Politica

Renzusconi

di Edoardo Sirignano -


Forza Matteo! Così si chiamerà il nuovo soggetto liberal-democratico pensato da Renzi. Non basta neanche una telefonata di Macron a salvare il Terzo Polo. Le uscite di Carlo Calenda sono insopportabili per il giglio, che non vuole più stare ai diktat del romano. Salta, quindi, l’ennesimo confronto richiesto dal capogruppo alla Camera Richetti. Il superamento della Leopolda è solo la goccia che fa traboccare il vaso. La verità è piuttosto quella rivelata dall’ormai ex alleato: “Non faremo il partito unico perché Matteo non lo vuole”. L’ex presidente del Consiglio, uno dei pochi in Italia che di politica ne capisce, intravede uno spazio politico, che non può essere lasciato vuoto. Stiamo parlando del campo occupato da Berlusconi. Il Cav continuerà a dare consigli, a lottare contro ogni malattia, a dettare la strategia dietro le quinte, ma certamente non può permettersi più il lusso di guidare uno schieramento. Per quello non basta una comparsata in una manifestazione, come dice qualche colonnello azzurro. Considerando i tempi attuali della politica, dei social, occorre dedicarsi ventiquattro ore su ventiquattro. Il numero uno di Italia Viva lo sa bene. Ecco perché vuole, per l’ennesima volta, anticipare la mossa e mettersi a capo di un mondo, che non avrebbe alcuna difficoltà a ritrovarsi intorno a un moderato, a un indiscusso comunicatore, a un profilo riconosciuto nel mondo, proprio come il leader di Arcore.

 

Il piano di Matteo

Basta, d’altronde, analizzare le ultime mosse del giglio per capire la strategia. La nomina di Andrea Ruggieri, fedelissimo del leader di Arcore, a direttore responsabile del Riformista, vale più di mille parole. Si vuole dare un’impronta chiara nella comunicazione. Stesso discorso vale per le interlocuzioni tra Italia Viva e alcuni big azzurri. Secondo voci di palazzo, ci sarebbe stata più di una telefonata tra Renzi, Ronzulli, Cattaneo e Mulé. Questi ultimi nel caso in cui dovessero essere scaricati dal ministro Tajani, candidatosi a diventare “corrente” del partito della Meloni, avrebbero già un nuovo padre pronti ad accoglierli. Il tutto ovviamente sarà concordato con Berlusconi. Matteo non ha mai dimenticato il Patto del Nazareno, né ha alcuna intenzione di rompere con l’amico Silvio. Il divorzio con Calenda, non a caso, avviene proprio quando il politico romano, nel momento più difficile per il Cav, parla di “fine della seconda repubblica”. Una cosa è certa, le similitudini sono tante tra Italia Viva e Forza Italia. Un esempio è la battaglia garantista, su cui i due leader si sono sempre ritrovati. Sul punto, Renzi avrebbe trovato un accordo sia con +Europa che con quel che resta del mondo liberale. Queste forze avrebbero scelto da tempo con chi collocarsi e non certamente con “Carletto de Roma”. L’ultimo cinguettio di Emma Bonino, che dice di non essere sorpresa dalle scelte di Calenda, vale più di mille parole. Qualche malpensante sostiene che siano gli stati gli stessi radicali a dire agli amici della Leopolda di rompere con Azione. La strategia è unire le forze, dagli scontenti del Pd ai berluscones, per tornare a essere centrali in Europa. Per riuscire nella sfida non basta certamente il partititino che alle ultime regionali ha preso il 2 per cento in Friuli. Quel progetto, purtroppo, è fallito. A dirlo i numeri e non gli slogan.

 

La fase transitoria

L’operazione moderata, immaginata da Renzi, però, richiede tempo. Serve gestire al meglio la fase di transizione. Non dovrebbero esserci particolari problemi per Italia Viva, ma non sono permessi errori. A Bruxelles i due europarlamentari di Renew sono fedelissimi del giglio. “Un percorso importante, come quello che abbiamo avviato in Europa – dichiara il vicepresidente del gruppo Nicola Danti – non può essere fermato per i personalismi di qualcuno”. Stesso discorso vale per Montecitorio, dove Matteo ha i numeri per mantenere il simbolo. Più difficile il quadro a Palazzo Madama, dove Iv ha 5 senatori contro i 6 necessari per il gruppo. Recuperare un parlamentare, però, non è certamente un’impresa impossibile per chi è in grado di convincere chiunque.

La solitudine di Carletto

Più difficile il futuro, invece, per Carlo Calenda. Se Renzi sa dove vuole andare, il romano dovrà inventarsi qualcosa. Il campo della sinistra è ormai occupato da Elly Schlein, mentre i ribelli centristi non possono far altro che tornare da chi li ha creati.
Nel Pd, Calenda non è simpatico a nessuno, neanche a Ernico Letta. L’ex segretario del Pd è tra i primi a mettere il like al tanto discusso tweet della Bonino. I 5 Stelle, poi, certamente non possono caricarsi sulle spalle chi li ha sempre criticati. Un’intesa con Giorgia Meloni è fantapolitica. L’isolamento, pertanto, è la vera ragione dell’ira di Carletto. Renzi, a suo discapito, non “parla solo con Obama e Clinton”.
Gli unici ad aver aderito alla causa di Azione, allo stato, sono le sole Carfagna e Gelmini. Queste ultime non possono essere riaccolte da chi fino a ieri le ha definite “traditrici”. Il Cav non perdona. Ne sanno qualcosa i vari Fini e Alfano. Il Terzo Polo di Calenda, quindi, rischia di trovare un percorso in salita dai blocchi di partenza. Le sigle centriste in Italia abbondano e l’egocentrismo del re dei Parioli non rende attrattivo un progetto, che non è più una novità.


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