Mezzo pil in tasca allo Stato

La manovra approda in Parlamento e tra le forze politiche riparte il gran ballo delle polemiche. Che, per forza di cose, dovrà essere breve. Il documento di economia e finanza, infatti, andrà approvato entro il 31 dicembre di quest’anno. Altrimenti l’Italia finirà in esercizio provvisorio e sul Paese rischia di abbattersi la bufera dei mercati e della speculazione finanziaria. Tanti, troppi, i temi di cui si parla. La legge di bilancio ha dato la stura a decine di commenti e riavviato altrettante discussioni. Eppure, si parla pochissimo del Fisco. Nonostante si tratti di una delle grandi urgenze del Paese. Il Centro Studi di Unimpresa ha sentenziato che le tasse, nei prossimi due anni, saranno più alte e che peseranno sempre di più anche i contributi previdenziali.
I numeri sono eloquenti. Poco meno della metà del Pil italiano del 2023 se ne andrà in tasse. Secondo i dati di Unimpresa, tra 2023 e 2024, ci si dovrà attendere una stangata fiscale da 47,5 miliardi di euro. Di tanti aumenterà, infatti, il peso delle tasse sulle tasche dei cittadini. Per il 2023, Unimpresa stima in 50,6 miliardi i maggiori introiti per l’Erario. A cui andrà quasi mezzo Pil. Difatti, nel 2023, le entrate dello Stato saranno al 49,2 del Pil, facendo segnare un aumento dello 0,3% rispetto al 48,9% che si toccherà alla fine di quest’anno.
Gli analisti di Unimpresa stimano le entrate fiscali alla fine del 2022 a quota 536,9 miliardi di euro. Il prossimo anno lieviteranno a 558,1 mld, di cui 275,9 miliardi di imposte dirette (quali Irpef, Ires, Irap e Imu), 280,5 miliardi di imposte indirette (dall’Iva alle accise) e un miliardo e mezzo da entrate in conto capitale. In progressione geometrica gli aumenti previsti per il 2024 quando le entrate totali assommeranno a ben 573,1 miliardi (di cui, rispettivamente, 282,2 per imposte dirette, 288,7 per indirette e 1,5 per conto capitale). In pratica, le imposte dirette cresceranno, in due anni, del 6,2%, quelle indirette sfioreranno il 7% di aumenti (6,95%).
Ma non finisce qui. Perché dietro l’angolo ci sarebbe anche un’autentica stangata per i contributi previdenziali. A fine 2022, infatti, l’esborso totale di imprese e cittadini sarà pari a 252,6 miliardi. Poco meno di venti miliardi in più rispetto al 2021 quando, invece, se ne prelevarono 233,1. Ma gli aumenti saranno ancora più decisi per i prossimi anni. Le stime di Unimpresa, infatti, riferiscono che i contributi previdenziali peseranno per 260,7 miliardi nel 2023 e 269,5 miliardi per il 2024. In pratica, il costo del lavoro a carico delle imprese italiane salirà del 7,24%. Una percentuale che, tradotta in soldoni (ed è proprio il caso di dirlo), fa 16,8 miliardi di euro. La spending review, tanto invocata dalle imprese e in particolare da Confindustria, non è stata eccezionale. Per il centro studi di Unimpresa, infatti, la spesa dello Stato non solo non andrà a decrescere ma aumenterà, nello specifico, di 75 miliardi di euro da oggi al 2024. Nel 2021, le spese hanno sfiorato i mille miliardi (997,9 mld) a causa della pandemia e nel 2022 si sono compresse fino a 975,8 miliardi che diminuiranno, nel 2023, fino a 974,7. Ma l’anno ancora successivo, cioè per il 2024, è prevista un’accelerazione da 5,4 miliardi che porterà la spesa al livello di 981,3 miliardi. Inoltre è previsto l’aumento delle uscite correnti (per 4,1 mld) e le spese in conto capitale, trainate dagli investimenti pubblici e dalle grandi opere. Infine, nella bozza della manovra che sarà discussa in parlamento, è arrivato lo stop all’obbligo del Pos per le spese che saranno inferiori a sessanta euro. Non ci sarà alcuna sanzione a carico dei negozianti che non utilizzeranno i terminali per accettare i pagamenti per spese minute. Confesercenti ha chiesto che il beneficio sia esteso anche ai rivenditori di “generi di monopolio” per le vendite di “valori postali e bollati” per salvare gli aggi dall’erosione delle commissioni bancarie. Infuriati, invece, i consumatori. Codacons accusa: sono stati cancellati otto anni di battaglie, Unc tira in ballo il Pnrr e afferma che il governo, con questa scelta, viola uno degli obiettivi previsti dall’Ue per la concessione dei fondi per il piano nazionale di ripresa.

La manovra approda in Parlamento e tra le forze politiche riparte il gran ballo delle polemiche. Che, per forza di cose, dovrà essere breve. Il documento di economia e finanza, infatti, andrà approvato entro il 31 dicembre di quest’anno. Altrimenti l’Italia finirà in esercizio provvisorio e sul Paese rischia di abbattersi la bufera dei mercati e della speculazione finanziaria. Tanti, troppi, i temi di cui si parla. La legge di bilancio ha dato la stura a decine di commenti e riavviato altrettante discussioni. Eppure, si parla pochissimo del Fisco. Nonostante si tratti di una delle grandi urgenze del Paese. Il Centro Studi di Unimpresa ha sentenziato che le tasse, nei prossimi due anni, saranno più alte e che peseranno sempre di più anche i contributi previdenziali.
I numeri sono eloquenti. Poco meno della metà del Pil italiano del 2023 se ne andrà in tasse. Secondo i dati di Unimpresa, tra 2023 e 2024, ci si dovrà attendere una stangata fiscale da 47,5 miliardi di euro. Di tanti aumenterà, infatti, il peso delle tasse sulle tasche dei cittadini. Per il 2023, Unimpresa stima in 50,6 miliardi i maggiori introiti per l’Erario. A cui andrà quasi mezzo Pil. Difatti, nel 2023, le entrate dello Stato saranno al 49,2 del Pil, facendo segnare un aumento dello 0,3% rispetto al 48,9% che si toccherà alla fine di quest’anno.
Gli analisti di Unimpresa stimano le entrate fiscali alla fine del 2022 a quota 536,9 miliardi di euro. Il prossimo anno lieviteranno a 558,1 mld, di cui 275,9 miliardi di imposte dirette (quali Irpef, Ires, Irap e Imu), 280,5 miliardi di imposte indirette (dall’Iva alle accise) e un miliardo e mezzo da entrate in conto capitale. In progressione geometrica gli aumenti previsti per il 2024 quando le entrate totali assommeranno a ben 573,1 miliardi (di cui, rispettivamente, 282,2 per imposte dirette, 288,7 per indirette e 1,5 per conto capitale). In pratica, le imposte dirette cresceranno, in due anni, del 6,2%, quelle indirette sfioreranno il 7% di aumenti (6,95%).
Ma non finisce qui. Perché dietro l’angolo ci sarebbe anche un’autentica stangata per i contributi previdenziali. A fine 2022, infatti, l’esborso totale di imprese e cittadini sarà pari a 252,6 miliardi. Poco meno di venti miliardi in più rispetto al 2021 quando, invece, se ne prelevarono 233,1. Ma gli aumenti saranno ancora più decisi per i prossimi anni. Le stime di Unimpresa, infatti, riferiscono che i contributi previdenziali peseranno per 260,7 miliardi nel 2023 e 269,5 miliardi per il 2024. In pratica, il costo del lavoro a carico delle imprese italiane salirà del 7,24%. Una percentuale che, tradotta in soldoni (ed è proprio il caso di dirlo), fa 16,8 miliardi di euro. La spending review, tanto invocata dalle imprese e in particolare da Confindustria, non è stata eccezionale. Per il centro studi di Unimpresa, infatti, la spesa dello Stato non solo non andrà a decrescere ma aumenterà, nello specifico, di 75 miliardi di euro da oggi al 2024. Nel 2021, le spese hanno sfiorato i mille miliardi (997,9 mld) a causa della pandemia e nel 2022 si sono compresse fino a 975,8 miliardi che diminuiranno, nel 2023, fino a 974,7. Ma l’anno ancora successivo, cioè per il 2024, è prevista un’accelerazione da 5,4 miliardi che porterà la spesa al livello di 981,3 miliardi. Inoltre è previsto l’aumento delle uscite correnti (per 4,1 mld) e le spese in conto capitale, trainate dagli investimenti pubblici e dalle grandi opere. Infine, nella bozza della manovra che sarà discussa in parlamento, è arrivato lo stop all’obbligo del Pos per le spese che saranno inferiori a sessanta euro. Non ci sarà alcuna sanzione a carico dei negozianti che non utilizzeranno i terminali per accettare i pagamenti per spese minute. Confesercenti ha chiesto che il beneficio sia esteso anche ai rivenditori di “generi di monopolio” per le vendite di “valori postali e bollati” per salvare gli aggi dall’erosione delle commissioni bancarie. Infuriati, invece, i consumatori. Codacons accusa: sono stati cancellati otto anni di battaglie, Unc tira in ballo il Pnrr e afferma che il governo, con questa scelta, viola uno degli obiettivi previsti dall’Ue per la concessione dei fondi per il piano nazionale di ripresa.

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