SCUOLA Esami di maturità: si cambia ancora

Non c’è pace per la scuola italiana. Non bastassero i problemi annosi e mai risolti, quali la fatiscenza di tantissimi edifici scolastici, la loro non messa a norma per affrontare con sicurezza eventuali terremoti, le cattedre scoperte ed il ricorso massiccio a supplenze anche in corso d’anno, le proteste degli insegnanti per il trattamento economico e per il ruolo sempre più pesante di sostituti della famiglia, ora ci si mettono anche i ministri alla Pubblica Istruzione a rendere più difficoltosa l’attività scolastica di docenti e studenti. E sì perché, da quando è stata affossata la riforma Gentile del 1923, che per decenni ha regolato la vita nelle scuole italiane, i tanti ministri che si sono avvicendati nel Dicastero di viale Trastevere hanno voluto quasi tutti dare la propria impronta al sistema dell’istruzione del nostro Paese, dagli asili nido all’università. Ma dove si sono ingegnati di più è sull’esame di maturità, che oramai cambia ogni volta con l’avvento di un nuovo ministro alla Pubblica Istruzione. Per non risalire a Franco Maria Malfatti (anni settanta dello scorso secolo), e restare in questo ultimo decennio, abbiamo avuto la riforma Gelmini (anno scolastico 2010-2011), alla quale hanno fatto seguito le modifiche apportate da Francesco Profumo nel 2012, la controriforma del 2015 del ministro Giannini (la buona scuola) e quella del 2017 di Valeria Fedeli. Poi, per soffermarci sui governi uno e due del premier Giuseppe Conte, le riforme del leghista Marco Bussettti e del pentastellato – e attuale ministro – Lorenzo Fioramonti. Tutto un fiorire di proposte e di modifiche che hanno portato molta confusione degli istituti di istruzione superiore, in particolare per insegnanti e docenti impegnati negli ultimi due anni di corso. Infatti, per quanto concerne gli esami di maturità di quest’anno, 2019, a gennaio si è appreso che nelle prove di esame scritto sarebbe sparito il tema di carattere storico, che avrebbe avuto più valore il rendimento scolastico con la sparizione del “quizzone” e che gli orali si sarebbero aperti, come se si partecipasse ad una riedizione del vecchio “lascia e raddoppia” di Mike Buongiorno, con la scelta di una delle tre buste offerte alla scelta del maturando. Per il 2020 si cambia ancora. Il ministro Fioramonti ha infatti annunciato che per i prossimi esami di maturità torna, a scelta, la prova scritta di carattere storico mentre all’orale sono cancellate le buste. Inoltre, per essere ammessi a sostenere la prova per la licenza bisognerà avere il “requisito della partecipazione, durante l’ultimo anno di corso, alle prove di carattere nazionale predisposte dall’INVALSI e quello dello svolgimento delle attività programmate nell’ambito dei percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, secondo il monte ore previsto dall’indirizzo di studi” (alternanza scuola-lavoro). In pratica, si butta alle ortiche la riforma Bussetti e si ritorna all’antico (che antico non è visto che la riforma precedente era vecchia solo di qualche anno). Come detto in apertura, non c’è pace per la scuola italiana. Ogni anno, da Viale Trastevere, vengono nuove disposizioni che arrecano confusione tra professori e studenti. E sconcerto tra i genitori. Viene quindi spontaneo chiedersi il perché di questo marasma. L’esame di maturità, infatti, viene al termine di un lungo percorso scolastico e non può essere avulso in particolare dalle attività svolte nel’ultimo triennio. Possibile che ogni anno si cambi, quasi a a ridosso della prova finale, costringendo docenti e ragazzi a furiose rincorse per adeguarsi alle modifiche apportate? Prima di riformare o di rivoluzionare bisognerebbe che i titolari del Miur considerassero bene che dalla scuola escono le future classi dirigenti del Paese. Quindi, anche se viviamo in un’epoca di veloci trasformazioni, non si può intervenire ad ogni pie’ sospinto sugli esami di maturità.

Susanna Ricci

Non c’è pace per la scuola italiana. Non bastassero i problemi annosi e mai risolti, quali la fatiscenza di tantissimi edifici scolastici, la loro non messa a norma per affrontare con sicurezza eventuali terremoti, le cattedre scoperte ed il ricorso massiccio a supplenze anche in corso d’anno, le proteste degli insegnanti per il trattamento economico e per il ruolo sempre più pesante di sostituti della famiglia, ora ci si mettono anche i ministri alla Pubblica Istruzione a rendere più difficoltosa l’attività scolastica di docenti e studenti. E sì perché, da quando è stata affossata la riforma Gentile del 1923, che per decenni ha regolato la vita nelle scuole italiane, i tanti ministri che si sono avvicendati nel Dicastero di viale Trastevere hanno voluto quasi tutti dare la propria impronta al sistema dell’istruzione del nostro Paese, dagli asili nido all’università. Ma dove si sono ingegnati di più è sull’esame di maturità, che oramai cambia ogni volta con l’avvento di un nuovo ministro alla Pubblica Istruzione. Per non risalire a Franco Maria Malfatti (anni settanta dello scorso secolo), e restare in questo ultimo decennio, abbiamo avuto la riforma Gelmini (anno scolastico 2010-2011), alla quale hanno fatto seguito le modifiche apportate da Francesco Profumo nel 2012, la controriforma del 2015 del ministro Giannini (la buona scuola) e quella del 2017 di Valeria Fedeli. Poi, per soffermarci sui governi uno e due del premier Giuseppe Conte, le riforme del leghista Marco Bussettti e del pentastellato – e attuale ministro – Lorenzo Fioramonti. Tutto un fiorire di proposte e di modifiche che hanno portato molta confusione degli istituti di istruzione superiore, in particolare per insegnanti e docenti impegnati negli ultimi due anni di corso. Infatti, per quanto concerne gli esami di maturità di quest’anno, 2019, a gennaio si è appreso che nelle prove di esame scritto sarebbe sparito il tema di carattere storico, che avrebbe avuto più valore il rendimento scolastico con la sparizione del “quizzone” e che gli orali si sarebbero aperti, come se si partecipasse ad una riedizione del vecchio “lascia e raddoppia” di Mike Buongiorno, con la scelta di una delle tre buste offerte alla scelta del maturando. Per il 2020 si cambia ancora. Il ministro Fioramonti ha infatti annunciato che per i prossimi esami di maturità torna, a scelta, la prova scritta di carattere storico mentre all’orale sono cancellate le buste. Inoltre, per essere ammessi a sostenere la prova per la licenza bisognerà avere il “requisito della partecipazione, durante l’ultimo anno di corso, alle prove di carattere nazionale predisposte dall’INVALSI e quello dello svolgimento delle attività programmate nell’ambito dei percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, secondo il monte ore previsto dall’indirizzo di studi” (alternanza scuola-lavoro). In pratica, si butta alle ortiche la riforma Bussetti e si ritorna all’antico (che antico non è visto che la riforma precedente era vecchia solo di qualche anno). Come detto in apertura, non c’è pace per la scuola italiana. Ogni anno, da Viale Trastevere, vengono nuove disposizioni che arrecano confusione tra professori e studenti. E sconcerto tra i genitori. Viene quindi spontaneo chiedersi il perché di questo marasma. L’esame di maturità, infatti, viene al termine di un lungo percorso scolastico e non può essere avulso in particolare dalle attività svolte nel’ultimo triennio. Possibile che ogni anno si cambi, quasi a a ridosso della prova finale, costringendo docenti e ragazzi a furiose rincorse per adeguarsi alle modifiche apportate? Prima di riformare o di rivoluzionare bisognerebbe che i titolari del Miur considerassero bene che dalla scuola escono le future classi dirigenti del Paese. Quindi, anche se viviamo in un’epoca di veloci trasformazioni, non si può intervenire ad ogni pie’ sospinto sugli esami di maturità.

Susanna Ricci

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