Noi, l’europa e la solidarietà a corrente alternata 

Il 29 settembre la Germania ha annunciato uno “scudo di difesa economica da 200 miliardi contro le conseguenze della guerra di aggressione della Russia”. La decisione del governo tedesco ha sollevato in Europa una pioggia di critiche, in particolare per il suo carattere unilaterale. Il pacchetto di finanziamenti e aiuti contro il caro-energia, unito alla resistenza nei confronti della proposta italiana (e non solo) volta a fissare un tetto sul prezzo del gas (price cap) valido per tutta l’Europa, sembra infatti obbedire a una logica politica nazionalistica. Una logica che fa a pugni con le politiche solidaristiche promosse durante la crisi del Covid e realizzate grazie all’approvazione del pacchetto Next Generation UE da 750 miliardi finanziato da obbligazioni comuni europee.

Eppure, la solidarietà è un valore costitutivo dell’identità politica dell’Unione europea. Si tratta di un principio generale che informa tutti i principali Trattati dell’Unione sin dalla sua nascita nel 1951, compreso l’Atto unico europeo (1986), il Trattato di Maastricht (1992) e il Trattato di Lisbona (2006). In quest’ultimo caso, assume la funzione di un valore destinato a unire tanto i cittadini quanto gli Stati membri. La solidarietà non è però solo un principio generale di orientamento morale, poiché trova sostanza giuridica nel diritto primario dell’Unione, che può essere reso effettivo nei procedimenti giudiziari. Il fatto che il capo IV della Carta dei diritti fondamentali approvata a Nizza nel 2001 rechi il titolo di “Solidarietà”, e che ciò abbia successivamente contribuito a definire i diritti individuali e collettivi che regolano il mercato del lavoro oltre che i diritti a varie forme di protezione sociale, sta a indicare come l’Ue riconosca alla solidarietà il valore di un vero e proprio principio giuridico.
Tuttavia, la sua applicazione coerente e uniforme è ancora di là da venire. Lo si è visto quando l’Ue ha dovuto affrontare due diverse circostanze critiche: la crisi finanziaria e la crisi dei rifugiati. In entrambe le occasioni è risultato evidente che a prevalere è stato il presunto interesse nazionale degli Stati membri. Nel primo caso, agli impegni di solidarietà rivolti ai Paesi periferici dell’Eurozona hanno fatto seguito misure di salvataggio improntate a un’ideologia dell’austerità che della solidarietà rappresenta una plateale smentita. E nel secondo caso, la crisi dei rifugiati del 2015, il meccanismo di solidarietà destinato a favorirne la ricollocazione nei vari Paesi, è fallito.

La scelta recente della Germania sembra perciò riproporre uno schema già collaudato. Uno schema che si nutre, sostanzialmente, dell’idea che la solidarietà sia praticabile soltanto entro i confini di un’appartenenza nazionale che si suppone garantita da una storia e da costumi, tradizioni e legami ancestrali comuni. Un’idea che risulta tuttavia storicamente e politicamente arbitraria. È verosimile che il deficit di solidarietà che ostacola tuttora la formazione di una politica europea comune non vada interpretato come una espressione di rifiuto xenofobo nei confronti degli stranieri. Talvolta sembra piuttosto la manifestazione di un timore per la perdita di quelle tutele democratiche che gli Stati democratici nazionali hanno sin qui saputo garantire.
La solidarietà civica dipende da relazioni sociali e politiche mediate dal diritto e prende corpo tra estranei che non hanno, e non avranno mai, personalmente modo di incontrarsi. Non è qualcosa di assimilabile alla disponibilità morale a compiere sacrifici in favore di terzi. La fiducia nella reciprocità nasce tra individui che ritengono di condividere un destino futuro e quindi una prospettiva comune. Non è forse questa la situazione che si è creata in Europa dopo l’unificazione monetaria e che trova purtroppo ulteriore conferma nella crisi pandemica, nella crisi energetica e nella crisi ecologica? È per queste ragioni che la scelta della Germania appare, come minimo, intempestiva e fuori luogo.

Edoardo Greblo & Luca Taddio

Il 29 settembre la Germania ha annunciato uno “scudo di difesa economica da 200 miliardi contro le conseguenze della guerra di aggressione della Russia”. La decisione del governo tedesco ha sollevato in Europa una pioggia di critiche, in particolare per il suo carattere unilaterale. Il pacchetto di finanziamenti e aiuti contro il caro-energia, unito alla resistenza nei confronti della proposta italiana (e non solo) volta a fissare un tetto sul prezzo del gas (price cap) valido per tutta l’Europa, sembra infatti obbedire a una logica politica nazionalistica. Una logica che fa a pugni con le politiche solidaristiche promosse durante la crisi del Covid e realizzate grazie all’approvazione del pacchetto Next Generation UE da 750 miliardi finanziato da obbligazioni comuni europee.

Eppure, la solidarietà è un valore costitutivo dell’identità politica dell’Unione europea. Si tratta di un principio generale che informa tutti i principali Trattati dell’Unione sin dalla sua nascita nel 1951, compreso l’Atto unico europeo (1986), il Trattato di Maastricht (1992) e il Trattato di Lisbona (2006). In quest’ultimo caso, assume la funzione di un valore destinato a unire tanto i cittadini quanto gli Stati membri. La solidarietà non è però solo un principio generale di orientamento morale, poiché trova sostanza giuridica nel diritto primario dell’Unione, che può essere reso effettivo nei procedimenti giudiziari. Il fatto che il capo IV della Carta dei diritti fondamentali approvata a Nizza nel 2001 rechi il titolo di “Solidarietà”, e che ciò abbia successivamente contribuito a definire i diritti individuali e collettivi che regolano il mercato del lavoro oltre che i diritti a varie forme di protezione sociale, sta a indicare come l’Ue riconosca alla solidarietà il valore di un vero e proprio principio giuridico.
Tuttavia, la sua applicazione coerente e uniforme è ancora di là da venire. Lo si è visto quando l’Ue ha dovuto affrontare due diverse circostanze critiche: la crisi finanziaria e la crisi dei rifugiati. In entrambe le occasioni è risultato evidente che a prevalere è stato il presunto interesse nazionale degli Stati membri. Nel primo caso, agli impegni di solidarietà rivolti ai Paesi periferici dell’Eurozona hanno fatto seguito misure di salvataggio improntate a un’ideologia dell’austerità che della solidarietà rappresenta una plateale smentita. E nel secondo caso, la crisi dei rifugiati del 2015, il meccanismo di solidarietà destinato a favorirne la ricollocazione nei vari Paesi, è fallito.

La scelta recente della Germania sembra perciò riproporre uno schema già collaudato. Uno schema che si nutre, sostanzialmente, dell’idea che la solidarietà sia praticabile soltanto entro i confini di un’appartenenza nazionale che si suppone garantita da una storia e da costumi, tradizioni e legami ancestrali comuni. Un’idea che risulta tuttavia storicamente e politicamente arbitraria. È verosimile che il deficit di solidarietà che ostacola tuttora la formazione di una politica europea comune non vada interpretato come una espressione di rifiuto xenofobo nei confronti degli stranieri. Talvolta sembra piuttosto la manifestazione di un timore per la perdita di quelle tutele democratiche che gli Stati democratici nazionali hanno sin qui saputo garantire.
La solidarietà civica dipende da relazioni sociali e politiche mediate dal diritto e prende corpo tra estranei che non hanno, e non avranno mai, personalmente modo di incontrarsi. Non è qualcosa di assimilabile alla disponibilità morale a compiere sacrifici in favore di terzi. La fiducia nella reciprocità nasce tra individui che ritengono di condividere un destino futuro e quindi una prospettiva comune. Non è forse questa la situazione che si è creata in Europa dopo l’unificazione monetaria e che trova purtroppo ulteriore conferma nella crisi pandemica, nella crisi energetica e nella crisi ecologica? È per queste ragioni che la scelta della Germania appare, come minimo, intempestiva e fuori luogo.

Edoardo Greblo & Luca Taddio

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