Politica

Pd, Brienza: “L’ho finanziato, oggi non lo farei più. Questo partito non tutela le imprese”

di Edoardo Sirignano -


di EDOARDO SIRIGNANO

“Ho creduto e finanziato il primo Pd. Quello odierno non ha un progetto, un’idea. È un movimento che va contro le imprese”. A dirlo Nicola Brienza, imprenditore di successo e docente universitario, tra i primi sostenitori della macchina veltroniana nel Mezzogiorno.

Quale il rapporto tra politica e imprenditoria oggi?

La politica che si avvicina all’imprenditoria o viceversa crea limiti importanti per quanto concerne il conflitto d’interesse.

Berlusconi, però, è la dimostrazione di come l’ostacolo si possa superare…

Stiamo parlando di un indiscusso fuoriclasse. Ne nascono pochi. Mantenere in vita un movimento per trenta anni e fare impresa ai massimi livelli è un qualcosa alla sola portata di Silvio.

Lei, però, è stato tra i mecenati del Sud, che nel periodo migliore di Fi ha creduto nel Pd di Veltroni. Adesso si ritrova ancora in quel progetto?

Assolutamente no! Quel partito mi aveva convinto. Era la giusta sintesi di cui aveva bisogno l’Italia. Il Pd ha entusiasmato fino al patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi. Mi faceva piacere sapere che si stava andando vero un nuovo centro, una moderna Dc, per chi come me, è amante di quell’ideologia. Prima con Zingaretti e poi con Letta, però, si è deciso di stravolgere tutto e svoltare a sinistra. Non posso sentirmi a casa nel partito di Schlein e dei suoi rossi compagni.

In passato ha anche finanziato questa forza. Lo rifarebbe?

Mi è stato chiesto di fare la mia parte e l’ho fatta. Oggi non sosterrei più i dem. Il primo Pd mi ha affascinato perché nato con un’ideologia di centrosinistra, perché in grado di far ritrovare chi predicava la dottrina di Moro con chi sposava la causa di Berlinguer. Questa era la sua forza. Quando questa capacità è venuta meno, è saltato tutto.

Da imprenditore, il Pd di Schlein tutela chi crea lavoro?

La verità è che il Pd odierno non tutela le imprese, anzi il contrario. È comunista, statalista. Come può aiutarle?

Non esiste, quindi, un’alternativa per gli industriali che non si sentono di destra?

Con Forza Italia c’è stata un’alternativa. Adesso bisognerà capire cosa succederà nel dopo Berlusconi. Renew Italia, la parte nazionale del pensiero di Macron, è certamente un progetto interessante. Mi auguro riesca nell’obiettivo. Considerando quanto accaduto al Terzo Polo di Renzi e Calenda, nessuno può consentirsi il lusso di correre da solo alle europee. Non so se ci sarà un partito unico, una federazione, ma se il centro resterà diviso morirà.

Prima di parlare di nuovi soggetti bisogna ritrovarsi innanzitutto su una proposta, forse quella che è venuta a mancare tra le stanze del Nazareno…

Letta non è riuscito a creare unione perché parlava solo di numeri. Non c’era un progetto. Bisognava stare insieme solo per battere la destra. Così, però, non si vince. La gente non ti segue, non ti capisce. La vera debolezza della sinistra è l’incapacità di presentare una proposta in cui possa riconoscersi un popolo. È difficile, d’altronde, in un partito senza leader e con tanti capetti.

Cosa consiglia a quei centristi come Boccia o Franceschini che rischiano di ritrovarsi minoranza nel nuovo Pci?

La crisi del Pd è dovuta proprio alle troppe anime, che a un certo punto non hanno più retto. Quando non ci sono stati più profili del calibro di Veltroni, Prodi, che pure hanno commesso errori, è saltato tutto. Oggi esistono dirigenti che hanno ruoli importanti, ma non sono dei leader. Non voglio scagliare dardi verso nessuno, ma c’è troppa gente che pensa solo a sé stessa e non al suo popolo.

Da anni investe in Cina. Un’idea su cui ritrovarsi poteva essere la Via della Seta tracciata dal M5S…

A causa di governi, che durano troppo poco, si fermano lavori importanti come quello con la Cina. Il camaleontico 5 Stelle, quando era al governo con la Lega, ci ha creduto. Gli Stati Uniti, però, certamente non potevano consentire un contratto con Pechino. Possiamo dire che ci siamo fermati al preliminare. Il progetto di Conte è stato un fuoco di paglia.

La sorprende che nel nostro Paese tutti corrono all’atlantismo, mentre nessuno guarda altrove?

In Italia, in questo senso, andiamo verso un soggetto unico. Non c’è un pentapartito come quello della Prima Repubblica. S’intraprende, però, un percorso, che non tiene conto del nostro valore d’acquisto. I Brics stanno tentando di creare un’alternativa alla Nato e probabilmente ci sono quasi riusciti. Il problema è che noi non siamo stati in grado di inserirci e fare business con entrambi i blocchi. Mi immaginavo un’Europa in grado di mediare e non quella che guarda a una sola parte.

L’Italia, come l’Europa, ha perso quel ruolo di mediatore che aveva nel dopoguerra. Perché?

Non ci sono più figure come De Gasperi e Mattei in grado di fare mediazione. Il nostro Paese, poi, non è entrato nella maniera giusta in Europa e adesso purtroppo ne paga le conseguenze.

Esiste, allo stato, una figura della società civile in grado di dare la svolta, come successo col Cav nel dopo Tangentopoli?

Non conviene a nessuno. Sarebbe un reset che porterebbe solo a un ritorno del M5S. Allontanerebbe ancora di più la gente dalle urne.

Quale, quindi, l’alternativa a Meloni o avremo questa maggioranza per altri venti anni?

È impossibile prevedere quanto duri quest’esperienza. In Italia è facile dimenticarsi degli eroi, figuriamoci dei politici. Non è detto, poi, che all’Italia serva davvero un’alternativa alla Meloni. Forse sarebbe meglio creare un centro che possa avere un peso rilevante in un qualcosa di più ampio.

Come vede l’alleanza in Europa tra i conservatori e il Ppe di Weber?

La soluzione migliore per togliere la sinistra dal governo europeo.


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