Le streghe della notte

È la “storia non detta”, quella delle eroiche donne-pilota dell’Unione Sovietica nella Seconda Guerra Mondiale. È anche la storia di un biplano di legno e tela, il Polikarpov U-2 (Po-2), monomotore biposto, a doppio comando, progettato, alla fine degli anni Venti del secolo scorso, da Nikolai N. Polikarpov, per addestramento/ricognizione/collegamento. I tedeschi lo chiamavano “aereo da granturco”, perché prima della guerra era impiegato per spargere prodotti chimici in agricoltura. Nella sua spartana semplicità, era estremamente affidabile (volava in condizioni avverse, quando altri velivoli – tecnologicamente più avanzati – non riuscivano a mettersi in moto).

Fu utilizzato come bombardiere leggero, soprattutto per missioni notturne. Per la sua leggerezza e maneggevolezza, poteva volare a bassa quota e tra i palazzi dei centri abitati. I tedeschi erano convinti che dal Po-2 si potesse guardare attraverso i vetri delle finestre, per scoprire se fossero annidati cecchini nelle case. Le notti russe erano rigide e le carlinghe scoperte; ma, senza alcun timore, le donne-pilota decollavano e “picchiavano duro”. Molte avevano meno di vent’anni. Nell’estate del 1942, nessuno poteva immaginare che – a contrastare l’invasione nemica – vi fossero studentesse e operaie, patite del volo. In principio, i piloti della Luftwaffe non se ne resero conto. Quando le scoprirono, le “bollarono” come “Streghe della notte” (o “Streghe volanti”: fu un asso dell’aviazione tedesca, in servizio sul fronte del Caucaso, a ricordare che erano comunque espressioni di rispetto per il coraggio che dimostravano). Marina Raskova – che, nell’agosto 1935, aveva partecipato alla prima trasvolata “femminile” da Leningrado a Mosca – il giorno dopo l’inizio dell’Operazione Barbarossa (nome in codice dell’invasione tedesca della Russia) cominciò a ricevere lettere dalle giovanissime aviatrici russe che chiedevano di essere impiegate in prima linea. La Raskova, come membro del Soviet Supremo, si recò presso le Autorità militari, perorando la “causa” delle “mittenti”, brevettate negli aeroclub, prima della guerra. Le Autorità preposte erano favorevoli, ma il “via libera” doveva darlo Stalin che aveva qualche riserva, vinta dall’intervento della Raskova che avrebbe sostenuto che “loro accorreranno al fronte ugualmente”. Proprio in quei giorni, alcune aviatrici respinte avevano preso un aereo da caccia per volare in prima linea.

Arrivò l’autorizzazione e fu stabilito che, dal 1° dicembre 1941, tre unità femminile sarebbero state costituite e preparate per le linee di volo. La Raskova programmò e organizzò il gruppo aereo, con l’inserimento delle donne-pilota, delle navigatrici di rotta e delle armiere, dando vita a tre reggimenti: il 586 (caccia bombardieri), il 587 (bombardieri in picchiata) e il 588 (con apparecchi per i bombardamenti “leggeri” notturni).

Per comprendere il coraggio e il valore di queste “Streghe”, basta pensare che, durante le lunghe notti invernali, gli equipaggi non scendevano nemmeno per sgranchirsi un po’; restavano a bordo, pronte a decollare di nuovo, mentre gli specialisti rifornivano e riarmavano i piccoli bombardieri. Per incrementare il numero delle missioni, le “Streghe” decisero di raggruppare gli specialisti in modo che assistessero tutti insieme l’aereo che atterrava, chiunque lo pilotasse. In questo modo, diventava possibile rifornirlo e riarmarlo in soli cinque minuti. Fino ad allora, contando soltanto sul proprio armiere e sul proprio meccanico, non era stato possibile compiere più di un paio di missioni a notte. Il prezzo da pagare erano stress e insonnia cronici. Al termine del conflitto, le missioni compiute furono più di 24.000. Trentadue giovani donne-pilota perirono; ventitré furono nominate “Eroine” dell’Unione Sovietica, due “Eroine” della Russia e una della Repubblica del Kazakhistan1.

 

Mauro De Vincentiis

È la “storia non detta”, quella delle eroiche donne-pilota dell’Unione Sovietica nella Seconda Guerra Mondiale. È anche la storia di un biplano di legno e tela, il Polikarpov U-2 (Po-2), monomotore biposto, a doppio comando, progettato, alla fine degli anni Venti del secolo scorso, da Nikolai N. Polikarpov, per addestramento/ricognizione/collegamento. I tedeschi lo chiamavano “aereo da granturco”, perché prima della guerra era impiegato per spargere prodotti chimici in agricoltura. Nella sua spartana semplicità, era estremamente affidabile (volava in condizioni avverse, quando altri velivoli – tecnologicamente più avanzati – non riuscivano a mettersi in moto).

Fu utilizzato come bombardiere leggero, soprattutto per missioni notturne. Per la sua leggerezza e maneggevolezza, poteva volare a bassa quota e tra i palazzi dei centri abitati. I tedeschi erano convinti che dal Po-2 si potesse guardare attraverso i vetri delle finestre, per scoprire se fossero annidati cecchini nelle case. Le notti russe erano rigide e le carlinghe scoperte; ma, senza alcun timore, le donne-pilota decollavano e “picchiavano duro”. Molte avevano meno di vent’anni. Nell’estate del 1942, nessuno poteva immaginare che – a contrastare l’invasione nemica – vi fossero studentesse e operaie, patite del volo. In principio, i piloti della Luftwaffe non se ne resero conto. Quando le scoprirono, le “bollarono” come “Streghe della notte” (o “Streghe volanti”: fu un asso dell’aviazione tedesca, in servizio sul fronte del Caucaso, a ricordare che erano comunque espressioni di rispetto per il coraggio che dimostravano). Marina Raskova – che, nell’agosto 1935, aveva partecipato alla prima trasvolata “femminile” da Leningrado a Mosca – il giorno dopo l’inizio dell’Operazione Barbarossa (nome in codice dell’invasione tedesca della Russia) cominciò a ricevere lettere dalle giovanissime aviatrici russe che chiedevano di essere impiegate in prima linea. La Raskova, come membro del Soviet Supremo, si recò presso le Autorità militari, perorando la “causa” delle “mittenti”, brevettate negli aeroclub, prima della guerra. Le Autorità preposte erano favorevoli, ma il “via libera” doveva darlo Stalin che aveva qualche riserva, vinta dall’intervento della Raskova che avrebbe sostenuto che “loro accorreranno al fronte ugualmente”. Proprio in quei giorni, alcune aviatrici respinte avevano preso un aereo da caccia per volare in prima linea.

Arrivò l’autorizzazione e fu stabilito che, dal 1° dicembre 1941, tre unità femminile sarebbero state costituite e preparate per le linee di volo. La Raskova programmò e organizzò il gruppo aereo, con l’inserimento delle donne-pilota, delle navigatrici di rotta e delle armiere, dando vita a tre reggimenti: il 586 (caccia bombardieri), il 587 (bombardieri in picchiata) e il 588 (con apparecchi per i bombardamenti “leggeri” notturni).

Per comprendere il coraggio e il valore di queste “Streghe”, basta pensare che, durante le lunghe notti invernali, gli equipaggi non scendevano nemmeno per sgranchirsi un po’; restavano a bordo, pronte a decollare di nuovo, mentre gli specialisti rifornivano e riarmavano i piccoli bombardieri. Per incrementare il numero delle missioni, le “Streghe” decisero di raggruppare gli specialisti in modo che assistessero tutti insieme l’aereo che atterrava, chiunque lo pilotasse. In questo modo, diventava possibile rifornirlo e riarmarlo in soli cinque minuti. Fino ad allora, contando soltanto sul proprio armiere e sul proprio meccanico, non era stato possibile compiere più di un paio di missioni a notte. Il prezzo da pagare erano stress e insonnia cronici. Al termine del conflitto, le missioni compiute furono più di 24.000. Trentadue giovani donne-pilota perirono; ventitré furono nominate “Eroine” dell’Unione Sovietica, due “Eroine” della Russia e una della Repubblica del Kazakhistan1.

 

Mauro De Vincentiis

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