Nobel per la guerra

Assegnare il Nobel per la Pace quest’anno deve essere stata impresa ardua. O forse no? Dipende dal punto di vista. E dall’orientamento politico.
La Svezia, che ogni ottobre proclama i vincitori, in questo 2022 sembra aver preso una direzione ben precisa.

Nella mattinata di ieri, giorno del settantesimo compleanno di Putin, è stato assegnato il prestigioso riconoscimento a: Ales Bialiatski, dissidente bielorusso, capo del gruppo per i diritti della Bielorussia “Viasna”, imprigionato da luglio per via della sua attività di opposizione al presidente in carica Lukashenko; all’organizzazione russa per i diritti umani Memorial e all’organizzazione ucraina per i diritti umani Center for Civil Liberties.

Il premio è stato attribuito dal Comitato per il Nobel a Oslo, in onore dell’ “impegno in difesa dei diritti umani e del diritto di criticare il potere, di difesa dei diritti dei cittadini, per i diritti dei cittadini; contro gli abusi di potere e per aver documentato crimini di guerra”.
Secondo il comitato, Bialiatski e le due Ong hanno eccelso nella “coesistenza pacifica” durante il periodo più tumultuoso in Europa dalla seconda guerra mondiale.

“I vincitori rappresentano la società civile nei loro paesi d’origine”, ha dichiarato Berit Reiss-Andersen, presidentessa del comitato norvegese per il Nobel. “Per molti anni hanno promosso il diritto di criticare il potere e proteggere i diritti fondamentali dei cittadini”.
Bialiatski è la quarta persona in prigione o in detenzione, a ricevere il Nobel per la pace, dopo Carl von Ossietzky della Germania nel 1935, Aung San Suu Kyi del Myanmar nel 1991 e Liu Xiaobo della Cina nel 2010.

Reiss-Andersen ha invitato la Bielorussia a rilasciare l’attivista dal carcere in occasione della cerimonia di premiazione che si terrà il prossimo 10 dicembre nel municipio di Oslo. In quella data ogni premiato riceverà 10 milioni di corone svedesi, circa 804.000 sterline.
L’ucraino Center for Civil Liberties, istituito nel 2007, da quando è scoppiato il conflitto con la Russia, documenta i crimini di guerra dei nemici in patria. L’organizzazione russa “Memorial”, la più antica associazione per i diritti umani del paese, è stata chiusa dal Cremlino l’anno scorso in quella che è considerata la svolta totalitaria della repressione di Putin nei confronti del pensiero indipendente.
Oltre ai capi di governo e alle istituzioni internazionali, molti attivisti hanno accolto con entusiasmo i laureati di quest’anno.

Tanya Lokshina, direttrice associata per l’Europa e l’Asia centrale di Human Rights Watch, ha definito la decisione “un grande gesto di solidarietà con i gruppi per i diritti assediati dagli autocrati”.

Non solo plausi, come è facile immaginare, ma anche tante critiche, soprattutto da parte del governo di Kiev.
Mykhailo Podolyak, assistente presidenziale ucraino, ha lanciato un twitter al vetriolo: “il Comitato ha un’interessante concezione della parola ‘pace’ se lo attribuisce ai rappresentanti di due paesi che ne hanno attaccato un terzo”.

Nel corso del XX secolo le decisioni del comitato sono state spesso controverse: basti pensare che tra i candidati ci fu anche Stalin, nominato ben due volte, nel 1945 e nel 1948, per “l’impegno nel far finire la seconda guerra mondiale”.

Fortunatamente per la credibilità di Stoccolma, Stalin non lo vinse mai.
Ha mancato per poco la candidatura persino Adolf Hitler, che nel 1939 fu nominato da un parlamentare svedese che ritirò la proposta dopo poco.

Dall’altra parte, Gandhi ricevette diverse nomination ma non lo ottenne mai, non a caso viene definito il “missing laureate”.

Tornando a noi, forse premiare tre entità anti-Putin non è necessariamente un messaggio diretto al presidente russo, ma di sicuro è una lusinga verso l’Occidente, come lo fu l’assegnazione del premio a Barack Obama nel 2009, appena un anno dopo il suo insediamento alla Casa Bianca.

La motivazione, in quel caso, era legata agli sforzi per il dialogo mostrati dal presidente nel corso dei primi mesi del suo mandato, “per il suo straordinario impegno nel rafforzare la diplomazia internazionale e la collaborazione tra i popoli”.

Sarà una coincidenza il fatto che la Svezia mira a far parte della Nato da tempo? Giusto ieri, (guarda caso), si è espresso in merito il presidente turco Erdogan, che ha dichiarato di essere contrario all’ingresso del paese scandinavo nella Nato “finché avrà terroristi curdi in Parlamento”. Secondo noi questo premio, senza dubbio ideato e animato dai più nobel-i principi, quest’anno ha una forte valenza politica.

Assegnare il Nobel per la Pace quest’anno deve essere stata impresa ardua. O forse no? Dipende dal punto di vista. E dall’orientamento politico.
La Svezia, che ogni ottobre proclama i vincitori, in questo 2022 sembra aver preso una direzione ben precisa.

Nella mattinata di ieri, giorno del settantesimo compleanno di Putin, è stato assegnato il prestigioso riconoscimento a: Ales Bialiatski, dissidente bielorusso, capo del gruppo per i diritti della Bielorussia “Viasna”, imprigionato da luglio per via della sua attività di opposizione al presidente in carica Lukashenko; all’organizzazione russa per i diritti umani Memorial e all’organizzazione ucraina per i diritti umani Center for Civil Liberties.

Il premio è stato attribuito dal Comitato per il Nobel a Oslo, in onore dell’ “impegno in difesa dei diritti umani e del diritto di criticare il potere, di difesa dei diritti dei cittadini, per i diritti dei cittadini; contro gli abusi di potere e per aver documentato crimini di guerra”.
Secondo il comitato, Bialiatski e le due Ong hanno eccelso nella “coesistenza pacifica” durante il periodo più tumultuoso in Europa dalla seconda guerra mondiale.

“I vincitori rappresentano la società civile nei loro paesi d’origine”, ha dichiarato Berit Reiss-Andersen, presidentessa del comitato norvegese per il Nobel. “Per molti anni hanno promosso il diritto di criticare il potere e proteggere i diritti fondamentali dei cittadini”.
Bialiatski è la quarta persona in prigione o in detenzione, a ricevere il Nobel per la pace, dopo Carl von Ossietzky della Germania nel 1935, Aung San Suu Kyi del Myanmar nel 1991 e Liu Xiaobo della Cina nel 2010.

Reiss-Andersen ha invitato la Bielorussia a rilasciare l’attivista dal carcere in occasione della cerimonia di premiazione che si terrà il prossimo 10 dicembre nel municipio di Oslo. In quella data ogni premiato riceverà 10 milioni di corone svedesi, circa 804.000 sterline.
L’ucraino Center for Civil Liberties, istituito nel 2007, da quando è scoppiato il conflitto con la Russia, documenta i crimini di guerra dei nemici in patria. L’organizzazione russa “Memorial”, la più antica associazione per i diritti umani del paese, è stata chiusa dal Cremlino l’anno scorso in quella che è considerata la svolta totalitaria della repressione di Putin nei confronti del pensiero indipendente.
Oltre ai capi di governo e alle istituzioni internazionali, molti attivisti hanno accolto con entusiasmo i laureati di quest’anno.

Tanya Lokshina, direttrice associata per l’Europa e l’Asia centrale di Human Rights Watch, ha definito la decisione “un grande gesto di solidarietà con i gruppi per i diritti assediati dagli autocrati”.

Non solo plausi, come è facile immaginare, ma anche tante critiche, soprattutto da parte del governo di Kiev.
Mykhailo Podolyak, assistente presidenziale ucraino, ha lanciato un twitter al vetriolo: “il Comitato ha un’interessante concezione della parola ‘pace’ se lo attribuisce ai rappresentanti di due paesi che ne hanno attaccato un terzo”.

Nel corso del XX secolo le decisioni del comitato sono state spesso controverse: basti pensare che tra i candidati ci fu anche Stalin, nominato ben due volte, nel 1945 e nel 1948, per “l’impegno nel far finire la seconda guerra mondiale”.

Fortunatamente per la credibilità di Stoccolma, Stalin non lo vinse mai.
Ha mancato per poco la candidatura persino Adolf Hitler, che nel 1939 fu nominato da un parlamentare svedese che ritirò la proposta dopo poco.

Dall’altra parte, Gandhi ricevette diverse nomination ma non lo ottenne mai, non a caso viene definito il “missing laureate”.

Tornando a noi, forse premiare tre entità anti-Putin non è necessariamente un messaggio diretto al presidente russo, ma di sicuro è una lusinga verso l’Occidente, come lo fu l’assegnazione del premio a Barack Obama nel 2009, appena un anno dopo il suo insediamento alla Casa Bianca.

La motivazione, in quel caso, era legata agli sforzi per il dialogo mostrati dal presidente nel corso dei primi mesi del suo mandato, “per il suo straordinario impegno nel rafforzare la diplomazia internazionale e la collaborazione tra i popoli”.

Sarà una coincidenza il fatto che la Svezia mira a far parte della Nato da tempo? Giusto ieri, (guarda caso), si è espresso in merito il presidente turco Erdogan, che ha dichiarato di essere contrario all’ingresso del paese scandinavo nella Nato “finché avrà terroristi curdi in Parlamento”. Secondo noi questo premio, senza dubbio ideato e animato dai più nobel-i principi, quest’anno ha una forte valenza politica.

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