L’Imperatore Giuliano, ultimo baluardo del mondo pagano contro il cristianesimo

Ci si è sforzati in questo libro di non avere alcun partito preso”. Così Joseph Bidez, filologo belga di raro rigore, scriveva nel 1930 presentando la “Vita di Giuliano Imperatore”, di cui Il Cerchio ha pubblicato da poco la nuova edizione italiana. Lo sforzo dell’Autore deve essere stato notevole e non è semplice dire se sia stato premiato. Giuliano, l’ultimo difensore del mondo pagano contro il cristianesimo dilagante nell’Impero Romano, è difatti tra quelle figure storiche su cui non può esservi consenso di opinioni né di riconoscimenti. Del resto, Giuliano sconvolse il tempo cui appartenne, sottraendosi all’oblio.

Nipote di Costantino, che aveva legittimato il cristianesimo, suo zio Costanzo, cristiano, fu l’uccisore del padre, prima di essere il suo guardiano, preoccupato delle ambizioni politiche che potessero tentarlo per diritto di nascita. Eppure, Giuliano adolescente non ha alcuna intenzione di mostrarsi al mondo e di rivendicare alcunché. Educato al tempo stesso, come d’uso a quei tempi, ai precetti morali della nuova religione e allo studio dei classici  – Omero, Platone, Aristotele – sono le pagine dei secondi a far breccia nel suo spirito intellettualmente vivace e a spingerlo, per quanto fosse possibile nella sua condizione, all’approfondimento. Giuliano cerca maestri e li trova in quel che rimane del mondo pagano, ancora vivo intellettualmente, in una sorta di pellegrinaggio per le città più importanti della parte orientale dell’impero, da Antiochia a Costantinopoli, durante il quale conosce i più famosi retori e filosofi del tempo: Libanio, Prisco, Massimo di Efeso. Sempre attento a non mostrare alcuna ambizione politica, in realtà non deve sforzarsi. Il suo desiderio è studiare. Ma è proprio il contatto con l’ellenismo a risvegliare nel giovane una doppia consapevolezza. Quella della appartenenza alla stirpe imperiale, con tutto ciò che significasse in termini di destino, e quella del pericolo mortale che correva il vecchio mondo che i suoi maestri continuavano a raccontare, in cui il mito valeva più della parola rivelata e gli antichi Dei ricordavano all’uomo la comune essenza e le virtù che dovevano orientare un’esistenza dotata di senso. Pericolo ben presto individuato nel cristianesimo, per sua natura estraneo allo spirito che aveva fatto grande l’impero, sovvertitore e nemico delle tradizioni. Se Giuliano guarda ai suoi maestri come cantori di un mondo che appare più rispondente alle proprie corde, questi ultimi cominciano a guardare a Giuliano come un possibile restauratore delle tradizioni, tanto da mostrare al giovane anche quanto nascosto ai più, iniziandolo ai Misteri. Ma Giuliano rimane uno studente, ancor più quando suo fratello Gallo, divenuto Cesare e repentinamente caduto in disgrazia presso Costanzo, viene eliminato. E resta, pubblicamente, cristiano per lo stesso motivo: non attirare l’attenzione su di sé.

Costanzo lo accontenta fino a quando decide di nominarlo Cesare e di spedirlo in Gallia a difesa dell’Impero. L’esperienza appare decisiva: Giuliano si scopre condottiero militare formidabile pur con pochi mezzi a disposizione. All’amore per il pensiero unisce l’abilità nell’azione. Alle lettere greche accompagna la conoscenza del Genio del Popolo Romano, “divinità misteriosa e temibile”. Al suo fianco Sallustio, nuovo amico e consigliere, che gli dedicherà poi uno scritto, in cui descriverà l’idea della filosofia che lo accomunava al futuro Imperatore: non l’adesione a un’idea astratta, ma un modo di essere, da vivere concretamente.

Giuliano amministra, corregge, combatte la corruzione dei burocrati, dice giustizia in prima persona. Lavora continuamente, conduce una vita priva di sfarzi, si mostra umile con i propri soldati. Perfino con i nemici è rispettoso preferendo, vincitore, i patti alla vendetta. La sua fama si accresce, raggiunge velocemente Costanzo che lo vede sempre più come una minaccia e cerca di sottrargli l’esercito. Ma ormai è il suo esercito. Viene acclamato imperatore e portato sugli scudi dalle sue truppe, prima volta per un imperatore romano. In lui Atene e Roma si riconciliano. Giuliano non arriverà a combattere contro lo zio, che morirà di lì a poco lasciandogli l’Impero. La sua adesione al culto antico è adesso pubblica e si può lanciare nella grande opera della restaurazione del mondo che fu. Lo farà per venti mesi, fino a morire in battaglia coi Persiani, spingendo le insegne romane fino all’estremo oriente. Saranno mesi in cui effettuerà una serie di riforme fondamentali, ma sarà la politica religiosa che renderà la sua figura per secoli vituperata, pagando l’ultimo tentativo di restaurare il paganesimo e di dare forza a un mondo che cedeva il passo. La sua sconfitta segna l’entrata in clandestinità dei difensori del vecchio mondo che spesso subiranno le rappresaglie dei vincitori. La sua parziale riabilitazione avverrà solo nell’età moderna, spesso in funzione anticristiana, a volte ad opera di autori romantici che ne sottolineavano la lotta senza speranza intrapresa. In epoca contemporanea Gore Vidal gli dedicherà un romanzo storico di rara bellezza.

Bidez ha il merito di ricorrere alle fonti dirette, che pochi in passato avevano consultato. Le opere del protagonista, in primis, che fu prolifico scrittore. Quelle dei suoi contemporanei Ammiano, Libanio, Gregorio di Nazanzio. L’Autore, cattolico, non riesce a tradire la sua ammirazione per l’uomo Giuliano e per l’intelligenza e il carattere mostrati. Descrive minuziosamente le riforme operate dall’Imperatore nel campo dell’erario, della posta, della giustizia e dell’esercito. Per dimostrare la bontà dell’operato di Giuliano in questi campi ricorre spesso alle testimonianze dei suoi nemici dell’epoca, cristiani, che non potevano certo essere sospettati di simpatie nei suoi confronti. In campo religioso ritiene quella di Giuliano una visione in fondo non tradizionale, pesantemente influenzata dal cristianesimo stesso, rimarcandone il moralismo, riconoscendo la buona fede pur insistendo sulle cadute della politica intrapresa, nell’ultimo periodo non tenera con i cristiani, e sul fallimento a cui era destinata, in quanto solo il cristianesimo poteva dare risposte ai tempi nuovi che si presentavano. Insiste, in questa interpretazione, sulla componente ellenica della figura di Giuliano, sicuramente importante, sulla formazione cristiana avuta in adolescenza e sui moventi personali dell’Imperatore, volto ai facili entusiasmi, spesso impulsivo, preoccupato innanzitutto della salute della sua anima. Trascurando forse che, pur non avendoci messo mai piede, Giuliano incarnò, con tutte le contraddizioni inevitabili dei tempi di transizione, l’ultimo difensore di Roma così come l’aveva conosciuta il mondo classico. Nella difesa di quell’idea imperiale, che unificava anziché dividere, Giuliano, da imperatore prima che da uomo, guarda al passato convinto, coerentemente con il mondo a cui apparteneva, che qualunque futuro debba contenerlo.    

Fabio Pagano

Ci si è sforzati in questo libro di non avere alcun partito preso”. Così Joseph Bidez, filologo belga di raro rigore, scriveva nel 1930 presentando la “Vita di Giuliano Imperatore”, di cui Il Cerchio ha pubblicato da poco la nuova edizione italiana. Lo sforzo dell’Autore deve essere stato notevole e non è semplice dire se sia stato premiato. Giuliano, l’ultimo difensore del mondo pagano contro il cristianesimo dilagante nell’Impero Romano, è difatti tra quelle figure storiche su cui non può esservi consenso di opinioni né di riconoscimenti. Del resto, Giuliano sconvolse il tempo cui appartenne, sottraendosi all’oblio.

Nipote di Costantino, che aveva legittimato il cristianesimo, suo zio Costanzo, cristiano, fu l’uccisore del padre, prima di essere il suo guardiano, preoccupato delle ambizioni politiche che potessero tentarlo per diritto di nascita. Eppure, Giuliano adolescente non ha alcuna intenzione di mostrarsi al mondo e di rivendicare alcunché. Educato al tempo stesso, come d’uso a quei tempi, ai precetti morali della nuova religione e allo studio dei classici  – Omero, Platone, Aristotele – sono le pagine dei secondi a far breccia nel suo spirito intellettualmente vivace e a spingerlo, per quanto fosse possibile nella sua condizione, all’approfondimento. Giuliano cerca maestri e li trova in quel che rimane del mondo pagano, ancora vivo intellettualmente, in una sorta di pellegrinaggio per le città più importanti della parte orientale dell’impero, da Antiochia a Costantinopoli, durante il quale conosce i più famosi retori e filosofi del tempo: Libanio, Prisco, Massimo di Efeso. Sempre attento a non mostrare alcuna ambizione politica, in realtà non deve sforzarsi. Il suo desiderio è studiare. Ma è proprio il contatto con l’ellenismo a risvegliare nel giovane una doppia consapevolezza. Quella della appartenenza alla stirpe imperiale, con tutto ciò che significasse in termini di destino, e quella del pericolo mortale che correva il vecchio mondo che i suoi maestri continuavano a raccontare, in cui il mito valeva più della parola rivelata e gli antichi Dei ricordavano all’uomo la comune essenza e le virtù che dovevano orientare un’esistenza dotata di senso. Pericolo ben presto individuato nel cristianesimo, per sua natura estraneo allo spirito che aveva fatto grande l’impero, sovvertitore e nemico delle tradizioni. Se Giuliano guarda ai suoi maestri come cantori di un mondo che appare più rispondente alle proprie corde, questi ultimi cominciano a guardare a Giuliano come un possibile restauratore delle tradizioni, tanto da mostrare al giovane anche quanto nascosto ai più, iniziandolo ai Misteri. Ma Giuliano rimane uno studente, ancor più quando suo fratello Gallo, divenuto Cesare e repentinamente caduto in disgrazia presso Costanzo, viene eliminato. E resta, pubblicamente, cristiano per lo stesso motivo: non attirare l’attenzione su di sé.

Costanzo lo accontenta fino a quando decide di nominarlo Cesare e di spedirlo in Gallia a difesa dell’Impero. L’esperienza appare decisiva: Giuliano si scopre condottiero militare formidabile pur con pochi mezzi a disposizione. All’amore per il pensiero unisce l’abilità nell’azione. Alle lettere greche accompagna la conoscenza del Genio del Popolo Romano, “divinità misteriosa e temibile”. Al suo fianco Sallustio, nuovo amico e consigliere, che gli dedicherà poi uno scritto, in cui descriverà l’idea della filosofia che lo accomunava al futuro Imperatore: non l’adesione a un’idea astratta, ma un modo di essere, da vivere concretamente.

Giuliano amministra, corregge, combatte la corruzione dei burocrati, dice giustizia in prima persona. Lavora continuamente, conduce una vita priva di sfarzi, si mostra umile con i propri soldati. Perfino con i nemici è rispettoso preferendo, vincitore, i patti alla vendetta. La sua fama si accresce, raggiunge velocemente Costanzo che lo vede sempre più come una minaccia e cerca di sottrargli l’esercito. Ma ormai è il suo esercito. Viene acclamato imperatore e portato sugli scudi dalle sue truppe, prima volta per un imperatore romano. In lui Atene e Roma si riconciliano. Giuliano non arriverà a combattere contro lo zio, che morirà di lì a poco lasciandogli l’Impero. La sua adesione al culto antico è adesso pubblica e si può lanciare nella grande opera della restaurazione del mondo che fu. Lo farà per venti mesi, fino a morire in battaglia coi Persiani, spingendo le insegne romane fino all’estremo oriente. Saranno mesi in cui effettuerà una serie di riforme fondamentali, ma sarà la politica religiosa che renderà la sua figura per secoli vituperata, pagando l’ultimo tentativo di restaurare il paganesimo e di dare forza a un mondo che cedeva il passo. La sua sconfitta segna l’entrata in clandestinità dei difensori del vecchio mondo che spesso subiranno le rappresaglie dei vincitori. La sua parziale riabilitazione avverrà solo nell’età moderna, spesso in funzione anticristiana, a volte ad opera di autori romantici che ne sottolineavano la lotta senza speranza intrapresa. In epoca contemporanea Gore Vidal gli dedicherà un romanzo storico di rara bellezza.

Bidez ha il merito di ricorrere alle fonti dirette, che pochi in passato avevano consultato. Le opere del protagonista, in primis, che fu prolifico scrittore. Quelle dei suoi contemporanei Ammiano, Libanio, Gregorio di Nazanzio. L’Autore, cattolico, non riesce a tradire la sua ammirazione per l’uomo Giuliano e per l’intelligenza e il carattere mostrati. Descrive minuziosamente le riforme operate dall’Imperatore nel campo dell’erario, della posta, della giustizia e dell’esercito. Per dimostrare la bontà dell’operato di Giuliano in questi campi ricorre spesso alle testimonianze dei suoi nemici dell’epoca, cristiani, che non potevano certo essere sospettati di simpatie nei suoi confronti. In campo religioso ritiene quella di Giuliano una visione in fondo non tradizionale, pesantemente influenzata dal cristianesimo stesso, rimarcandone il moralismo, riconoscendo la buona fede pur insistendo sulle cadute della politica intrapresa, nell’ultimo periodo non tenera con i cristiani, e sul fallimento a cui era destinata, in quanto solo il cristianesimo poteva dare risposte ai tempi nuovi che si presentavano. Insiste, in questa interpretazione, sulla componente ellenica della figura di Giuliano, sicuramente importante, sulla formazione cristiana avuta in adolescenza e sui moventi personali dell’Imperatore, volto ai facili entusiasmi, spesso impulsivo, preoccupato innanzitutto della salute della sua anima. Trascurando forse che, pur non avendoci messo mai piede, Giuliano incarnò, con tutte le contraddizioni inevitabili dei tempi di transizione, l’ultimo difensore di Roma così come l’aveva conosciuta il mondo classico. Nella difesa di quell’idea imperiale, che unificava anziché dividere, Giuliano, da imperatore prima che da uomo, guarda al passato convinto, coerentemente con il mondo a cui apparteneva, che qualunque futuro debba contenerlo.    

Fabio Pagano

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