Salute L’EMERGENZA CINESE È DIVENTATA ANCHE ITALIANA

Lombardia e Veneto alle prese con due focolai dell’epidemia scoppiata in Cina

Probabilmente doveva accadere ed è avvenuto. L’epidemia del “coronavirus” ha travalicato i confini cinesi ed è giunta anche in Italia provocando, al momento in cui scriviamo, cinque morti e 219 casi acclarati di contagiati  dal morbo, il che fa del nostro Paese il terzo nel mondo nella non invidiabile classifica degli Stati coinvolti in questa grande emergenza sanitaria (prima di noi la Cina e la Corea del Sud). Per ora sono sette le regioni nelle quali  l’apparato statale, l’intero sistema sanitario e la Protezione civile sono impegnati duramente per combattere e contenere la diffusione dell’epidemia (nelle altre tredici l’allerta è comunque molto alta). Si tratta di Piemonte, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Lazio dove abitano circa 27 milioni di cittadini. Particolarmente delicata è la situazione nel Lombardo-Veneto, con due distiniti focolai di infezione che hanno portato le autorità governative a circoscrivere le due zone mettendo di fatto in quarantena circa 50 mila persone.  Nel definire il livello di pericolosità dell’attuale virus spesso si è fatto riferimento alla Sars, la sindrome respiratoria acuta comparsa nel 2002, partita anch’essa dalla Cina. Allora, complessivamente, la Sars  provocò 774 decessi in tutto il mondo. Il “coronavirus” sembra invece molto più pericoloso: in meno di due mesi dal suo insorgere (che si fa risalire al 7 gennaio scorso) , infatti, i morti a livello mondiale sono stati più di 2.700, quasi il quadruplo, mentre i contagiati erano a quasi  80 mila a fine febbraio. Nonostante questi numeri, tuttavia, almeno fino a che in Italia non si erano scoperti che solo pochi casi isolati, meno del 40% degli italiani pensava  che il contagio fosse un po’ più grave della Sars. Posizione che può essere stata frutto di una scarsa informazione. ma che sottolinea come nel nostro Paese il clima relativo a questa emergenza planetaria sia stato lontano, almeno per il momento, da uno stato di psicosi collettiva. Ora, forse, le cose sono cambiate. Come si ricorderà, la decisione delle autorità italiane di chiudere i collegamenti aerei con la Cina appena avuta la notizia del dilagare dell’epidemia nel paese asiatico aveva provocato l’irritazione del governo di Pechino, che riteneva eccessiva quella scelta; scelta che invece e’ stata condivisa dai nostri concittadini. E a ragione, visto che, nonostante il blocco dei collegamenti aerei diretti con la Cina, non si è riusciti ad evitare l’esplodere dell’epidemia nel nostro Paese (figuriamoci che cosa sarebbe potuto succedere senza questa interruzione). Comunque, di fronte all’emergenza virus, si è di fatto creata una sorta di “unità nazionale” intorno all’esecutivo giallo-rosso. Questo clima di concordia. però, non significa che sia facile affontare il problema “coronavirus”, anche perché il rischio contagio è forte, soprattutto tra il personale sanitario, impegnato in  prima linea nella battaglia contro il morbo. Vale la pena ricordare che gli operatori del settore sono la colla che tiene insieme il “sistema salute”  e rappresenta la risposta più forte all’epidemia.  Per ciò che riguarda la Cina, “Il servizio al fronte dei lavoratori medici è estremamente pesante perché lavorano sotto pressione sia materiale che psicologica”, hanno sottolineato più volte i media asiatici. I cinesi, in particolare, hanno visto i loro medici, nei primi tempi solo in camice, del tutto indifesi di fronte ad un virus ancora sconosciuto. Solo in un secondo tempo, quando è stata diagnosticata la pericolosità del morbo,  gli operatori sanitari sono stati dotati di tute-scafandro per curare i numerosi malati ricoverati nelle corsie d’ospedale. Tutto il mondo ha potuto ammirarli  mentre marciavano in ordine verso gli aerei militari che li hanno trasportati da tutte le zone della Cina nelle aree dove il focolaio dell’epidemia era più forte, ovvero nella città di Wuhan e nella provincia dell’Hubei. In questa dura battaglia contro la “nuova peste” sono decine di migliaia gli uomini e le donne del servizio sanitario civile e militare impegnati a combattere il morbo e sono circa duemila i medici contagiati dai pazienti affetti da “coronavirus”. E di questi tanti hanno perso la vita. Vista la diffusione del morbo anche al di fuori dei confini cinesi, (si può tranquillamente affermare che nessun continente è stato risparmiato dal contagio, anche perché viviamo una stagione di continui viaggi fuori confine sia per turismo che per motivi lavorativi) non si può stare tranquilli né lasciare Pechino da sola ad affrontare questa gravissima emergenza. La lezione che noi italiani, coinvolti in prima persona dall’epidemia,  possiamo trarre da questa tragedia, chissà per quanto tempo ancora in corso,  è che dobbiamo sviluppare una strategia seria di investimenti nel nostro Sistema Sanitario Nazionale (SSN). E il potenziamento dell’università può essere un primo passo per facilitare politiche sanitarie adeguate di fronte all’emergere di calamità come il “coronavirus”. Servono quindi politiche attente al mondo della ricerca, soprattutto in campo medico, con finanziamenti adeguati e continuativi perché le epidemie non si fermano ai confini dei singoli Stati, ma li travalicano con facilità. L’Italia finora è stata il fanalino di coda tra le più grandi economie del mondo ad investire nella ricerca. Bisogna invertire la rotta.

Susanna Ricci in

Lombardia e Veneto alle prese con due focolai dell’epidemia scoppiata in Cina

Probabilmente doveva accadere ed è avvenuto. L’epidemia del “coronavirus” ha travalicato i confini cinesi ed è giunta anche in Italia provocando, al momento in cui scriviamo, cinque morti e 219 casi acclarati di contagiati  dal morbo, il che fa del nostro Paese il terzo nel mondo nella non invidiabile classifica degli Stati coinvolti in questa grande emergenza sanitaria (prima di noi la Cina e la Corea del Sud). Per ora sono sette le regioni nelle quali  l’apparato statale, l’intero sistema sanitario e la Protezione civile sono impegnati duramente per combattere e contenere la diffusione dell’epidemia (nelle altre tredici l’allerta è comunque molto alta). Si tratta di Piemonte, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Lazio dove abitano circa 27 milioni di cittadini. Particolarmente delicata è la situazione nel Lombardo-Veneto, con due distiniti focolai di infezione che hanno portato le autorità governative a circoscrivere le due zone mettendo di fatto in quarantena circa 50 mila persone.  Nel definire il livello di pericolosità dell’attuale virus spesso si è fatto riferimento alla Sars, la sindrome respiratoria acuta comparsa nel 2002, partita anch’essa dalla Cina. Allora, complessivamente, la Sars  provocò 774 decessi in tutto il mondo. Il “coronavirus” sembra invece molto più pericoloso: in meno di due mesi dal suo insorgere (che si fa risalire al 7 gennaio scorso) , infatti, i morti a livello mondiale sono stati più di 2.700, quasi il quadruplo, mentre i contagiati erano a quasi  80 mila a fine febbraio. Nonostante questi numeri, tuttavia, almeno fino a che in Italia non si erano scoperti che solo pochi casi isolati, meno del 40% degli italiani pensava  che il contagio fosse un po’ più grave della Sars. Posizione che può essere stata frutto di una scarsa informazione. ma che sottolinea come nel nostro Paese il clima relativo a questa emergenza planetaria sia stato lontano, almeno per il momento, da uno stato di psicosi collettiva. Ora, forse, le cose sono cambiate. Come si ricorderà, la decisione delle autorità italiane di chiudere i collegamenti aerei con la Cina appena avuta la notizia del dilagare dell’epidemia nel paese asiatico aveva provocato l’irritazione del governo di Pechino, che riteneva eccessiva quella scelta; scelta che invece e’ stata condivisa dai nostri concittadini. E a ragione, visto che, nonostante il blocco dei collegamenti aerei diretti con la Cina, non si è riusciti ad evitare l’esplodere dell’epidemia nel nostro Paese (figuriamoci che cosa sarebbe potuto succedere senza questa interruzione). Comunque, di fronte all’emergenza virus, si è di fatto creata una sorta di “unità nazionale” intorno all’esecutivo giallo-rosso. Questo clima di concordia. però, non significa che sia facile affontare il problema “coronavirus”, anche perché il rischio contagio è forte, soprattutto tra il personale sanitario, impegnato in  prima linea nella battaglia contro il morbo. Vale la pena ricordare che gli operatori del settore sono la colla che tiene insieme il “sistema salute”  e rappresenta la risposta più forte all’epidemia.  Per ciò che riguarda la Cina, “Il servizio al fronte dei lavoratori medici è estremamente pesante perché lavorano sotto pressione sia materiale che psicologica”, hanno sottolineato più volte i media asiatici. I cinesi, in particolare, hanno visto i loro medici, nei primi tempi solo in camice, del tutto indifesi di fronte ad un virus ancora sconosciuto. Solo in un secondo tempo, quando è stata diagnosticata la pericolosità del morbo,  gli operatori sanitari sono stati dotati di tute-scafandro per curare i numerosi malati ricoverati nelle corsie d’ospedale. Tutto il mondo ha potuto ammirarli  mentre marciavano in ordine verso gli aerei militari che li hanno trasportati da tutte le zone della Cina nelle aree dove il focolaio dell’epidemia era più forte, ovvero nella città di Wuhan e nella provincia dell’Hubei. In questa dura battaglia contro la “nuova peste” sono decine di migliaia gli uomini e le donne del servizio sanitario civile e militare impegnati a combattere il morbo e sono circa duemila i medici contagiati dai pazienti affetti da “coronavirus”. E di questi tanti hanno perso la vita. Vista la diffusione del morbo anche al di fuori dei confini cinesi, (si può tranquillamente affermare che nessun continente è stato risparmiato dal contagio, anche perché viviamo una stagione di continui viaggi fuori confine sia per turismo che per motivi lavorativi) non si può stare tranquilli né lasciare Pechino da sola ad affrontare questa gravissima emergenza. La lezione che noi italiani, coinvolti in prima persona dall’epidemia,  possiamo trarre da questa tragedia, chissà per quanto tempo ancora in corso,  è che dobbiamo sviluppare una strategia seria di investimenti nel nostro Sistema Sanitario Nazionale (SSN). E il potenziamento dell’università può essere un primo passo per facilitare politiche sanitarie adeguate di fronte all’emergere di calamità come il “coronavirus”. Servono quindi politiche attente al mondo della ricerca, soprattutto in campo medico, con finanziamenti adeguati e continuativi perché le epidemie non si fermano ai confini dei singoli Stati, ma li travalicano con facilità. L’Italia finora è stata il fanalino di coda tra le più grandi economie del mondo ad investire nella ricerca. Bisogna invertire la rotta.

Susanna Ricci in

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