PMI italiane e pandemia:  un viaggio dal presente al futuro

 

 

I cambiamenti epocali hanno inevitabilmente un impatto sul modo di pensare – prima ancora che sul modo di fare – un’impresa. Nelle continuità, irregolarità e intermittenze che segnano il corso del tempo in una prospettiva storica globale, il contesto della ricerca italiana conferma la sua attualità, grazie alla tradizionale “vivacità” delle micro e piccole imprese, che, più di altre, si confrontano (e si scontrano) con le particolari esigenze di innovazione dettate dalla trasformazione digitale e da un bisogno sempre crescente di flessibilità e resilienza. Questa visione imprenditoriale ampiamente condivisa si riflette direttamente sull’attuale configurazione del quadro economico nazionale, che anche durante la pandemia del Coronavirus, ha mostrato alcuni trend positivi e alcuni vecchi vizi negativi. Un primo importante elemento di interesse riguarda la distribuzione territoriale delle imprese italiane (in termini di una “antica” disparità). Infatti, oltre la metà di esse opera al Nord (29,2% nel Nord-Ovest e 23,4% nel Nord-Est), il 21,4% è localizzata nel Centro e il 26% nel Sud del Paese. Questo dato conferma l’idea di un’Italia a “due velocità”, che probabilmente dipende dal diverso contributo storicamente dato dai cittadini e dalle Istituzioni allo sviluppo economico dell’intero Paese, evidenziando così l’impossibilità di superare le differenze tra le regioni del Nord, tradizionalmente più industriali, e quelle del Sud (Istat 2020a). Lo sviluppo settoriale delle imprese e dei lavoratori italiani conferma una tendenza favorevole alla crescita del terziario: in quasi vent’anni, dal 2001 al 2018, si è registrata una crescita del terziario pari a 158mila imprese e oltre 2 milioni di addetti. Complessivamente, in questo lasso di tempo il peso occupazionale delle imprese di servizi è aumentato del 20%, mentre il settore industriale ha perso 63mila imprese (-7,8%) e oltre 1 milione di addetti (-10,6%).

Secondo l’ultimo rapporto del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE 2020), al 31 dicembre 2019, il numero di start-up innovative iscritte nella “sezione speciale” del Registro delle Imprese è pari a 10.882; 272 (+2,6%) in più rispetto al trimestre precedente. Osservando la loro distribuzione per aree economiche, non sorprende che il 73,7% delle start-up italiane fornisca servizi alle imprese. In particolare, queste si occupano di produzione di software e di consulenza informatica (35,6%), di attività di ricerca e sviluppo (13,9%) e di servizi di informazione (9,2%). Oltre ai servizi “B2B”, il 17,6% di queste particolari imprese opera nel settore manifatturiero, soprattutto nella produzione di macchinari industriali (3,1%), di computer e di prodotti elettronici (2,8%), mentre il 3,4% si occupa di commercio. Con riferimento alle dinamiche nazionali sul rapporto tra impresa e lavoro, anche se l’occupazione ha raggiunto i livelli più alti (59,1%), l’Italia rimane il Paese con il più basso tasso di occupazione nell’Ue (69,3%) dopo la Grecia (Istat 2020b). Le differenze con l’Ue sono più marcate per le donne e i giovani: nel 2019 il divario del tasso di occupazione varia da un minimo dell’1,3% per gli uomini tra i 50 e i 64 anni e un massimo del 19% per le donne tra i 15 e i 34 anni. Altrettanto rilevante è la percentuale di giovani, in Italia, senza esperienza lavorativa: nel 2019 si possono inserire in questa categoria il 26,6% dei 25-29enni e il 13,3% dei 30-34enni; il fatto di non aver mai lavorato potrebbe causare loro difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro, una volta terminati gli studi. In concreto, si assiste a un allargamento del divario generazionale a favore delle persone anziane con un ulteriore invecchiamento della forza lavoro impiegata. Nonostante un lieve miglioramento, nel 2019, anche dei livelli di istruzione, il già ampio divario tra istruiti e non istruiti è peggiorato: il tasso di occupazione dei 15-64enni varia dal 78,9% dei laureati al 64,9% dei diplomati delle scuole superiori, scendendo al 44,1% dei lavoratori con diploma di scuola media. Ciononostante, la scarsa richiesta di manodopera qualificata in Italia provoca in alcuni casi una sorta di “competizione al ribasso“, dove i laureati assumono le posizioni lavorative di persone con diploma di scuola secondaria di primo grado, che a loro volta assumono le posizioni di persone con un livello di istruzione inferiore, con questi ultimi che finiscono per trovarsi tagliati fuori dal mercato. Ci sono segnali di cambiamento strutturale che hanno portato a una riduzione della quantità di lavoro a parità di numero di occupati. Questo aspetto, emerso durante la crisi del 2008, non è mai stato corretto. Il perdurare di questo trend anche nella fase di ripresa è dipeso dalla diffusione del part-time e dei rapporti di lavoro discontinui, in particolare a tempo determinato e di breve durata. Infatti, gli occupati a tempo pieno nel 2019 sono ancora 876 mila unità in meno rispetto al 2008, il numero dei lavoratori part-time è fortemente aumentato, in particolare quelli involontari. Complessivamente, il numero di imprese che impiegano dipendenti part-time per almeno un mese nel 2018 è stato pari a 1,19 milioni (73,1% del totale). Date le circostanze generali imposte dalla pandemia di Covid-19, sembra che le start- up innovative avviate sul web possano rappresentare un punto importante del sistema economico su cui lo Stato, le imprese e i singoli imprenditori dovrebbero concentrare attenzione e risorse. Le start-up innovative fanno un uso molto accentuato di risorse immateriali; esse inoltre, tendono a generare degli spillover di conoscenza, sia attraverso le esternalità dirette delle conoscenze provenienti dai dipartimenti di R&S delle aziende localizzate in un’area specifica, sia attraverso i più ampi e ancora non del tutto indagati meccanismi di trasmissione della conoscenza e della contaminazione delle idee. 

Alcune delle principali conseguenze che immaginiamo per il prossimo futuro, in particolare per l’Italia, sono le seguenti:

– Il ridimensionamento delle strutture aziendali: recuperare la storica inclinazione che da sempre caratterizza il sistema economico italiano fatto di micro e piccole imprese, in nome della snellezza strutturale (e, paradossalmente, finalizzata alla valorizzazione dei rapporti umani).

– La rinascita della vocazione artigiana nel tessuto connettivo italiano e lo sviluppo delle imprese locali. Questi tratti rappresentano una parte significativa delle nuove start-up. Recuperare questa vocazione sarebbe un atto necessario per uscire dalle secche in cui la crisi attuale ci ha spinto.

– L’espansione di forme miste (in presenza e a distanza) di prestazioni lavorative, compreso il probabile aumento di alcuni profili professionali legati al mondo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) e, allo stesso tempo, il declino di altre figure professionali strettamente associate al mondo delle industrie manifatturiere, che possono essere sostituite da robot, Machine Learning (ML) e Artificial Intelligence (AI).

– L’accelerazione nell’uso delle piattaforme digitali e un uso più diffuso dell’economia della conoscenza per aumentare la quota di collaboratori nel lavoro intelligente. Questo è un tratto tipico della geometria variabile delle aziende di rete, dove l’allontanamento sociale può essere preso intrinsecamente come una qualità essenziale di questo nuovo modo di concepire le attività professionali, soprattutto nei sistemi organizzativi complessi.

– La diffusione della “resilienza antropologica” del popolo italiano, e la sua ancestrale capacità di dare il meglio di sé nelle condizioni più difficili. È qui che è nata la lunga storia del “Made in Italy”, i distretti industriali e il paradigma della specializzazione flessibile. La tecnologia può essere di grande aiuto per invertire queste tendenze e dare respiro alle conseguenze di cui sopra. 

Tuttavia, il capitalismo neoliberale ha finora utilizzato la tecnologia al solo scopo di aumentare i profitti, mettendo tutto il resto (come la sostenibilità ambientale, le questioni occupazionali e il benessere organizzativo dei dipendenti) in secondo piano; e l’impatto di questo approccio “cinico” è evidente, in tutto il mondo. 

Indubbiamente, questi aspetti organizzativi e tecnologici richiedono un cambiamento nel modo di consumare le cose e di affrontare questo modello produttivo, fortemente criticato ma sempre pronto a risorgere dalle sue ceneri, come una fenice che si rinnova continuamente, simbolo di potere e resistenza. 

(Le analisi e riflessioni degli Autori sono state sottoposte in sede europea alla valutazione dei partecipanti alla 15° Conferenza annuale della Rete Europea sui Mercati del Lavoro Regionali – ENRLMM, promossa in collaborazione tra l’Istituto IWAK dell’Università W. Goethe di Francoforte e l’Istituto Eurispes, svoltasi il 17-18 settembre 2020). 

Renato Fontana, Ernesto Dario Calò, Milena Cassella

 

 

I cambiamenti epocali hanno inevitabilmente un impatto sul modo di pensare – prima ancora che sul modo di fare – un’impresa. Nelle continuità, irregolarità e intermittenze che segnano il corso del tempo in una prospettiva storica globale, il contesto della ricerca italiana conferma la sua attualità, grazie alla tradizionale “vivacità” delle micro e piccole imprese, che, più di altre, si confrontano (e si scontrano) con le particolari esigenze di innovazione dettate dalla trasformazione digitale e da un bisogno sempre crescente di flessibilità e resilienza. Questa visione imprenditoriale ampiamente condivisa si riflette direttamente sull’attuale configurazione del quadro economico nazionale, che anche durante la pandemia del Coronavirus, ha mostrato alcuni trend positivi e alcuni vecchi vizi negativi. Un primo importante elemento di interesse riguarda la distribuzione territoriale delle imprese italiane (in termini di una “antica” disparità). Infatti, oltre la metà di esse opera al Nord (29,2% nel Nord-Ovest e 23,4% nel Nord-Est), il 21,4% è localizzata nel Centro e il 26% nel Sud del Paese. Questo dato conferma l’idea di un’Italia a “due velocità”, che probabilmente dipende dal diverso contributo storicamente dato dai cittadini e dalle Istituzioni allo sviluppo economico dell’intero Paese, evidenziando così l’impossibilità di superare le differenze tra le regioni del Nord, tradizionalmente più industriali, e quelle del Sud (Istat 2020a). Lo sviluppo settoriale delle imprese e dei lavoratori italiani conferma una tendenza favorevole alla crescita del terziario: in quasi vent’anni, dal 2001 al 2018, si è registrata una crescita del terziario pari a 158mila imprese e oltre 2 milioni di addetti. Complessivamente, in questo lasso di tempo il peso occupazionale delle imprese di servizi è aumentato del 20%, mentre il settore industriale ha perso 63mila imprese (-7,8%) e oltre 1 milione di addetti (-10,6%).

Secondo l’ultimo rapporto del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE 2020), al 31 dicembre 2019, il numero di start-up innovative iscritte nella “sezione speciale” del Registro delle Imprese è pari a 10.882; 272 (+2,6%) in più rispetto al trimestre precedente. Osservando la loro distribuzione per aree economiche, non sorprende che il 73,7% delle start-up italiane fornisca servizi alle imprese. In particolare, queste si occupano di produzione di software e di consulenza informatica (35,6%), di attività di ricerca e sviluppo (13,9%) e di servizi di informazione (9,2%). Oltre ai servizi “B2B”, il 17,6% di queste particolari imprese opera nel settore manifatturiero, soprattutto nella produzione di macchinari industriali (3,1%), di computer e di prodotti elettronici (2,8%), mentre il 3,4% si occupa di commercio. Con riferimento alle dinamiche nazionali sul rapporto tra impresa e lavoro, anche se l’occupazione ha raggiunto i livelli più alti (59,1%), l’Italia rimane il Paese con il più basso tasso di occupazione nell’Ue (69,3%) dopo la Grecia (Istat 2020b). Le differenze con l’Ue sono più marcate per le donne e i giovani: nel 2019 il divario del tasso di occupazione varia da un minimo dell’1,3% per gli uomini tra i 50 e i 64 anni e un massimo del 19% per le donne tra i 15 e i 34 anni. Altrettanto rilevante è la percentuale di giovani, in Italia, senza esperienza lavorativa: nel 2019 si possono inserire in questa categoria il 26,6% dei 25-29enni e il 13,3% dei 30-34enni; il fatto di non aver mai lavorato potrebbe causare loro difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro, una volta terminati gli studi. In concreto, si assiste a un allargamento del divario generazionale a favore delle persone anziane con un ulteriore invecchiamento della forza lavoro impiegata. Nonostante un lieve miglioramento, nel 2019, anche dei livelli di istruzione, il già ampio divario tra istruiti e non istruiti è peggiorato: il tasso di occupazione dei 15-64enni varia dal 78,9% dei laureati al 64,9% dei diplomati delle scuole superiori, scendendo al 44,1% dei lavoratori con diploma di scuola media. Ciononostante, la scarsa richiesta di manodopera qualificata in Italia provoca in alcuni casi una sorta di “competizione al ribasso“, dove i laureati assumono le posizioni lavorative di persone con diploma di scuola secondaria di primo grado, che a loro volta assumono le posizioni di persone con un livello di istruzione inferiore, con questi ultimi che finiscono per trovarsi tagliati fuori dal mercato. Ci sono segnali di cambiamento strutturale che hanno portato a una riduzione della quantità di lavoro a parità di numero di occupati. Questo aspetto, emerso durante la crisi del 2008, non è mai stato corretto. Il perdurare di questo trend anche nella fase di ripresa è dipeso dalla diffusione del part-time e dei rapporti di lavoro discontinui, in particolare a tempo determinato e di breve durata. Infatti, gli occupati a tempo pieno nel 2019 sono ancora 876 mila unità in meno rispetto al 2008, il numero dei lavoratori part-time è fortemente aumentato, in particolare quelli involontari. Complessivamente, il numero di imprese che impiegano dipendenti part-time per almeno un mese nel 2018 è stato pari a 1,19 milioni (73,1% del totale). Date le circostanze generali imposte dalla pandemia di Covid-19, sembra che le start- up innovative avviate sul web possano rappresentare un punto importante del sistema economico su cui lo Stato, le imprese e i singoli imprenditori dovrebbero concentrare attenzione e risorse. Le start-up innovative fanno un uso molto accentuato di risorse immateriali; esse inoltre, tendono a generare degli spillover di conoscenza, sia attraverso le esternalità dirette delle conoscenze provenienti dai dipartimenti di R&S delle aziende localizzate in un’area specifica, sia attraverso i più ampi e ancora non del tutto indagati meccanismi di trasmissione della conoscenza e della contaminazione delle idee. 

Alcune delle principali conseguenze che immaginiamo per il prossimo futuro, in particolare per l’Italia, sono le seguenti:

– Il ridimensionamento delle strutture aziendali: recuperare la storica inclinazione che da sempre caratterizza il sistema economico italiano fatto di micro e piccole imprese, in nome della snellezza strutturale (e, paradossalmente, finalizzata alla valorizzazione dei rapporti umani).

– La rinascita della vocazione artigiana nel tessuto connettivo italiano e lo sviluppo delle imprese locali. Questi tratti rappresentano una parte significativa delle nuove start-up. Recuperare questa vocazione sarebbe un atto necessario per uscire dalle secche in cui la crisi attuale ci ha spinto.

– L’espansione di forme miste (in presenza e a distanza) di prestazioni lavorative, compreso il probabile aumento di alcuni profili professionali legati al mondo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) e, allo stesso tempo, il declino di altre figure professionali strettamente associate al mondo delle industrie manifatturiere, che possono essere sostituite da robot, Machine Learning (ML) e Artificial Intelligence (AI).

– L’accelerazione nell’uso delle piattaforme digitali e un uso più diffuso dell’economia della conoscenza per aumentare la quota di collaboratori nel lavoro intelligente. Questo è un tratto tipico della geometria variabile delle aziende di rete, dove l’allontanamento sociale può essere preso intrinsecamente come una qualità essenziale di questo nuovo modo di concepire le attività professionali, soprattutto nei sistemi organizzativi complessi.

– La diffusione della “resilienza antropologica” del popolo italiano, e la sua ancestrale capacità di dare il meglio di sé nelle condizioni più difficili. È qui che è nata la lunga storia del “Made in Italy”, i distretti industriali e il paradigma della specializzazione flessibile. La tecnologia può essere di grande aiuto per invertire queste tendenze e dare respiro alle conseguenze di cui sopra. 

Tuttavia, il capitalismo neoliberale ha finora utilizzato la tecnologia al solo scopo di aumentare i profitti, mettendo tutto il resto (come la sostenibilità ambientale, le questioni occupazionali e il benessere organizzativo dei dipendenti) in secondo piano; e l’impatto di questo approccio “cinico” è evidente, in tutto il mondo. 

Indubbiamente, questi aspetti organizzativi e tecnologici richiedono un cambiamento nel modo di consumare le cose e di affrontare questo modello produttivo, fortemente criticato ma sempre pronto a risorgere dalle sue ceneri, come una fenice che si rinnova continuamente, simbolo di potere e resistenza. 

(Le analisi e riflessioni degli Autori sono state sottoposte in sede europea alla valutazione dei partecipanti alla 15° Conferenza annuale della Rete Europea sui Mercati del Lavoro Regionali – ENRLMM, promossa in collaborazione tra l’Istituto IWAK dell’Università W. Goethe di Francoforte e l’Istituto Eurispes, svoltasi il 17-18 settembre 2020). 

Renato Fontana, Ernesto Dario Calò, Milena Cassella

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