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Napul’è mille scosse: il racconto dai Campi Flegrei

di Redazione -


Napul’è mille scosse: la terra che trema, la paura, il futuro: il racconto dai Campi Flegrei – di GIOACCHINO MARINO

Quando la terra trema, la prima a raggiungerti è la paura, indeterminata e irrazionale. Una sgradevole sensazione di precarietà di fronte alla quale perdi la capacità di organizzare una reazione. Magari sei in casa, e quel luogo sinonimo di sicurezza perde i suoi connotati soliti diventando una potenziale trappola mortale. Poi la realtà si frammenta in istanti separati l’uno dall’altro e scanditi dal rumore opprimente delle vibrazioni che scuotono le pareti, le finestre, gli oggetti quotidiani. Scappare è la prima reazione logica, ma quanto sono sicure le scale, e la memoria storica dei comportamenti da adottare in questi casi complica la gestione delle decisioni. Allora attendi che termini quello sconvolgimento dei piani, che la casa si fermi, che le pareti tornino solide, anche questa volta è passata, anche questa volta la normalità fa il suo incerto ritorno lasciandoti solo la scia di un malessere che incombe e stenta a diluirsi.

A Napoli, come purtroppo nella maggior parte delle regioni italiane, il terremoto lo conosciamo bene. Chi non è più giovanissimo lo ha vissuto in prima persona e quell’esperienza ha in qualche modo segnato la sua adolescenza o la sua giovinezza, chi è nato dopo l’Ottanta, lo ricorda attraverso le parole dei genitori, dei nonni, che più di una volta gli hanno raccontato quella sera indimenticabile nella sua tragica friabilità. Ma al terremoto non ci si abitua mai. E seppure hai rinnovato la liturgia del panico quando la terrà tremò in Abruzzo, rimbombando con un’eco profonda anche a Napoli, adesso che torni a scontrarti con questa dimensione è come se fosse la prima volta. A Napoli si è abituati a vivere sotto l’ombra dell’icona più diffusa e allo stesso tempo più temibile: il Vesuvio. Piantato lì a vista da ogni angolo ti rammenta che, lui, se vuole, può seppellirti in pochi momenti, lui è quel pericolo che si staglia fiero a completare il paesaggio di ogni cartolina, e rappresenta il maggior rischio che aleggia sul destino urbano. E tu da sempre lo guardi con timore reverenziale sperando che resti assopito nella sua decennale imperturbabilità. E invece il pericolo ti arriva alle spalle, dai Campi Flegrei, certo geologicamente collegati, ma non sempre nell’immaginario comune.

E così al ritorno dalle vacanze estive, quando la noia del rientro contende lo spazio mentale alla volontà di ricominciare l’anno lavorativo, ti ritrovi catapultato in una emergenza che giorno dopo giorno assume connotati sempre più plumbei e soffocanti. La frequenza delle scosse che si avvertono in città da qualche settimana è tale, che hai la precisa percezione che qualcosa, lì sotto stia pericolosamente cambiando. Certo la vita deve continuare, ma lo sai che è diverso se per strada senti discorsi basati su intensità della scala Richter, su chi è sceso in strada o piuttosto è rimasto a sedare la paura in casa, se i genitori anziani si siano spaventati ed erano soli in casa… poi l’argomento slitta sui piani di evacuazione e in quale regione ti tocca riparare in caso di emergenza. La realtà è mutata se questi discorsi hanno soppiantato le prodezze di Osimhen e Kvaratskhelia, e ascolti più persone discutere di geologia flegrea che della partita Real Madrid-Napoli. Una lamina di disagio, sottile ma tangibile, permea ogni azione, ogni vicissitudine del giorno, ogni progetto che hai. E quando le immagini della cronaca ti restituiscono scene di persone in strada, di calcinacci caduti, di strade dissestate a causa dell’ultima forte scossa, quel disagio cresce, si assomma ai ricordi e alla paura di un futuro che improvvisamente diviene incerto e imponderabile. Non mancano gli abituali cavalieri della retorica che come sempre invocano le inefficienze delle autorità pubbliche, certo la terra trema governo ladro, ma in realtà forse è ad altre autorità metafisiche che dovresti affidare le tue lamentele. E non hai cognizione di cosa accada, provi a informarti anche se forse non lo desideri veramente, perché sai che in questi eventi naturali la possibilità di intervento umano è nulla; e gli esperti si moltiplicano e la televisione propaga innumerevoli opinioni più o meno scientifiche che ben lungi dal chiarire la situazione, si sovrappongono in una personalizzata ricerca di visibilità. Tutto questo da un giorno all’altro è il presente della città di Napoli; ma domani è un altro giorno, per citare antichi dogmi cinematografici, e in fondo se ben rifletti, la precarietà non è altro che l’elemento portante della vita stessa.


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