Referendum Giustizia, non ne parla nessuno. Nemmeno i promotori

Pochissimo spazio per il voto referendario sui mezzi di informazione. Ma c’è chi accusa di boicottaggio lo stesso Salvini

I referendum sulla Giustizia si avviano verso un flop annunciato. Gli ultimi sondaggi prima dello stop alle rilevazioni raccontavano di un quorum lontanissimo, con un’affluenza stimata sotto il 30%. Colpa della “censura” dei media? Anche, ma non solo. Che i principali mezzi di informazione, tv in testa, abbiano dato poco spazio al quesito referendario è un fatto. Le proteste dei due soggetti promotori, Lega e Partito Radicale, hanno trovato riscontro nel richiamo che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha fatto a “Rai e tutti i fornitori di servizi di media audiovisivi e radiofonici”, chiamati a garantire “un’adeguata copertura informativa” sui referendum. L’ufficio stampa della Rai ha replicato sostenendo di “dare spazio ai referendum anche in prima serata”, in risposta, più che al richiamo dell’Agcom, alle accuse del senatore leghista Roberto Calderoli, che aveva parlato di “trasmissioni dalle 3 alle 4 di notte, quando la gente dorme”.

I dati emersi dal monitoraggio dell’Agcom nella settimana tra il 29 maggio e il 4 giugno parlano chiaro. Prendendo in esame i principali telegiornali e programmi extra tg di quattordici emittenti televisive italiane, lo spazio dedicato all’argomento “referendum Giustizia” non va oltre l’1,6%. Grande è inoltre lo squilibrio tra le varie emittenti: il Tg2 ha dedicato il 7% del tempo ai referendum, il Tg di La7 lo 0,1%. Rispetto ad altri quesiti referendari del passato, come quello sul referendum costituzionale per il taglio dei parlamentari, lo squilibrio è evidente: in media lo spazio su tg e programmi di approfondimento era stato del 4,5% circa. Le cause sono diverse. Sicuramente c’è un’attenzione mediatica concentrata principalmente sulla guerra in Ucraina, ma anche gli stessi promotori hanno delle responsabilità. Su tutti Matteo Salvini, che parla di “muro del silenzio sui referendum”, chiede a Draghi e Mattarella di ricordare il voto agli italiani, ma dal 16 febbraio (giorno in cui la Corte costituzionale ha ammesso cinque quesiti sulla Giustizia) a inizio maggio non ha mai parlato dei referendum sui suoi profili social.

La stessa Emma Bonino ha accusato il leader leghista di “essere sparito” subito dopo la raccolta firme. “Il coinvolgimento di Salvini è arrivato in corsa su una nostra iniziativa” attacca la leader radicale “ma ora sembra che non gli interessi più”. Dopo la bocciatura del quesito più popolare, quello sulla responsabilità civile dei magistrati, e di quelli su eutanasia e cannabis che avrebbero garantito un effetto traino sui seggi, Salvini si è pian piano defilato. Il leader leghista sa che i referendum sulla Giustizia non scaldano il cuore degli italiani e che con buona probabilità il quorum non sarà raggiunto, per questo dopo mesi di silenzio anche in queste ultime settimane non si sta intestando la battaglia. Del resto i referendum in Italia passano solo quando c’è un grande interesse sull’argomento e una forte mobilitazione dei partiti. In questo caso alla contrarietà dei 5 Stelle e al boicottaggio del Pd si va ad aggiungere un centrodestra (ancora una volta) diviso, con Fratelli d’Italia che voterà a favore solo di tre quesiti su cinque. Ai no della Meloni sulla riforma di custodia cautelare e legge Severino, si somma lo scarso impegno di Forza Italia, nominalmente a favore di tutti e cinque i quesiti ma poco attiva nella propaganda. Insomma alla fine, tra le grida di dolore per la censura mediatica, va a finire che col cerino in mano ci resterà solo Emma Bonino.

Pochissimo spazio per il voto referendario sui mezzi di informazione. Ma c’è chi accusa di boicottaggio lo stesso Salvini

I referendum sulla Giustizia si avviano verso un flop annunciato. Gli ultimi sondaggi prima dello stop alle rilevazioni raccontavano di un quorum lontanissimo, con un’affluenza stimata sotto il 30%. Colpa della “censura” dei media? Anche, ma non solo. Che i principali mezzi di informazione, tv in testa, abbiano dato poco spazio al quesito referendario è un fatto. Le proteste dei due soggetti promotori, Lega e Partito Radicale, hanno trovato riscontro nel richiamo che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha fatto a “Rai e tutti i fornitori di servizi di media audiovisivi e radiofonici”, chiamati a garantire “un’adeguata copertura informativa” sui referendum. L’ufficio stampa della Rai ha replicato sostenendo di “dare spazio ai referendum anche in prima serata”, in risposta, più che al richiamo dell’Agcom, alle accuse del senatore leghista Roberto Calderoli, che aveva parlato di “trasmissioni dalle 3 alle 4 di notte, quando la gente dorme”.

I dati emersi dal monitoraggio dell’Agcom nella settimana tra il 29 maggio e il 4 giugno parlano chiaro. Prendendo in esame i principali telegiornali e programmi extra tg di quattordici emittenti televisive italiane, lo spazio dedicato all’argomento “referendum Giustizia” non va oltre l’1,6%. Grande è inoltre lo squilibrio tra le varie emittenti: il Tg2 ha dedicato il 7% del tempo ai referendum, il Tg di La7 lo 0,1%. Rispetto ad altri quesiti referendari del passato, come quello sul referendum costituzionale per il taglio dei parlamentari, lo squilibrio è evidente: in media lo spazio su tg e programmi di approfondimento era stato del 4,5% circa. Le cause sono diverse. Sicuramente c’è un’attenzione mediatica concentrata principalmente sulla guerra in Ucraina, ma anche gli stessi promotori hanno delle responsabilità. Su tutti Matteo Salvini, che parla di “muro del silenzio sui referendum”, chiede a Draghi e Mattarella di ricordare il voto agli italiani, ma dal 16 febbraio (giorno in cui la Corte costituzionale ha ammesso cinque quesiti sulla Giustizia) a inizio maggio non ha mai parlato dei referendum sui suoi profili social.

La stessa Emma Bonino ha accusato il leader leghista di “essere sparito” subito dopo la raccolta firme. “Il coinvolgimento di Salvini è arrivato in corsa su una nostra iniziativa” attacca la leader radicale “ma ora sembra che non gli interessi più”. Dopo la bocciatura del quesito più popolare, quello sulla responsabilità civile dei magistrati, e di quelli su eutanasia e cannabis che avrebbero garantito un effetto traino sui seggi, Salvini si è pian piano defilato. Il leader leghista sa che i referendum sulla Giustizia non scaldano il cuore degli italiani e che con buona probabilità il quorum non sarà raggiunto, per questo dopo mesi di silenzio anche in queste ultime settimane non si sta intestando la battaglia. Del resto i referendum in Italia passano solo quando c’è un grande interesse sull’argomento e una forte mobilitazione dei partiti. In questo caso alla contrarietà dei 5 Stelle e al boicottaggio del Pd si va ad aggiungere un centrodestra (ancora una volta) diviso, con Fratelli d’Italia che voterà a favore solo di tre quesiti su cinque. Ai no della Meloni sulla riforma di custodia cautelare e legge Severino, si somma lo scarso impegno di Forza Italia, nominalmente a favore di tutti e cinque i quesiti ma poco attiva nella propaganda. Insomma alla fine, tra le grida di dolore per la censura mediatica, va a finire che col cerino in mano ci resterà solo Emma Bonino.

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