Onorata capitale

A Roma la mafia non c’è più, ma la ‘ndrangheta sì. Pur se i tentacoli di quel “mondo di mezzo”, fatto di rapporti tra politici e gregari di rilevante calibro criminale, sono stati tagliati per via giudiziaria, con buona pace delle istituzioni intente a salvare l’immagine della Capitale, permane comunque una realtà investigativa diversa: la Città Eterna non è stata liberata. Anzi, paradossalmente, togliere di mezzo quel mondo di mezzo ha lasciato vuoti degli spazi vitali sui quali, adesso, le ‘ndrine calabresi hanno messo le mani, assumendo il controllo degli affari più proficui, che tendono non solo al riciclaggio del denaro, ma al reinvestimento dei capitali grazie ai fondi del Pnrr. Non è allarmismo per una recrudescenza dei fenomeni criminali, ma è scritto nero su bianco sulla Relazione della Direzione Investigativa Antimafia, presentata nei giorni scorsi al Parlamento e che noi de L’Identità abbiamo potuto leggere. Un report che ancora non hanno visto a Montecitorio, dato che è arrivato in pieno cambio di Esecutivo, e che il nuovo governo potrà studiare nelle prossime settimane, per capire cosa si muove in silenzio nel substrato della Capitale. Dove non ci sono più i “sette re di Roma”. Non c’è er Cecato della Banda della Magliana, che anche se non è in cella non può più manovrare, e non ci sono neppure i Casamonica, i cui vertici sono stati azzerati da una valanga di arresti, incarcerati per associazione mafiosa. A Roma, oggi, c’è un imperatore, l’organizzazione criminale su base familiare più potente del mondo, dal carattere transnazionale e dalla reputazione così accreditata da essere “presente in America Latina a fianco dei narcos”, scrive la Dia. Insomma, i calabresi sono diventati gli interlocutori privilegiati dei cartelli colombiani, i quali hanno creato una joint-venture con le ‘ndrine per condividere gli affari e spartirsi i proventi della coca. Una parte di questi la ‘ndrangheta li rinveste e Roma, meta di turisti e cuore politico del Paese, è certamente il mare migliore in cui pescare per mettere in atto l’infiltrazione “nell’economia legale anche in prospettiva della prossima attuazione degli investimenti finanziati dal noto Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”, si legge nella relazione. La Dia, dunque, traccia una mappa della spartizione della Capitale tra le ‘ndrine, che coesistono pacificamente al fine di “raggiungere una progressiva penetrazione nel tessuto economico ed imprenditoriale del territorio soprattutto della città di Roma, onde riciclare e reimpiegare con profitto capitali di provenienza delittuosa”. La presenza più forte è quella delle famiglie della Locride e della parte ionica del reggino. Accanto ai Pelle-Vottari e ai Nirta-Strangio di San Luca, le famiglie coinvolte nella strage di Duisburg e considerate “una delle prime consorterie, fin dagli anni ’70, a estendere i propri affari al territorio della Capitale”, si sono affiancati i Morabito di Africo, che controllano la zona nord della Capitale, e gli Alvaro di Sinopoli, i cui affari si concentrano nel quadrante sud-est, dal Prenestino a Torpignattara, con un fortino a Primavalle e affari in centro. Sul litorale che porta ad Anzio, Nettuno e Ardea sono radicati i Gallace-Novella e i Perronace di Guardavalle, oltre ai Pelle-Pizzata di San Luca, ai Marando di Platì, agli Strangio di San Luca e ai Bellocco di Rosarno. Ai Castelli Romani risultano “organici” i Molè di Gioia Tauro e i Mazzagatti di Oppido Mamertina. Famiglie meno importanti presidiano altri quartieri. Tutti insieme, per stringere nella loro morsa la Capitale.

A Roma la mafia non c’è più, ma la ‘ndrangheta sì. Pur se i tentacoli di quel “mondo di mezzo”, fatto di rapporti tra politici e gregari di rilevante calibro criminale, sono stati tagliati per via giudiziaria, con buona pace delle istituzioni intente a salvare l’immagine della Capitale, permane comunque una realtà investigativa diversa: la Città Eterna non è stata liberata. Anzi, paradossalmente, togliere di mezzo quel mondo di mezzo ha lasciato vuoti degli spazi vitali sui quali, adesso, le ‘ndrine calabresi hanno messo le mani, assumendo il controllo degli affari più proficui, che tendono non solo al riciclaggio del denaro, ma al reinvestimento dei capitali grazie ai fondi del Pnrr. Non è allarmismo per una recrudescenza dei fenomeni criminali, ma è scritto nero su bianco sulla Relazione della Direzione Investigativa Antimafia, presentata nei giorni scorsi al Parlamento e che noi de L’Identità abbiamo potuto leggere. Un report che ancora non hanno visto a Montecitorio, dato che è arrivato in pieno cambio di Esecutivo, e che il nuovo governo potrà studiare nelle prossime settimane, per capire cosa si muove in silenzio nel substrato della Capitale. Dove non ci sono più i “sette re di Roma”. Non c’è er Cecato della Banda della Magliana, che anche se non è in cella non può più manovrare, e non ci sono neppure i Casamonica, i cui vertici sono stati azzerati da una valanga di arresti, incarcerati per associazione mafiosa. A Roma, oggi, c’è un imperatore, l’organizzazione criminale su base familiare più potente del mondo, dal carattere transnazionale e dalla reputazione così accreditata da essere “presente in America Latina a fianco dei narcos”, scrive la Dia. Insomma, i calabresi sono diventati gli interlocutori privilegiati dei cartelli colombiani, i quali hanno creato una joint-venture con le ‘ndrine per condividere gli affari e spartirsi i proventi della coca. Una parte di questi la ‘ndrangheta li rinveste e Roma, meta di turisti e cuore politico del Paese, è certamente il mare migliore in cui pescare per mettere in atto l’infiltrazione “nell’economia legale anche in prospettiva della prossima attuazione degli investimenti finanziati dal noto Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”, si legge nella relazione. La Dia, dunque, traccia una mappa della spartizione della Capitale tra le ‘ndrine, che coesistono pacificamente al fine di “raggiungere una progressiva penetrazione nel tessuto economico ed imprenditoriale del territorio soprattutto della città di Roma, onde riciclare e reimpiegare con profitto capitali di provenienza delittuosa”. La presenza più forte è quella delle famiglie della Locride e della parte ionica del reggino. Accanto ai Pelle-Vottari e ai Nirta-Strangio di San Luca, le famiglie coinvolte nella strage di Duisburg e considerate “una delle prime consorterie, fin dagli anni ’70, a estendere i propri affari al territorio della Capitale”, si sono affiancati i Morabito di Africo, che controllano la zona nord della Capitale, e gli Alvaro di Sinopoli, i cui affari si concentrano nel quadrante sud-est, dal Prenestino a Torpignattara, con un fortino a Primavalle e affari in centro. Sul litorale che porta ad Anzio, Nettuno e Ardea sono radicati i Gallace-Novella e i Perronace di Guardavalle, oltre ai Pelle-Pizzata di San Luca, ai Marando di Platì, agli Strangio di San Luca e ai Bellocco di Rosarno. Ai Castelli Romani risultano “organici” i Molè di Gioia Tauro e i Mazzagatti di Oppido Mamertina. Famiglie meno importanti presidiano altri quartieri. Tutti insieme, per stringere nella loro morsa la Capitale.

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