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Politica

L’avventura referendaria stritolata dalla propaganda e dall’ANM

di Francesco Da Riva Grechi -


Come sempre il conservatorismo più ancestrale, inteso come resistenza al cambiamento, sta a sinistra, nella Cgil, nei giovani dei centri sociali antagonisti. Lo scontro con la magistratura, frontale, senza esclusione di colpi, con un linguaggio da stadio, non ha giovato alla causa del riformismo costituzionale del Ministro Nordio, che avrebbe richiesto dibattiti pacati e toni ovattati.

Proprio l’accusa di voler sottomettere la magistratura probabilmente è stata determinante nella vittoria del no e i promotori della riforma non sono riusciti a ribaltare questa prospettiva, sulla quale tanto ha battuto la propaganda della sinistra. Come ha detto il Ministro Nordio, la vincitrice di questa avventura referendaria è sicuramente l’Associazione Nazionale Magistrati, a prescindere dalla propaganda dell’opposizione politica e di questo la sinistra dovrà tener conto.

Le accuse di voler assoggettare l’Anm e di voler distruggere il sindacato dei giudici con le sue correnti saranno ribaltate ed il risultato sarà un maggior ruolo politico dell’Anm e pure suo malgrado. L’interventismo di alcuni magistrati importanti durante la campagna referendaria ha sicuramente portato consensi influendo sull’anima più conservatrice del popolo italiano. L’espressione della sovranità popolare non poteva tuttavia essere più chiara e dunque da qui bisogna ripartire.

E per una prevedibile eterogenesi dei fini sarà l’Anm ad assoggettare la politica più ancora di quanto non sia stato fin adesso con i processi. E tutto ciò con un paese spaccato in due con una Lombardia ed un nordest più ricco che va in una direzione e gran parte del resto che va nella direzione opposta.

Le legittime aspirazioni di una minoranza importante sono diverse da quelle della maggioranza nel sud che vuole cose diverse e soprattutto vuole vivere in un modo diverso ed ha modelli diversi di ricerca della legalità, della sicurezza sociale e del benessere nelle città. Significativo è il dato di Napoli dove il no ha raggiunto il picco più alto vicino al 75%. Rimane comunque un grande lavoro di tutta la maggioranza, compatta e decisa che non ha dato l’esito sperato.

Difficile immaginare che la resa dei conti, che è già cominciata, sia indolore. Le teste cominciano a saltare e l’occasione persa brucerà per parecchio tempo. Giorgia Meloni è stata costretta a metterci la faccia e ha perso l’imbattibilità magica di questa legislatura, la reazione non poteva non esserci di fronte al sorriso felice di tutti i leader dell’opposizione e ai brindisi nei Tribunali a base di champagne e “bella ciao”.

Il punto è che la riforma era partita come una certezza ma non ha retto il logoramento della campagna referendaria, che è stata senza pietà e l’effetto logoramento può trascinarsi a tutto il centrodestra e al governo. Si apre una fase molto difficile e pericolosa e la premier ne è consapevole.

Neanche il quadro internazionale aiuta con la politica di guerra che stressa i mercati e l’Europa nel mirino di Trump con tutta la Nato. Anche questo ha sicuramente inciso negativamente sul referendum e offerto argomenti prelibati ai fautori del no.

Dal punto di vista generazionale il si ha stravinto tra i cinquantenni che dunque sono l’attuale classe dirigente e questo è un buon punto di partenza, bisogna tuttavia riconquistare i diciottenni.    

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