Salvini e Meloni, una tregua “antica” alla guerra delle investiture

Salvini si arrende all’evidenza e Meloni passa all’incasso. Il centrodestra torna all’epoca del “tridente” e rispolvera l’antica e vecchia regola che blindava, con un escamotage abbastanza scontato, la leadership che un tempo fu di Silvio Berlusconi. Eppure, la vicenda sul futuro leader della coalizione è molto più complicata di come sembrerebbe.

A prima vista, infatti, chiunque noterebbe che il Capitano si sia arreso all’evidenza dei sondaggi. Un leader è tale se viene riconosciuto dagli elettori. Perciò, qualche giorno fa, intervistato a Radio Anch’io, Salvini ha pronunciato le parole nette di chi è pronto anche a fare un passo indietro rispetto alle proprie ambizioni per amor di unità: “Il futuro è una coalizione di centrodestra, chi prende un voto in più esprime il presidente del consiglio. È tutto nelle mani degli italiani, e loro sono persone sagge”. Al che Meloni, che era impegnata al Forum in Masseria, ha commentato: “Mi ha colpito che non lo abbia detto prima. È un chiarimento necessario, giusto e buono”. Tutto è chiarito, tutto è perdonato, tutto è deciso. Epperò il diavolo ama nascondersi nei dettagli.

 A guardarla in filigrana, la realtà sembra diversa. Altro che resa, Salvini non ha incoronato proprio nessuno. Affidando tutta la responsabilità alle urne ha soltanto rimandato il giochino, pur caro all’elettorato di centrodestra, dell’individuazione del leader. Inoltre, seppur fosse che abbia (indirettamente) ceduto il testimone a Meloni, ecco che il Capitano passerebbe da ombra sbiadita di se stesso a kingmaker del centrodestra. Insomma, Salvini è tutt’altro che in disarmo e avrebbe impresso la sua traccia sulle ambizioni della nuova leader.

Ma lasciarsi incoronare – e lo sapevano benissimo re e imperatori, vescovi e Papi del nostro Medioevo – è riconoscere l’autorità superiore di chi ti pone in testa il diadema. Forse è stato anche per questo se Meloni, intervistata questa mattina a Rtl 102.5, è tornata sull’argomento e ha ribadito che “abbiamo una regola chiara nel centrodestra, l’ok al premier nel caso di vittoria di centrodestra lo danno gli italiani, il premier lo indica il partito che arriva primo nella coalizione. Sono le nostre regole e sono le regole migliori, è normale che Salvini le confermi”. Le vecchie norme, per ora, garantiscono la convivenza all’interno della coalizione. E poco importa se risalgono ormai a quell’epoca antica di quando il centrodestra, evocando metafore calcistiche, si schierava col tridente Berlusconi-Fini-Casini e se era il Cav, autentico bomber di preferenze e consensi, l’unico leader possibile di quell’alleanza.

Per il momento, dunque, appare scongiurata (almeno in pubblico) l’idea di una guerra delle investiture in seno al centrodestra. “Non servono patenti di uno verso l’altro”, ha ribadito Meloni che finora ha lottato per sottrarre la destra a quel destino di subalternità cui è condannata dai frequenti “sdoganamenti” da parte della sinistra. E che si è ritrovata a fronteggiare un rischio simile dall’alleato, amato e odiato, Matteo Salvini.

Salvini si arrende all’evidenza e Meloni passa all’incasso. Il centrodestra torna all’epoca del “tridente” e rispolvera l’antica e vecchia regola che blindava, con un escamotage abbastanza scontato, la leadership che un tempo fu di Silvio Berlusconi. Eppure, la vicenda sul futuro leader della coalizione è molto più complicata di come sembrerebbe.

A prima vista, infatti, chiunque noterebbe che il Capitano si sia arreso all’evidenza dei sondaggi. Un leader è tale se viene riconosciuto dagli elettori. Perciò, qualche giorno fa, intervistato a Radio Anch’io, Salvini ha pronunciato le parole nette di chi è pronto anche a fare un passo indietro rispetto alle proprie ambizioni per amor di unità: “Il futuro è una coalizione di centrodestra, chi prende un voto in più esprime il presidente del consiglio. È tutto nelle mani degli italiani, e loro sono persone sagge”. Al che Meloni, che era impegnata al Forum in Masseria, ha commentato: “Mi ha colpito che non lo abbia detto prima. È un chiarimento necessario, giusto e buono”. Tutto è chiarito, tutto è perdonato, tutto è deciso. Epperò il diavolo ama nascondersi nei dettagli.

 A guardarla in filigrana, la realtà sembra diversa. Altro che resa, Salvini non ha incoronato proprio nessuno. Affidando tutta la responsabilità alle urne ha soltanto rimandato il giochino, pur caro all’elettorato di centrodestra, dell’individuazione del leader. Inoltre, seppur fosse che abbia (indirettamente) ceduto il testimone a Meloni, ecco che il Capitano passerebbe da ombra sbiadita di se stesso a kingmaker del centrodestra. Insomma, Salvini è tutt’altro che in disarmo e avrebbe impresso la sua traccia sulle ambizioni della nuova leader.

Ma lasciarsi incoronare – e lo sapevano benissimo re e imperatori, vescovi e Papi del nostro Medioevo – è riconoscere l’autorità superiore di chi ti pone in testa il diadema. Forse è stato anche per questo se Meloni, intervistata questa mattina a Rtl 102.5, è tornata sull’argomento e ha ribadito che “abbiamo una regola chiara nel centrodestra, l’ok al premier nel caso di vittoria di centrodestra lo danno gli italiani, il premier lo indica il partito che arriva primo nella coalizione. Sono le nostre regole e sono le regole migliori, è normale che Salvini le confermi”. Le vecchie norme, per ora, garantiscono la convivenza all’interno della coalizione. E poco importa se risalgono ormai a quell’epoca antica di quando il centrodestra, evocando metafore calcistiche, si schierava col tridente Berlusconi-Fini-Casini e se era il Cav, autentico bomber di preferenze e consensi, l’unico leader possibile di quell’alleanza.

Per il momento, dunque, appare scongiurata (almeno in pubblico) l’idea di una guerra delle investiture in seno al centrodestra. “Non servono patenti di uno verso l’altro”, ha ribadito Meloni che finora ha lottato per sottrarre la destra a quel destino di subalternità cui è condannata dai frequenti “sdoganamenti” da parte della sinistra. E che si è ritrovata a fronteggiare un rischio simile dall’alleato, amato e odiato, Matteo Salvini.

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