Separazione delle carriere: una riforma liberale che ha guidato intere generazioni
di Andrea Marcucci
Cominciamo dal dettaglio meno importante: non sostengo il governo di Giorgia Meloni. Il partito Liberaldemocratico, in Parlamento con Luigi Marattin, non vota la fiducia.
Arriviamo alla cosa che conta di più: voterò sì al referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei giudici. Lo farò, lo faremo con convinzione tutti noi liberaldemocratici.
Nel nome di tante ragioni convergenti, la più importante delle quali è anche la più semplice: la separazione delle carriere è per eccellenza una riforma liberale. Dividere la magistratura inquirente da quella giudicante è da sempre un nostro principio sacro, un obiettivo che ha guidato generazioni di liberali dal dopoguerra. Per questo è impossibile cambiare idea solo perché la riforma è proposta da un governo che non sosteniamo.
È un traguardo che personalmente ho sempre condiviso anche durante gli anni di militanza nel Pd, prima, durante e dopo la segreteria di Matteo Renzi. Che il tema della giustizia sia trasversale lo conferma il travaglio che attraversa la sinistra, o meglio, la proliferazione di comitati per il Sì nati con quella matrice politico-culturale.
Come quello fondato da Libertà Eguale, con il vicepresidente Stefano Ceccanti e l’adesione di tanti esponenti di rilievo, persino dei Ds: è il caso dell’ex ministro Cesare Salvi, di Claudio Petruccioli, di Enrico Morando e di molti altri.
Veniamo ai punti che interessano la consultazione di primavera.
Chiunque di noi, qualsiasi cittadino, si trovi a che fare con la giustizia penale spera che il giudice nelle cui mani è affidata la sua vita non sia collega del PM che lo accusa: quello che abbiamo sempre definito il giudice terzo. La separazione delle carriere serve a garantire proprio questo, cioè a creare una totale estraneità tra giudice e PM, come d’altronde avviene in tutte le democrazie avanzate d’Europa.
Già perché in Europa il sistema giudiziario funziona così: sono forse tutti sotto scacco della politica?
Diciamo la verità: l’Italia è un’anomalia assoluta.
In tutte le democrazie consolidate del continente e del mondo, giudici e pubblici ministeri dipendono da organizzazioni distinte.
L’altro punto dirimente riguarda il sorteggio e la creazione del doppio CSM. Con il sorteggio si intende superare le logiche del correntismo che condizionano nomine e carriere, facendo prevalere l’appartenenza sul merito e sulle competenze. Anni e anni di cronaca, il famigerato caso Palamara, hanno mostrato nomine pilotate dal cosiddetto “sistema delle correnti”, che ha manipolato il Consiglio Superiore della Magistratura, condividendo con la politica gli incarichi direttivi e semidirettivi degli uffici giudiziari.
È questo sistema che vogliamo difendere in nome della libertà e magari anche della Costituzione?
Dire SÌ significa restituire credibilità e autorevolezza alla magistratura, avere un processo più giusto e una giustizia più trasparente nell’interesse di tutti i cittadini, e non delle correnti.
Infine, una considerazione generale: in passato, nei referendum costituzionali, spesso si è votato seguendo il proprio schieramento. Sulla giustizia, però, abbiamo visto come sia la destra sia la sinistra abbiano praticato l’idea della separazione delle carriere. Quindi non si potrà dire: voti sì perché sei meloniano o no perché lo dice il Pd.
Stavolta bisogna fare uno sforzo in più, perché la giustizia e il suo funzionamento sono una questione che riguarda tutti i cittadini. Ed è interesse di tutti che funzioni correttamente.
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