Politica

Liguria, il futuro in sette giorni

di Giuseppe Ariola -


E’ trascorsa una settimana esatta dall’arresto del presidente della Liguria Giovanni Toti, posto ai domiciliari come disposto dall’ordinanza firmata dal gip Paola Maggioni con l’accusa di corruzione. Se si contano i giorni è perché il tempo è un fattore fondamentale per le sorti sia del governatore che della Regione. E’ evidente che risulta difficile andare avanti in questa situazione e far resistere al vertice dell’amministrazione, sebbene sospeso dalla carica, un Giovanni Toti azzoppato dall’inchiesta giudiziaria e politicamente estromesso a causa della misura cautelare a cui è sottoposto.
Al silenzio tenuto in occasione dell’interrogatorio di garanzia, giustificato dalla necessità di studiare 9 mila pagine di atti prima di poter formula spiegazioni e fornire risposte ai magistrati, già nei prossimi giorni, su richiesta dell’avvocato Stefano Savi, il presidente ligure dovrebbe essere sottoposto a un interrogatorio da parte dei pm Luca Monteverde e Vittorio Miniati nel tentativo di dimostrare la correttezza delle proprie azioni. Una scelta dettata certamente dalla strategia difensiva, ma anche da ragioni politiche, nel tentativo di sbloccare una situazione di impasse che da un lato imbarazza gli alleati politici e, dall’altro, pone un interrogativo gigantesco sulle sorti del governatore. Fornite le proprie spiegazioni ai magistrati, sarà infatti chiesta al gip la revoca degli arresti domiciliari e, in caso di respingimento, la difesa di Toti presenterà istanza di scarcerazione al Tribunale del Riesame.
Lo stop delle misure cautelari restituirebbe al governatore una fetta importante di quell’agibilità politica di cui, ovviamente, allo stato è completamente sprovvisto. Una necessità per restare in sella e resistere alla richiesta di dimissioni da parte dell’opposizione e una certa titubanza su come andare avanti che inizia a farsi spazio anche tra la maggioranza. Nonostante diversi ministri, tra cui Guido Crosetto, Carlo Nordio e Francesco Lollobrigida, oltre che i due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, abbiano sollevato dubbi sulle tempistiche dell’indagine e sulla scelta di arrestare Toti in via preventiva, nel centrodestra non si fa mistero della difficoltà nel gestire la questione.
Non è un caso che lo stesso governatore stia meditando sul da farsi e sull’eventualità di un passo indietro, ipotesi che va però ben ponderata e, soprattutto, concordata con gli alleati, tanto più perché condurre a un ritorno anticipato dei cittadini liguri alle urne. Va da sé che questo potenziale confronto potrebbe concretizzarsi solamente in caso di scarcerazione e che anche le tempistiche, almeno per gestire la questione da un punto di vista politico, diventano fondamentali. Lo stato attuale non consente certamente di andare avanti senza una precisa deadline oltre la quale andrà necessariamente presa una decisione, in un senso o nell’altro. Oltretutto, l’inchiesta e deflagrata proprio a ridosso delle elezioni europee, o meglio, proprio a causa dell’approssimarsi delle consultazioni, come ha scritto a chiare lettere il gip nell’ordinanza, e rischia di ripercuotersi sull’esito del voto.
Nel frattempo, alla luce delle accuse mosse a Toti, relative a finanziamenti ricevuti dal comitato elettorale a sostegno dell’attività politica che, secondo quanto reso noto dall’avvocato Savi, sarebbero tutti tracciati e regolarmente documentati, sullo sfondo del caso ligure inizia a serpeggiare la discussione sui contributi ai partiti.
Il viceministro leghista Edoardo Rixi ha addirittura fatto provocatoriamente riferimento a un ritorno al vecchio sistema del finanziamento pubblico dopo essersi mostrato stupito dalla circostanza per la quale accelerare un provvedimento amministrativo “può diventare ipotesi di reato solo perché una volta ho incrociato l’imprenditore”. Stessa linea garantista utilizzata dal segretario Salvini per il quale “se ogni indagato si deve dimettere l’Italia si ferma domani”


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