Le balle sulle pensioni

“Trenta anni di balle sulle pensioni”. A dirlo Giuliano Cazzola, economista, politico ed ex sindacalista.
Quale è stato il primo vero provvedimento a riguardo?
Quello del governo Amato del 1992. Dimostrò che si poteva cambiare qualcosa. Fino ad allora gli uomini andavano in pensione a 60 anni e le donne a 55. Nel 1995, poi, ci fu la riforma Dini, intervento di carattere strutturale. Il suo limite era una fase di transizione troppo lunga rispetto alle esigenze di sostenibilità. Solo il primo governo Prodi nel 1998, in vista dell’ingresso nella moneta unica, rese ancora più uniforme il sistema, avviando un’omogeneità dei trattamenti tra pubblico e privato. Nel 2011, poi, ci fu la Fornero, che, nei fatti, chiuse il cerchio.
Quest’ultima, però, ha generato non poche polemiche…
Pur essendo apprezzata in tutto il mondo, in Italia è stava vittima di una campagna menzognera di disinformazione. A seguire solo piccole e grandi controriforme, lontane dai veri obiettivi di sostenibilità. Vediamo adesso cosa ci proporrà Meloni.
Come siamo messi rispetto al resto d’Europa?
Se ci paragoniamo alla Francia, facciamo bella figura. Il problema di Macron non è solo quello di elevare l’età pensionabile, ma anche di superare la frammentazione dei fondi e delle casse. Pensi che noi nel 1992 avevamo 47 regimi diversi, dispersi in una pletora di enti. Oggi i trattamenti, in Italia, sono uniformi tra pubblico e privato, mentre esiste un solo ente l’Inps, che ha incorporato tutti gli altri, tranne le casse dei liberi professionisti.
Chi è stato il primo a parlare di riforma, che poi non si è fatta?
Il primo a provarci fu Gianni De Michelis, ministro del governo Craxi. Fu il primo a rendersi conto che il sistema non avrebbe retto. Presentò degli emendamenti, a nome del governo, al testo su cui stava lavorando una Commissione parlamentare, presieduta da Nino Cristofori. Ma finì la legislatura. In quella successiva, non si riuscì a far nulla, se non appesantire il sistema con le pensioni d’annata e con un onere di 25mila miliardi di lire.
Ci può fare un riepilogo delle corbellerie sul tema pensioni…
La maggiore è ormai divenuta luogo comune, ovvero che dopo la riforma Fornero i lavoratori non possono più andare in pensione se non all’età di Matusalemme. I dati dimostrano che in Italia i percettori di un trattamento anticipato sono 6,5milioni, mentre i pensionati di vecchiaia (per tre quarti donne) sono 4,2milioni. La discriminazione di genere non deriva da norme diverse, ma da differenti condizioni di lavoro. Altra balla presentare i pensionati come poveri. I dati dicono il contrario. Errore lo commette pure chi confonde le pensioni (23 milioni) con i pensionati (16,5 milioni). Il pianto, poi, sui pensionati al minimo, ai quali il sistema e i contribuenti destinano tutti gli anni circa 21 miliardi per integrare la pensione a calcolo, è davvero assurdo. Stesso discoro vale per la mancanza di flessibilità. Ci sono più vie d’uscita del Delta del fiume Po. Menzogna, infine, la separazione tra previdenza e assistenza.
Perché sull’argomento, non si è ancora riusciti a trovare una quadra?
La denatalità e l’invecchiamento della popolazione pesano e non poco sul mercato del lavoro. Tra una ventina di anni mancheranno da 5 a 6 milioni di persone in età di lavoro. Ecco perché e necessario un flusso ordinato ed integrato di stranieri. È dal 2014 che gli stranieri non riescono più a colmare il saldo demografico negativo. Da allora abbiamo perduto 1,4 milioni di persone residenti, di cui 900mila nel Sud.
Il governo ha la possibilità di fare una riforma vera?
Con le posizioni in campo di taluni partiti della maggioranza, come la Lega, ne dubito. Poi anche le posizioni dei sindacati sono fuori mercato. La sola speranza sta nel fatto che il governo è sotto osservazione da parte dei mercati in materia di pensioni. Meloni ha dimostrato, in generale. di esserne consapevole. Occorrerà, comunque, rendersi conto della vera emergenza quella demografica. Quanto può reggere una situazione in cui diminuiscono quelli che pagano ed aumentano quelli che incassano? I trend demografici non si invertono in breve tempo.
Cosa ne pensa delle novità introdotte dal governo Meloni?
Un pasticcio che però non procura eccessivi danni, perché con una mano nega ciò che riconosce con l’altra. In sostanza introduce una pensione anticipata flessibile (quota 103), ma la rende impraticabile e non conveniente, attraverso le condizioni per avvalersene.
Quali i punti di forza e di debolezza?
Il punto di forza l’ho già indicato. Quello di debolezza sta nella sua iniquità. Pensi che per anticipare di qualche mese il pensionamento di 41mila lavoratori (maschi) si è massacrata opzione donna (da 20mila a meno di 3mila) e si è ridotta, per due anni, la perequazione automatica all’inflazione (nel momento in cui è in crescita) a 3,3milioni di pensionati.
Quella sinistra che da anni dice di battersi sul tema doveva collaborare di più ?
Su questo tema la sinistra è divisa, tra l’area riformista che tutto sommato le riforme le ha fatte stando al governo e quella che oggi è pentita di ciò che ha fatto. E attribuisce al contagio liberista i motivi della sua sconfitta.
“Trenta anni di balle sulle pensioni”. A dirlo Giuliano Cazzola, economista, politico ed ex sindacalista.
Quale è stato il primo vero provvedimento a riguardo?
Quello del governo Amato del 1992. Dimostrò che si poteva cambiare qualcosa. Fino ad allora gli uomini andavano in pensione a 60 anni e le donne a 55. Nel 1995, poi, ci fu la riforma Dini, intervento di carattere strutturale. Il suo limite era una fase di transizione troppo lunga rispetto alle esigenze di sostenibilità. Solo il primo governo Prodi nel 1998, in vista dell’ingresso nella moneta unica, rese ancora più uniforme il sistema, avviando un’omogeneità dei trattamenti tra pubblico e privato. Nel 2011, poi, ci fu la Fornero, che, nei fatti, chiuse il cerchio.
Quest’ultima, però, ha generato non poche polemiche…
Pur essendo apprezzata in tutto il mondo, in Italia è stava vittima di una campagna menzognera di disinformazione. A seguire solo piccole e grandi controriforme, lontane dai veri obiettivi di sostenibilità. Vediamo adesso cosa ci proporrà Meloni.
Come siamo messi rispetto al resto d’Europa?
Se ci paragoniamo alla Francia, facciamo bella figura. Il problema di Macron non è solo quello di elevare l’età pensionabile, ma anche di superare la frammentazione dei fondi e delle casse. Pensi che noi nel 1992 avevamo 47 regimi diversi, dispersi in una pletora di enti. Oggi i trattamenti, in Italia, sono uniformi tra pubblico e privato, mentre esiste un solo ente l’Inps, che ha incorporato tutti gli altri, tranne le casse dei liberi professionisti.
Chi è stato il primo a parlare di riforma, che poi non si è fatta?
Il primo a provarci fu Gianni De Michelis, ministro del governo Craxi. Fu il primo a rendersi conto che il sistema non avrebbe retto. Presentò degli emendamenti, a nome del governo, al testo su cui stava lavorando una Commissione parlamentare, presieduta da Nino Cristofori. Ma finì la legislatura. In quella successiva, non si riuscì a far nulla, se non appesantire il sistema con le pensioni d’annata e con un onere di 25mila miliardi di lire.
Ci può fare un riepilogo delle corbellerie sul tema pensioni…
La maggiore è ormai divenuta luogo comune, ovvero che dopo la riforma Fornero i lavoratori non possono più andare in pensione se non all’età di Matusalemme. I dati dimostrano che in Italia i percettori di un trattamento anticipato sono 6,5milioni, mentre i pensionati di vecchiaia (per tre quarti donne) sono 4,2milioni. La discriminazione di genere non deriva da norme diverse, ma da differenti condizioni di lavoro. Altra balla presentare i pensionati come poveri. I dati dicono il contrario. Errore lo commette pure chi confonde le pensioni (23 milioni) con i pensionati (16,5 milioni). Il pianto, poi, sui pensionati al minimo, ai quali il sistema e i contribuenti destinano tutti gli anni circa 21 miliardi per integrare la pensione a calcolo, è davvero assurdo. Stesso discoro vale per la mancanza di flessibilità. Ci sono più vie d’uscita del Delta del fiume Po. Menzogna, infine, la separazione tra previdenza e assistenza.
Perché sull’argomento, non si è ancora riusciti a trovare una quadra?
La denatalità e l’invecchiamento della popolazione pesano e non poco sul mercato del lavoro. Tra una ventina di anni mancheranno da 5 a 6 milioni di persone in età di lavoro. Ecco perché e necessario un flusso ordinato ed integrato di stranieri. È dal 2014 che gli stranieri non riescono più a colmare il saldo demografico negativo. Da allora abbiamo perduto 1,4 milioni di persone residenti, di cui 900mila nel Sud.
Il governo ha la possibilità di fare una riforma vera?
Con le posizioni in campo di taluni partiti della maggioranza, come la Lega, ne dubito. Poi anche le posizioni dei sindacati sono fuori mercato. La sola speranza sta nel fatto che il governo è sotto osservazione da parte dei mercati in materia di pensioni. Meloni ha dimostrato, in generale. di esserne consapevole. Occorrerà, comunque, rendersi conto della vera emergenza quella demografica. Quanto può reggere una situazione in cui diminuiscono quelli che pagano ed aumentano quelli che incassano? I trend demografici non si invertono in breve tempo.
Cosa ne pensa delle novità introdotte dal governo Meloni?
Un pasticcio che però non procura eccessivi danni, perché con una mano nega ciò che riconosce con l’altra. In sostanza introduce una pensione anticipata flessibile (quota 103), ma la rende impraticabile e non conveniente, attraverso le condizioni per avvalersene.
Quali i punti di forza e di debolezza?
Il punto di forza l’ho già indicato. Quello di debolezza sta nella sua iniquità. Pensi che per anticipare di qualche mese il pensionamento di 41mila lavoratori (maschi) si è massacrata opzione donna (da 20mila a meno di 3mila) e si è ridotta, per due anni, la perequazione automatica all’inflazione (nel momento in cui è in crescita) a 3,3milioni di pensionati.
Quella sinistra che da anni dice di battersi sul tema doveva collaborare di più ?
Su questo tema la sinistra è divisa, tra l’area riformista che tutto sommato le riforme le ha fatte stando al governo e quella che oggi è pentita di ciò che ha fatto. E attribuisce al contagio liberista i motivi della sua sconfitta.
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