Merito, sostenibilità e identità: la nuova politica dello sport in Italia
Quando si parla di sport l’attenzione pubblica si concentra quasi sempre sui risultati: le Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 si sono concluse con un risultato storico per l’Italia, segnando un record senza precedenti per la spedizione azzurra. È normale che a catalizzare l’attenzione siano una medaglia olimpica, una vittoria internazionale, una finale importante. Molto più raramente si guarda alla “struttura” che c’è dietro e che è parte fondamentale – o quantomeno integrante – del raggiungimento di tali obiettivi: il sistema di finanziamento pubblico che sostiene federazioni, atleti e attività di base.
La recente assegnazione delle risorse statali al sistema sportivo italiano per il 2026 – oltre 344 milioni di euro – gestita attraverso Sport e Salute e sotto l’indirizzo del ministro Andrea Abodi, non rappresenta soltanto una “ripartizione” contabile. È il segnale di un modello che prova a ridefinire il rapporto tra Stato, federazioni e società sportive. E si sviluppa attraverso tre direttrici: merito, sostenibilità e identità nazionale.
Politica sportiva italiana: merito e sostenibilità, un equilibrio delicato
Il primo elemento è imprescindibilmente il merito, parte rilevante delle risorse continua infatti a essere indirizzata verso quelle federazioni che garantiscono risultati, partecipazione diffusa e solidità organizzativa. Il calcio mantiene il primo posto, seguito da nuoto, pallavolo e con una crescita significativa per la Federazione Italiana Tennis e Padel. In un contesto competitivo globale, dove lo sport è anche “reputazione”, sostenere le eccellenze non è solo una scelta sportiva ma anche strategica. Accanto al merito esiste però un secondo principio: la sostenibilità del sistema. Lo sport italiano non può basarsi esclusivamente sui successi di poche discipline o sui risultati di élite, la vera sfida è mantenere in equilibrio l’intero “ecosistema”: sport di base, impiantistica, formazione tecnica, attività giovanile.
Senza questa rete diffusa, anche i grandi risultati rischiano di diventare episodi isolati. Il finanziamento pubblico, in questo senso, diventa uno strumento per rafforzare la stabilità e la continuità del movimento sportivo e ovviamente non mancano elementi di criticità: la distribuzione delle risorse continua a generare discussioni tra discipline maggiori e sport minori, tra logiche di rendimento e necessità di tutela della pluralità sportiva. È un equilibrio delicato che ogni politica sportiva deve affrontare.
Identità: lo sport come strumento di coesione
La vera domanda, quindi, non riguarda soltanto quanti fondi vengano destinati allo sport, ma quale visione li accompagni. Se il finanziamento pubblico saprà coniugare merito e sviluppo diffuso, sostenibilità economica e valore sociale, allora lo sport potrà diventare uno degli strumenti più efficaci di politica pubblica. Perché il terzo elemento di questo approccio alle politiche sportive pubbliche riguarda proprio l’identità nazionale. È ormai assodato che investire nello sport significhi anche investire in un patrimonio sociale che contribuisce a costruire appartenenza e coesione: la forza di un sistema sportivo non si misura soltanto nel numero di trofei conquistati. Si misura nella capacità di costruire opportunità, diffondere pratica sportiva e trasformare il talento individuale in patrimonio collettivo.
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