Non c’è più il custode della tradizione e ora aumenta il rischio di scisma

Ora che le spoglie di Benedetto XVI riposano accanto a quelle di San Giovanni Paolo II, Papa Francesco è più solo che mai. Anzi, è un Pontefice dimezzato. Perché non rappresenta tutto il Vaticano e perché il suo papato incarna soltanto alcuni aspetti della Chiesa. E non dà voce a quella visione della Chiesa che invece vedeva in Ratzinger la massima espressione. Non a caso, con la scomparsa Benedetto XVI prende piede la possibilità della rinuncia da parte di Bergoglio. Anche perché per il Papa argentino si apre anche una stagione inedita: quella del governo della Chiesa senza il tacito ausilio del suo predecessore. Il Papa emerito si era sì ritirato in preghiera ma teneva in qualche modo buoni gli oppositori del gesuita che a sorpresa, eletto al soglio di Pietro, aveva scelto il nome del Poverello di Assisi. Ora i ratzingeriani, che coincidono in larga parte con i conservatori (forse anche reazionari) del Vaticano non potranno più restare in silenzio. Il loro tutore della tradizione è ormai in cielo.
Ratzinger aveva scelto la verità come motto episcopale, diventandone in seguito il custode – fortemente voluto da Giovanni Paolo II – come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Fino al compito, giunto nel 2005, di confermare i fratelli nella verità, secondo il mandato proprio di Pietro. Verbo fatto carne è la persona di Cristo: la verità. Il papato di Benedetto XVI è tutto nella sua celebre massima: “Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, ma di una Chiesa più divina. Solo allora essa sarà veramente umana”. Tutto torna.
Come torna egualmente e con altrettanta forza la visione di Bergoglio, figlia di quel cattolicesimo sudamericano tanto inviso alla potente chiesa cattolica nordamericana, rimasta esclusa nell’ultimo conclave. Bergoglio progressista, riformista, ai limiti dell’idolatria e della scomunica – come quando benedisse un idolo pagano degli indios dell’Amazzonia in San Pietro (statua che poi finì nel Tevere per mano certo non dei bergogliani). Mentre padre Georg ora si sfoga e si leva i sanpietrini dalle scarpe, citando tutte le volte che Bergoglio ha spezzato il cuore a lui e al suo amato Benedetto XVI, la Chiesa è monca. Non ci sono più i due Papi che insieme rappresentavano l’intera cristianità. Ora resta solo il Pontefice che guarda solo avanti. Se Bergoglio vuole che la Chiesa sia moderna e recuperi il ritardo rispetto ai mutamenti della società, c’è chi – come i ratzingeriani – ritiene che proprio la fedeltà al dogma è un contraltare indispensabile, una bussola – anche per i non credenti – in un mondo fin troppo confuso.
Ciò che logora il Papa non è tanto la sua missione di pastore nel mondo, ma l’essere a capo di una Chiesa che al posto delle correnti così come le conosciamo nei partiti politici ha gli ordini, che sono contrapposti da secoli e secoli, se non millenni. Il capo della Chiesa (di fatto una monarchia assoluta) non rappresenta mai tutte le anime e i poteri del Vaticano. Nel caso di Bergoglio poi la contrapposizione è stata finora bipolare. Ma senza più il Papa emerito come fattore di equilibrio, ci sarà una battaglia senza quartiere tra le “correnti” in Vaticano. Con il rischio concreto di uno scisma. A partire da quello dei cattolici nordamericani, tra i più conservatori.
In ogni caso, se Bergoglio dovesse davvero replicare il gesto estremo del suo predecessore – quella rinuncia che tanti ratzingeriani non hanno mai perdonato al loro Papa – il nuovo Pontefice difficilmente sarà italiano. Nel corso del 2023 tanti cardinali raggiungeranno gli 80 anni, ma fra di loro ci sono soltanto cinque italiani. Si riduce sempre più il peso della chiesa italiana. Francesco nel frattempo dovrà decidere se il decentramento annunciato a inizio pontificato diventerà realtà o resterà fra le buone intenzioni.
Se ieri in Piazza San Pietro in tanti hanno esclamato “Santo subito” per Benedetto XVI, celebrato nelle esequie come un Sommo Pontefice e non come un Papa emerito, altrettanti – tra i bergogliani – stanno dando la stura alle critiche al pontificato di Ratzinger.
Papa Francesco ora dovrà essere ancora più forte di prima. Altrimenti la rinuncia sarà (ancora una volta) inevitabile.
Ora che le spoglie di Benedetto XVI riposano accanto a quelle di San Giovanni Paolo II, Papa Francesco è più solo che mai. Anzi, è un Pontefice dimezzato. Perché non rappresenta tutto il Vaticano e perché il suo papato incarna soltanto alcuni aspetti della Chiesa. E non dà voce a quella visione della Chiesa che invece vedeva in Ratzinger la massima espressione. Non a caso, con la scomparsa Benedetto XVI prende piede la possibilità della rinuncia da parte di Bergoglio. Anche perché per il Papa argentino si apre anche una stagione inedita: quella del governo della Chiesa senza il tacito ausilio del suo predecessore. Il Papa emerito si era sì ritirato in preghiera ma teneva in qualche modo buoni gli oppositori del gesuita che a sorpresa, eletto al soglio di Pietro, aveva scelto il nome del Poverello di Assisi. Ora i ratzingeriani, che coincidono in larga parte con i conservatori (forse anche reazionari) del Vaticano non potranno più restare in silenzio. Il loro tutore della tradizione è ormai in cielo.
Ratzinger aveva scelto la verità come motto episcopale, diventandone in seguito il custode – fortemente voluto da Giovanni Paolo II – come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Fino al compito, giunto nel 2005, di confermare i fratelli nella verità, secondo il mandato proprio di Pietro. Verbo fatto carne è la persona di Cristo: la verità. Il papato di Benedetto XVI è tutto nella sua celebre massima: “Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, ma di una Chiesa più divina. Solo allora essa sarà veramente umana”. Tutto torna.
Come torna egualmente e con altrettanta forza la visione di Bergoglio, figlia di quel cattolicesimo sudamericano tanto inviso alla potente chiesa cattolica nordamericana, rimasta esclusa nell’ultimo conclave. Bergoglio progressista, riformista, ai limiti dell’idolatria e della scomunica – come quando benedisse un idolo pagano degli indios dell’Amazzonia in San Pietro (statua che poi finì nel Tevere per mano certo non dei bergogliani). Mentre padre Georg ora si sfoga e si leva i sanpietrini dalle scarpe, citando tutte le volte che Bergoglio ha spezzato il cuore a lui e al suo amato Benedetto XVI, la Chiesa è monca. Non ci sono più i due Papi che insieme rappresentavano l’intera cristianità. Ora resta solo il Pontefice che guarda solo avanti. Se Bergoglio vuole che la Chiesa sia moderna e recuperi il ritardo rispetto ai mutamenti della società, c’è chi – come i ratzingeriani – ritiene che proprio la fedeltà al dogma è un contraltare indispensabile, una bussola – anche per i non credenti – in un mondo fin troppo confuso.
Ciò che logora il Papa non è tanto la sua missione di pastore nel mondo, ma l’essere a capo di una Chiesa che al posto delle correnti così come le conosciamo nei partiti politici ha gli ordini, che sono contrapposti da secoli e secoli, se non millenni. Il capo della Chiesa (di fatto una monarchia assoluta) non rappresenta mai tutte le anime e i poteri del Vaticano. Nel caso di Bergoglio poi la contrapposizione è stata finora bipolare. Ma senza più il Papa emerito come fattore di equilibrio, ci sarà una battaglia senza quartiere tra le “correnti” in Vaticano. Con il rischio concreto di uno scisma. A partire da quello dei cattolici nordamericani, tra i più conservatori.
In ogni caso, se Bergoglio dovesse davvero replicare il gesto estremo del suo predecessore – quella rinuncia che tanti ratzingeriani non hanno mai perdonato al loro Papa – il nuovo Pontefice difficilmente sarà italiano. Nel corso del 2023 tanti cardinali raggiungeranno gli 80 anni, ma fra di loro ci sono soltanto cinque italiani. Si riduce sempre più il peso della chiesa italiana. Francesco nel frattempo dovrà decidere se il decentramento annunciato a inizio pontificato diventerà realtà o resterà fra le buone intenzioni.
Se ieri in Piazza San Pietro in tanti hanno esclamato “Santo subito” per Benedetto XVI, celebrato nelle esequie come un Sommo Pontefice e non come un Papa emerito, altrettanti – tra i bergogliani – stanno dando la stura alle critiche al pontificato di Ratzinger.
Papa Francesco ora dovrà essere ancora più forte di prima. Altrimenti la rinuncia sarà (ancora una volta) inevitabile.
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