Nitto Santapaola: da camionista di Lentini a boss dei Corleonesi. La pista investigativa che nessuno ha mai battuto fino in fondo
Benedetto Santapaola, detto Nitto, era nato all’ospedale di Catania nel 1938 ma aveva scelto Lentini come teatro della sua vita.
Una città della provincia di Siracusa, al confine con il Catanese, dove il giovane Santapaola aveva cominciato a farsi conoscere come uomo difficile da piegare.
Camionista di mestiere, con una violenza secca e senza preavviso che molti avevano avuto modo di misurare sulla propria pelle.
Lo chiamavano “il Cacciatore”. Non per caso.
Santapaola amava la caccia, e nelle campagne siciliane aveva scoperto il luogo ideale per incontri che non tolleravano né telecamere né orecchie indiscrete.
Là, tra gli ulivi e il secco della macchia mediterranea, si stringevano patti, si emettevano condanne, si ridisegnavano confini. Lontano da tutto.
La sua ambizione però aveva presto superato i confini di Lentini e della provincia di Siracusa, dove esercitava la sua influenza in equilibrio con la famiglia Urso: una rete allargata di criminali armati, gente che di mafia conosceva poco e di regole rispettava ancora meno, ma che ai boss palermitani tornava utile per il semplice fatto che sapeva sparare e non aveva paura di morire.
Il salto di qualità di Santapaola era avvenuto a Catania, nel quartiere San Cristoforo.
Lì, in quella periferia dura e orgogliosa, aveva guadagnato sparo dopo sparo una reputazione che aveva attraversato lo Stretto.
Era stata la famiglia Ferraro a garantire per lui, a introdurlo nei circuiti che contavano davvero. Poi era arrivato il rapporto diretto con i Corleonesi di Totò Riina.
E da quel momento la traiettoria di Nitto Santapaola aveva smesso di essere quella di un boss locale.
Il prezzo dell’ingresso
La mafia non ammette soci a sconto.
Per entrare nei salotti buoni di Cosa Nostra bisognava portare qualcosa di concreto sul tavolo.
E Santapaola lo sapeva. I catanesi erano storicamente al servizio dei palermitani come gruppi di fuoco: bravi a sparare, meno abituati a comandare.
Santapaola voleva cambiare questo schema. Voleva che i catanesi diventassero interlocutori, non semplici esecutori.
L’ipotesi investigativa che circolò negli ambienti della procura di Palermo negli anni successivi – e che non fu mai portata fino in fondo – ipotizzava che Santapaola avesse scelto un bersaglio preciso per dimostrare il suo valore ai Corleonesi.
Un bersaglio che valeva doppio: criminalmente e simbolicamente.
Francis Turatello, detto “Faccia d’Angelo”, era il re indiscusso della malavita milanese.
Gestiva le bische clandestine, controllava il racket, teneva in pugno gli affari loschi di una Milano che in quegli anni era più pericolosa di quanto la vulgata del “miracolo economico” avesse mai ammesso.
E aveva un pedigree scomodo: figlio naturale, secondo fonti mai smentite ufficialmente, di Frank Coppola detto “tre dita”, boss mafioso italo-americano espulso dagli Stati Uniti e tornato in Sicilia, uomo della vecchia mafia palermitana, quella che i Corleonesi stavano sistematicamente smantellando con il piombo.
Il 17 agosto 1981, nel cortile del carcere di massima sicurezza di Badu ‘e Carros a Nuoro, Turatello fu assassinato.
Quarantadue coltellate. Antonino Faro e due complici lo accerchiarono durante l’ora d’aria e non gli lasciarono scampo. Faro era un uomo dei catanesi. E i catanesi, secondo quella pista investigativa mai definitivamente battuta, rispondevano a Santapaola.
Un colpo al cuore della vecchia guardia. Il figlio di uno dei più potenti boss della mafia tradizionale siciliana eliminato in carcere, sul continente, lontano da Palermo.
Un messaggio che Riina non avrebbe potuto ignorare. Certo, solo un’ipotesi che ci fosse lui, il cacciatore, ma una pista credibile.
Milano cambia padrone
Alla morte di Turatello seguì quasi immediatamente un riassestamento del potere criminale a Milano.
Angelo Epaminonda, detto “il Tebano”, boss catanese e uomo vicino a Santapaola, prese progressivamente in mano gli affari della capitale lombarda.
La successione fu rapida, quasi preparata. Troppo rapida per essere casuale.
Milano, la città più ricca d’Italia, diventava così una testa di ponte dei catanesi, e attraverso i catanesi, dei Corleonesi. Il cerchio si stringeva.
L’estate del 1982 e la solitudine del generale
Un anno dopo l’omicidio di Turatello, nella calura dell’estate palermitana, cadde il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Era il 3 settembre 1982.
Prefetto di Palermo da appena cento giorni, nominato dal governo per fermare la mattanza mafiosa e poi lasciato sistematicamente solo, senza i poteri speciali promessi, senza le risorse necessarie, senza la copertura politica che aveva diritto di attendersi.
In via Isidoro Carini, alle 21:15, una moto e una BMW affiancarono la sua Autobianchi A112 e i killer aprirono il fuoco con i kalashnikov. Con lui morirono la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.
Quella sera a Palermo morì qualcosa di più di un uomo. Sul muro di via Carini comparve un cartello scritto a mano: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”.
Nei giorni e nelle settimane successive, Palermo fu messa a ferro e fuoco dalle forze dell’ordine. Posti di blocco, perquisizioni, arresti.
Una pressione che paralizzò di fatto le attività mafiose in città. Ma quella morsa poliziesca, paradossalmente, lasciava campo libero proprio ai Corleonesi e ai loro alleati: meno esposti, più mobili, capaci di operare nei vuoti lasciati da una repressione che colpiva soprattutto le strutture visibili della vecchia mafia palermitana. Gli stessi che Riina stava eliminando da anni.
La scia di sangue che portava a Ninni Cassarà
Tre anni dopo, l’ipotesi investigativa che collegava Santapaola agli omicidi eccellenti come atti di fedeltà ai Corleonesi trovò un possibile terzo capitolo. Il 6 agosto 1985 venne assassinato il dottor Giuseppe “Ninni” Cassarà, capo della sezione investigativa della squadra mobile di Palermo. Insieme a lui morì l’agente Roberto Antiochia.
Cassarà era uno degli investigatori più temuti da Cosa Nostra. Aveva lavorato a fianco di Giovanni Falcone, aveva costruito con metodo e intelligenza un patrimonio di conoscenze sull’organizzazione mafiosa che avrebbe potuto rivelarsi devastante per i vertici di Cosa Nostra.
Lo sapevano tutti. Lo sapevano anche i Corleonesi.
Secondo quella pista investigativa mai seguita fino in fondo – quella che alcuni uomini degli investigatori palermitani avevano cominciato a tracciare senza riuscire a completarla – Cassarà non era solo nel mirino di chi voleva fermare le indagini. Era nel mirino di chi, da fuori Palermo, continuava a offrire ai Corleonesi i propri servizi.
La stessa logica dell’estate 1981. La stessa mano. O almeno, la stessa catena di comando.
Nitto Santapaola non fu mai processato per l’omicidio Cassarà. Quella pista rimase sullo sfondo, un’ipotesi accumulata nei fascicoli senza diventare mai un capo d’imputazione.
Le pagine bianche
Benedetto Santapaola è morto l’altra notte nel carcere di Opera, in provincia di Milano. Ergastolano, detenuto dal 1993 dopo anni di latitanza.
Con lui si chiude un potenziale archivio vivente della storia criminale italiana che nessun pentimento aveva mai aperto davvero.
Restano le pagine bianche. Restano le ipotesi investigative di un’epoca in cui giornalisti e investigatori di tutti i livelli brancicavano nel buio, i testimoni morivano prima di parlare e i mandanti di omicidi eccellenti trovavano spesso, nelle sentenze, spazi di ambiguità che la storia non ha mai del tutto colmato.
Il Cacciatore amava la campagna perché lì non c’erano microfoni.
Aveva ragione.
E quella scelta di campo – letteralmente – lo ha protetto per una vita intera.
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