L’Europa che per anni ha rivendicato stabilità e continuità politica si ritrova oggi a convivere con una realtà diversa fatta di governi fragili, maggioranze logorate e opposizioni di destra in crescita costante. Dalla Spagna alla Francia, passando per la Germania, si moltiplicano i segnali di una crisi che non appare più episodica, ma strutturale. Il terreno sotto i piedi dell’establishment europeo diventa ogni settimana più incerto.
Cielo nuvoloso a Madrid
In Spagna, il governo di Pedro Sanchez è ormai immerso in un clima da campagna elettorale permanente. La convocazione della Diputacion Permanente del 16 ottobre per ratificare i due decreti sull’edilizia abitativa respinti dal Parlamento rappresenta l’ennesimo tentativo dell’esecutivo socialista di tenere aperto un fronte politico che si è trasformato in una trappola. La vicenda di Maricarmen, l’anziana di 87 anni il cui sfratto ha innescato proteste e polemiche nazionali, è diventata il simbolo di un Paese spaccato.
La vicenda fotografa perfettamente la difficoltà del premier socialista. Ogni emergenza sociale si trasforma immediatamente in uno scontro identitario. Da un lato il Psoe tenta di mantenere il monopolio della narrazione sociale, dall’altro Partito Popolare e Vox avanzano nei sondaggi facendo leva sul malcontento per il costo della vita, la crisi abitativa e l’immigrazione.
Tuoni e fulmini a Parigi
Se Madrid non sorride, Parigi appare ancora più inquieta. Le proteste studentesche che attraversano il Paese da settimane rappresentano un problema politico serio per il governo guidato da Sebastien Lecornu, premier scelto da Emmanuel Macron per tentare di traghettare la Francia fuori dalla paralisi istituzionale seguita alle turbolenze degli ultimi anni. Gli studenti chiedono dieci miliardi di investimenti e accusano l’esecutivo di non offrire risposte concrete. Lecornu insiste sul piano di risanamento da 54 miliardi e sulla necessità di riportare il deficit sotto controllo entro il 2027, ma la sua maggioranza resta fragile. Dietro la debolezza del governo si intravede il declino del macronismo.
Il presidente francese continua a difendere una visione della leadership europea fondata sull’asse franco-tedesco, come ha ribadito durante la visita del presidente federale tedesco Frank-Walter Steinmeier. “Se Germania e Francia non procedono di pari passo, l’Europa non avanza”, ha sostenuto l’inquilino dell’Eliseo. Parole che sembrano appartenere a un’altra stagione politica. Perché proprio Francia e Germania sono oggi i Paesi più esposti all’avanzata delle destre e al logoramento del consenso verso le élite tradizionali.
Una tempesta ha travolto Merz
In Germania, intanto, il caso Sassonia-Anhalt ha segnato un passaggio politico tutt’altro che marginale. L’elezione del candidato AfD alla presidenza dell’assemblea regionale con voti aggiuntivi provenienti da parlamentari esterni al blocco AfD-Bsw ha rafforzato la percezione che il “Brandmauer”, il muro politico eretto per isolare l’estrema destra, si stia sgretolando. Il cancelliere Friedrich Merz è appeso a un filo.
I sondaggi tedeschi continuano a registrare livelli di consenso elevati per AfD, mentre in Francia il Rassemblement National mantiene una posizione di forza e in Spagna Vox resta un protagonista inevitabile di qualsiasi futuro scenario di governo. In tutti e tre i Paesi emerge la crescita di forze che contestano apertamente molte delle direttrici politiche seguite dall’Unione negli ultimi anni. Per Bruxelles il vero problema non è più contenere l’opposizione populista, ma governare un’Europa che sta cambiando pelle molto più rapidamente di quanto le sue classi dirigenti siano disposte ad ammettere.