Quale futuro per i giornalisti degli Uffici stampa privati? Il “Cantiere Editoria 5.0” deve segnare la differenza tra chi opera negli uffici stampa privati ed è iscritto all’ordine dei giornalisti e chi non lo è

Nel corso di una recente conferenza stampa congiunta (Camera dei Deputati 21 dicembre 2019) i “comunicatori” (Ascai, Cida, Com&Tec, ConfAssociazioni, Ferpi, Una) hanno espresso perplessità nei confronti del loro ingresso “forzato” nell’Inpgi, che di fatto ne amplierebbe la base contributiva, pur dichiarandosi favorevoli all’avvio di un tavolo di discussione.

Ciò mentre esiste un comparto affollatissimo di iscritti all’Ordine dei giornalisti (quelli degli “Uffici stampa privati”), che – complice un vuoto normativo – non possono versare all’Inpgi i contributi previdenziali dovuti sui compensi percepiti in quanto il loro lavoro non è riconosciuto come giornalistico. E’ giunto quindi il momento di fare chiarezza e di segnare la differenza tra chi opera negli uffici stampa privati ed è iscritto all’ordine dei giornalisti e chi non lo è. 

Nel settore pubblico tale attività è riservata agli iscritti all’ordine ed è tutelata dalla 150/2000, in taluni casi non perfettamente applicata, ma almeno esistente.

Nel settore privato invece, specie tra i free lance, chiunque può scrivere e diffondere comunicati stampa e fare “ufficio stampa”.

Con la “piccola” differenza che gli iscritti all’Ordine, in quanto tali, rispettano etica e deontologia, si aggiornano e possono anche essere deferiti e sanzionati. Però, ironia della sorte, non hanno alcuna tutela nei confronti del lavoro abusivo perché la loro professionalità non è riconosciuta. 

Il vuoto normativo permane e tutto è fermo al 17 febbraio 2017 quando venne segnalato al legislatore da un ordine del giorno a prima firma Paola Scarsi approvato all’unanimità dal CNOG – Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. “Ciò – vi era scritto – rende tra l’altro impossibile sanzionare l’abuso della professione che, per gli uffici stampa privati come già avviene per quelli pubblici, dovrebbe essere svolta esclusivamente dagli iscritti all’Ordine, con tutte le garanzie di professionalità, rispetto della deontologia e aggiornamento formativo che ciò comporta. Il CNOG auspica che il legislatore intervenga per colmare il vuoto normativo sopra evidenziato, a tutela della professione dei propri iscritti e del diritto dei cittadini di essere informati in maniera corretta”. Ad aumentare la confusione, la FNSI – Federazione Nazionale della Stampa, al punto h dell’art. 3 dello Statuto indica tra i suoi compiti “rivendicare, anche in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti, la tutela del titolo professionale degli iscritti e ogni funzione di ricerca, elaborazione e controllo della comunicazione di notizie, comunque diffuse, compresi gli uffici stampa di enti pubblici o di aziende private, qualunque sia il mezzo tecnologico o la forma di impresa, promuovendo il necessario aggiornamento specialistico; che l’OdG considera l’attività di ufficio stampa, nel pubblico come nel privato, “una funzione prettamente giornalistica”, come era indicata nella Carta dei doveri del giornalista degli Uffici Stampa recepita nel 2016 nel Testo Unico dei doveri del giornalista; che l’art.1 del contratto giornalistico recita “Il presente contratto regola il rapporto di lavoro fra gli editori di quotidiani, di periodici, le agenzie di informazioni quotidiane per la stampa, anche elettronici, l’emittenza radiotelevisiva privata di ambito nazionale e gli uffici stampa comunque collegati ad aziende editoriali, ed i giornalisti che prestano attività giornalistica quotidiana con carattere di continuità e con vincolo di dipendenza anche se svolgono all’estero la loro attività”, riconoscendo l’attività di ufficio stampa non in quanto tale, ma collegata ad aziende editoriali, assenti invece nella maggior parte delle realtà private.

 Senza tralasciare che l’attività di ufficio stampa nel settore privato è svolta soprattutto da giornalisti free-lance, completamente esclusi da qualsiasi ipotesi di equo compenso.  Ma non è finita: non essendo riconosciuta come giornalistica, gli iscritti all’ordine che svolgono tale attività in via esclusiva – cioè migliaia di colleghi – non riescono ad avere titolo per mantenere l’iscrizione all’Ordine, all’Inpgi, ed eventualmente alla Casagit, né per avere una tutela sindacale.  Una delle obiezioni più diffuse è quella di non avere una controparte definita. Se però un’azienda privata vuole aprire una postazione medica nei suoi uffici, si deve obbligatoriamente rivolgere ad un medico, non può affidarsi a un elettrauto. 

Ciò avviene senza che ci siano stati accordi con tutte le controparti, perché al medico fanno capo competenze specifiche ed esclusive. Lo stesso dovrebbe accadere per l’azienda privata che volesse dotarsi di un ufficio stampa. E’ opportuno quindi che il Cantiere sull’Editoria, promosso dall’on. Andrea Martella, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per l’Editoria, veda il coinvolgimento anche degli uffici stampa privati, “vecchi” e “nuovi” attori del mondo dell’informazione, per segnare la differenza tra chi è iscritto all’Ordine dei giornalisti e chi non lo è.

 

Paola Scarsi

Membro del consiglio direttivo del GUS (Giornalisti Uffici Stampa) Lazio

Nel corso di una recente conferenza stampa congiunta (Camera dei Deputati 21 dicembre 2019) i “comunicatori” (Ascai, Cida, Com&Tec, ConfAssociazioni, Ferpi, Una) hanno espresso perplessità nei confronti del loro ingresso “forzato” nell’Inpgi, che di fatto ne amplierebbe la base contributiva, pur dichiarandosi favorevoli all’avvio di un tavolo di discussione.

Ciò mentre esiste un comparto affollatissimo di iscritti all’Ordine dei giornalisti (quelli degli “Uffici stampa privati”), che – complice un vuoto normativo – non possono versare all’Inpgi i contributi previdenziali dovuti sui compensi percepiti in quanto il loro lavoro non è riconosciuto come giornalistico. E’ giunto quindi il momento di fare chiarezza e di segnare la differenza tra chi opera negli uffici stampa privati ed è iscritto all’ordine dei giornalisti e chi non lo è. 

Nel settore pubblico tale attività è riservata agli iscritti all’ordine ed è tutelata dalla 150/2000, in taluni casi non perfettamente applicata, ma almeno esistente.

Nel settore privato invece, specie tra i free lance, chiunque può scrivere e diffondere comunicati stampa e fare “ufficio stampa”.

Con la “piccola” differenza che gli iscritti all’Ordine, in quanto tali, rispettano etica e deontologia, si aggiornano e possono anche essere deferiti e sanzionati. Però, ironia della sorte, non hanno alcuna tutela nei confronti del lavoro abusivo perché la loro professionalità non è riconosciuta. 

Il vuoto normativo permane e tutto è fermo al 17 febbraio 2017 quando venne segnalato al legislatore da un ordine del giorno a prima firma Paola Scarsi approvato all’unanimità dal CNOG – Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. “Ciò – vi era scritto – rende tra l’altro impossibile sanzionare l’abuso della professione che, per gli uffici stampa privati come già avviene per quelli pubblici, dovrebbe essere svolta esclusivamente dagli iscritti all’Ordine, con tutte le garanzie di professionalità, rispetto della deontologia e aggiornamento formativo che ciò comporta. Il CNOG auspica che il legislatore intervenga per colmare il vuoto normativo sopra evidenziato, a tutela della professione dei propri iscritti e del diritto dei cittadini di essere informati in maniera corretta”. Ad aumentare la confusione, la FNSI – Federazione Nazionale della Stampa, al punto h dell’art. 3 dello Statuto indica tra i suoi compiti “rivendicare, anche in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti, la tutela del titolo professionale degli iscritti e ogni funzione di ricerca, elaborazione e controllo della comunicazione di notizie, comunque diffuse, compresi gli uffici stampa di enti pubblici o di aziende private, qualunque sia il mezzo tecnologico o la forma di impresa, promuovendo il necessario aggiornamento specialistico; che l’OdG considera l’attività di ufficio stampa, nel pubblico come nel privato, “una funzione prettamente giornalistica”, come era indicata nella Carta dei doveri del giornalista degli Uffici Stampa recepita nel 2016 nel Testo Unico dei doveri del giornalista; che l’art.1 del contratto giornalistico recita “Il presente contratto regola il rapporto di lavoro fra gli editori di quotidiani, di periodici, le agenzie di informazioni quotidiane per la stampa, anche elettronici, l’emittenza radiotelevisiva privata di ambito nazionale e gli uffici stampa comunque collegati ad aziende editoriali, ed i giornalisti che prestano attività giornalistica quotidiana con carattere di continuità e con vincolo di dipendenza anche se svolgono all’estero la loro attività”, riconoscendo l’attività di ufficio stampa non in quanto tale, ma collegata ad aziende editoriali, assenti invece nella maggior parte delle realtà private.

 Senza tralasciare che l’attività di ufficio stampa nel settore privato è svolta soprattutto da giornalisti free-lance, completamente esclusi da qualsiasi ipotesi di equo compenso.  Ma non è finita: non essendo riconosciuta come giornalistica, gli iscritti all’ordine che svolgono tale attività in via esclusiva – cioè migliaia di colleghi – non riescono ad avere titolo per mantenere l’iscrizione all’Ordine, all’Inpgi, ed eventualmente alla Casagit, né per avere una tutela sindacale.  Una delle obiezioni più diffuse è quella di non avere una controparte definita. Se però un’azienda privata vuole aprire una postazione medica nei suoi uffici, si deve obbligatoriamente rivolgere ad un medico, non può affidarsi a un elettrauto. 

Ciò avviene senza che ci siano stati accordi con tutte le controparti, perché al medico fanno capo competenze specifiche ed esclusive. Lo stesso dovrebbe accadere per l’azienda privata che volesse dotarsi di un ufficio stampa. E’ opportuno quindi che il Cantiere sull’Editoria, promosso dall’on. Andrea Martella, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per l’Editoria, veda il coinvolgimento anche degli uffici stampa privati, “vecchi” e “nuovi” attori del mondo dell’informazione, per segnare la differenza tra chi è iscritto all’Ordine dei giornalisti e chi non lo è.

 

Paola Scarsi

Membro del consiglio direttivo del GUS (Giornalisti Uffici Stampa) Lazio

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