L’INCHIESTA – San Basilio, Roma: viaggio nelle piazze della cocaina

Cronache dal quartiere degradato della periferia est capitolina tra spaccio palazzi che cadono a pezzi, strade distrutte dalle buche e giovani senza futuro.

Forse sono proprio le luci domestiche notturne a fare da carta geografica del disagio e della marginalità di un quartiere cosiddetto “a rischio” come San Basilio, 25mila anime circa, strette tra il Grande Raccordo Anulare, la Tiburtina e la Nomentana, periferia est della Capitale. Chiarori silenziosi, aloni di abat-jour consumate dal tempo, fosforescenze timide, intermittenti, che immagini su bordi di letti di insonni o di malati, di disoccupati in ansia, massaie stanche, o di giovani che studiano per un esame, agognando un riscatto, una partenza, un felice abbandono che chissà se mai raggiungeranno. Lucine che si allungano come bave da palazzi enormi come orchi smarriti, semi-sgangherati, con finestre spalancate per l’afa o persiane ciondolanti. Sembrano mandibole coi denti rotti, occhi amari e lacrimosi con le orbite di fuori, architetture di cartapesta con, ai piedi, lingue di asfalto che trapassano senza soluzione di continuità nel nulla della campagna odorosa di noia e di bruciato.

Arrivo in zona dopo la mezzanotte in un’utilitaria a fianco di un noto cronista romano esperto di “nera” che, minacciato recentemente da boss locali, può penetrare in questo fazzoletto di case e sterrati solo con quattro “angeli custodi” a fianco, due di una Volante, due della Digos. Nei giochi di visibilità e di ombre di strade, vicoli e giardinetti trasformati in casematte dello spaccio a cielo aperto di cocaina, i lampeggianti della pattuglia non passano inosservati. “Lévate”, qualcuno grida in romanesco spinto, “dentro!”, gli fa eco qualcun altro: ragazzini e uomini adulti rosi anche nell’aspetto da un cronico stato di devianza sono giù ai muretti per fare da vedette, in una filiera di malavita organizzata che implica avanguardie, pusher della droga, accompagnatori, cassieri. Con alberi, altalene e panchine a fare da contorno a un’economia parallela che pratica il cannibalismo della sua stessa gente, della sua stessa infelicità, come orrida forma di esaltazione e approvvigionamento di fronte a uno Stato assente, cariato, corrotto.

Il crimine da queste parti è un dedalo ben pianificato, un laccio che strangola. È un’industria di morte che moltiplica e rende cancerosa quella sociale fatta, a sua volta, di mancanza di lavoro, evasione scolastica, agenzie sociali a pezzi, cultura inesistente, territori come campi di concentramento del terzo millennio, racket delle abitazioni popolari. Le “guardie” non sono ben viste, la loro “presenza civile” – come dice il mio collega – interrompe trattative, semina paura, sospetto, allontana clienti, fa chiudere a riccio un sistema che altrimenti lucida e olia ogni sacrosanto giorno le sue collaudate cinghie di distribuzione della polvere bianca, movimentando capitali, alimentando soggezione, imponendosi a una cittadinanza che ha perso speranze di risalita, come testimoniano a tutte le ore stese di pattumiera non raccolta, edicole bruciate trasformate in vespasiani o cassetti di “merce”, rovi e cespugli fin sui gradini di portoncini e piccoli condomini, marciapiedi sbrecciati, gruppi di adolescenti che camminano sul ciglio di carreggiate improbabili, sospese fra casermoni e accampamenti. Qualche giorno dopo il nostro primo “blitz” notturno, la scena si ripete in orari di sole e di caligine. Si arriva con la Municipale, gli avamposti allertano, le urla da piani alti non meglio identificati corrispondono ai ponti levatoi feudali, chi ha roba che scotta in mano se ne libera in appartamenti complici o in scantinati, nascondigli strategici, cancelli e piccole buche, escono in strada i “curiosi” che fingono di chiedere, salutare, fare battute, un residente che avrebbe dovuto parlarmi delle occupazioni abusive di case, appena vede gli uomini in divisa, si ghiaccia, dice che i “patti” non erano questi, e se ne torna indietro. Ferito. Ma fedele. Caduto con onore. Chi lotta per mettere il piatto a tavola in questi Far West metropolitani dell’oblio e dell’incertezza può solo strisciare o obbedire, fare il topolino o il soldatino, aggrapparsi a un soldo di dignità – come le madri e i padri di tante famiglie, che la mattina si alzano all’alba per andarsi a guadagnare onestamente un tozzo di pane con retribuzioni minime e grande fatica – o consegnarsi a rituali di iniziazione e di sottomissione gerarchica che curano in maniera “creativa”, e assassina, i guasti della cosiddetta civiltà dei Palazzi. “Se sbagli ragazzo che incontri all’incrocio, la tua vita cambia da così a così. Siamo arrivati a questo”, dice Alfio (nome di fantasia, ndr), operaio in una officina della borgata. “Ieri uno dei capetti di San Basilio mi ha fermato per strada e mi ha costretto a inginocchiarmi, per sentirsi superiore, umiliarmi e costringermi quasi a onorarlo. Una scena che sicuramente avrà visto in qualche serie tv…”. “È una zona degradata questa – gli fa eco la signora Patrizia, proprietaria di un noto bar -; a casa mia il tetto è sfasciato, piove acqua, uso bacinelle, e i lavori di riparazione non me li vengono a fare sai da quando? Guarda – indica il quadrato di asfalto subito fuori l’ingresso del suo locale -, il selciato è rotto, le finestre delle case crollano, non ci sono negozi, non aprono nemmeno i bandi per poter acquisire degli spazi commerciali, qui trovi solo la farmacia, la macelleria, dei tabacchi, ma per un vestito o un paio di scarpe devi fare chilometri verso Roma. E ai giovani che vita fanno fare? Servirebbero palestre, centri sportivi per farli sfogare, per farli stare insieme, facendo delle gare, allontanandosi da altre scelte sbagliate, e invece qui stiamo in mezzo al deserto, come persone i nostri figli si sentono declassati…”. Ecco, i figli, appunto. I dispacci di cronaca nera degli ultimi mesi parlano di retate e di arresti in cui sono stati coinvolti e ammanettati anche teenager, neo-maggiorenni, in una spirale di dosi di cocaina, eroina, hashish, marijuana, mazzette di denaro contante, con contorno di basisti, usurai, rider della consegna di “palline” a domicilio, che ha effettivamente decongestionato negli ultimi tempi le tradizionali piazze di spaccio: una riconversione tattica di cui la pandemia da Covid si è fatta cattiva maestra. Paradisi della mente e sballo, come pizze quattro stagioni e farmaci antibiotici: stesso iter, stessa citofonata.

Cronache dal quartiere degradato della periferia est capitolina tra spaccio palazzi che cadono a pezzi, strade distrutte dalle buche e giovani senza futuro.

Forse sono proprio le luci domestiche notturne a fare da carta geografica del disagio e della marginalità di un quartiere cosiddetto “a rischio” come San Basilio, 25mila anime circa, strette tra il Grande Raccordo Anulare, la Tiburtina e la Nomentana, periferia est della Capitale. Chiarori silenziosi, aloni di abat-jour consumate dal tempo, fosforescenze timide, intermittenti, che immagini su bordi di letti di insonni o di malati, di disoccupati in ansia, massaie stanche, o di giovani che studiano per un esame, agognando un riscatto, una partenza, un felice abbandono che chissà se mai raggiungeranno. Lucine che si allungano come bave da palazzi enormi come orchi smarriti, semi-sgangherati, con finestre spalancate per l’afa o persiane ciondolanti. Sembrano mandibole coi denti rotti, occhi amari e lacrimosi con le orbite di fuori, architetture di cartapesta con, ai piedi, lingue di asfalto che trapassano senza soluzione di continuità nel nulla della campagna odorosa di noia e di bruciato.

Arrivo in zona dopo la mezzanotte in un’utilitaria a fianco di un noto cronista romano esperto di “nera” che, minacciato recentemente da boss locali, può penetrare in questo fazzoletto di case e sterrati solo con quattro “angeli custodi” a fianco, due di una Volante, due della Digos. Nei giochi di visibilità e di ombre di strade, vicoli e giardinetti trasformati in casematte dello spaccio a cielo aperto di cocaina, i lampeggianti della pattuglia non passano inosservati. “Lévate”, qualcuno grida in romanesco spinto, “dentro!”, gli fa eco qualcun altro: ragazzini e uomini adulti rosi anche nell’aspetto da un cronico stato di devianza sono giù ai muretti per fare da vedette, in una filiera di malavita organizzata che implica avanguardie, pusher della droga, accompagnatori, cassieri. Con alberi, altalene e panchine a fare da contorno a un’economia parallela che pratica il cannibalismo della sua stessa gente, della sua stessa infelicità, come orrida forma di esaltazione e approvvigionamento di fronte a uno Stato assente, cariato, corrotto.

Il crimine da queste parti è un dedalo ben pianificato, un laccio che strangola. È un’industria di morte che moltiplica e rende cancerosa quella sociale fatta, a sua volta, di mancanza di lavoro, evasione scolastica, agenzie sociali a pezzi, cultura inesistente, territori come campi di concentramento del terzo millennio, racket delle abitazioni popolari. Le “guardie” non sono ben viste, la loro “presenza civile” – come dice il mio collega – interrompe trattative, semina paura, sospetto, allontana clienti, fa chiudere a riccio un sistema che altrimenti lucida e olia ogni sacrosanto giorno le sue collaudate cinghie di distribuzione della polvere bianca, movimentando capitali, alimentando soggezione, imponendosi a una cittadinanza che ha perso speranze di risalita, come testimoniano a tutte le ore stese di pattumiera non raccolta, edicole bruciate trasformate in vespasiani o cassetti di “merce”, rovi e cespugli fin sui gradini di portoncini e piccoli condomini, marciapiedi sbrecciati, gruppi di adolescenti che camminano sul ciglio di carreggiate improbabili, sospese fra casermoni e accampamenti. Qualche giorno dopo il nostro primo “blitz” notturno, la scena si ripete in orari di sole e di caligine. Si arriva con la Municipale, gli avamposti allertano, le urla da piani alti non meglio identificati corrispondono ai ponti levatoi feudali, chi ha roba che scotta in mano se ne libera in appartamenti complici o in scantinati, nascondigli strategici, cancelli e piccole buche, escono in strada i “curiosi” che fingono di chiedere, salutare, fare battute, un residente che avrebbe dovuto parlarmi delle occupazioni abusive di case, appena vede gli uomini in divisa, si ghiaccia, dice che i “patti” non erano questi, e se ne torna indietro. Ferito. Ma fedele. Caduto con onore. Chi lotta per mettere il piatto a tavola in questi Far West metropolitani dell’oblio e dell’incertezza può solo strisciare o obbedire, fare il topolino o il soldatino, aggrapparsi a un soldo di dignità – come le madri e i padri di tante famiglie, che la mattina si alzano all’alba per andarsi a guadagnare onestamente un tozzo di pane con retribuzioni minime e grande fatica – o consegnarsi a rituali di iniziazione e di sottomissione gerarchica che curano in maniera “creativa”, e assassina, i guasti della cosiddetta civiltà dei Palazzi. “Se sbagli ragazzo che incontri all’incrocio, la tua vita cambia da così a così. Siamo arrivati a questo”, dice Alfio (nome di fantasia, ndr), operaio in una officina della borgata. “Ieri uno dei capetti di San Basilio mi ha fermato per strada e mi ha costretto a inginocchiarmi, per sentirsi superiore, umiliarmi e costringermi quasi a onorarlo. Una scena che sicuramente avrà visto in qualche serie tv…”. “È una zona degradata questa – gli fa eco la signora Patrizia, proprietaria di un noto bar -; a casa mia il tetto è sfasciato, piove acqua, uso bacinelle, e i lavori di riparazione non me li vengono a fare sai da quando? Guarda – indica il quadrato di asfalto subito fuori l’ingresso del suo locale -, il selciato è rotto, le finestre delle case crollano, non ci sono negozi, non aprono nemmeno i bandi per poter acquisire degli spazi commerciali, qui trovi solo la farmacia, la macelleria, dei tabacchi, ma per un vestito o un paio di scarpe devi fare chilometri verso Roma. E ai giovani che vita fanno fare? Servirebbero palestre, centri sportivi per farli sfogare, per farli stare insieme, facendo delle gare, allontanandosi da altre scelte sbagliate, e invece qui stiamo in mezzo al deserto, come persone i nostri figli si sentono declassati…”. Ecco, i figli, appunto. I dispacci di cronaca nera degli ultimi mesi parlano di retate e di arresti in cui sono stati coinvolti e ammanettati anche teenager, neo-maggiorenni, in una spirale di dosi di cocaina, eroina, hashish, marijuana, mazzette di denaro contante, con contorno di basisti, usurai, rider della consegna di “palline” a domicilio, che ha effettivamente decongestionato negli ultimi tempi le tradizionali piazze di spaccio: una riconversione tattica di cui la pandemia da Covid si è fatta cattiva maestra. Paradisi della mente e sballo, come pizze quattro stagioni e farmaci antibiotici: stesso iter, stessa citofonata.

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