sciita per definire i gruppi islamici sunniti armati. L’ayatollah Khamenei ha dichiarato:“Puniremo gli autori di questo tragico crimine, condividiamo tutti il dovere di infliggere un colpo al nemico guerrafondaio”.

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