Sea Watch, Italia deve pagare: Meloni esplode contro i giudici
Per la premier "una decisione che lascia senza parole"
Il Tribunale di Palermo ha stabilito che lo Stato italiano deve risarcire Sea Watch con 76mila euro per il fermo illegittimo della Sea-Watch 3 nel 2019: la premier Meloni attacca i giudici, in un video, definisce la sentenza “una decisione che lascia senza parole”.
Opposizione e Ong attaccano il governo sulle politiche di soccorso in mare. La vicenda si intreccia con il celebre episodio di Carola Rackete a Lampedusa. Nuovo capitolo giudiziario su uno dei nodi più divisivi del dibattito pubblico.
Il caso, cosa ha deciso il Tribunale
Il Tribunale di Palermo ha stabilito che lo Stato italiano deve risarcire l’Ong Sea Watch per oltre 76mila euro. Il provvedimento riguarda il fermo ritenuto illegittimo della Sea-Watch 3 nel 2019, dopo il fermo della nave trattenuta a Lampedusa in seguito al caso che vide la comandante Carola Rackete forzare un blocco navale per sbarcare 42 migranti.
Secondo i giudici siciliani, lo Stato dovrà rimborsare spese portuali, di agenzia, carburante e costi legali documentati sostenuti da Sea Watch tra ottobre e dicembre 2019.
Meloni in video: “I giudici lasciano senza parole”
La premier Giorgia Meloni ha commentato il verdetto con durezza in un video pubblicato sui social: “Una decisione che lascia letteralmente senza parole”. Meloni ha attaccato quella che ha definito una “magistratura politicizzata” e si è chiesta provocatoriamente: “Qual è il compito dei magistrati, far rispettare la legge o premiare chi si vanta di non rispettarla?”.
Reazioni opposte: opposizione e Ong
Dal fronte opposto, fonti parlamentari di minoranza criticano la linea del governo sui soccorsi in mare e sottolineano che il verdetto è fondato su un’interpretazione del diritto.
Sea Watch stessa ha commentato che “il diritto ancora una volta dà ragione alla disobbedienza civile”, sostenendo che le attività di soccorso in mare si basino sul diritto internazionale e sui diritti umani.
Nel frattempo, ieri il Tribunale di Catania aveva deciso di sospendere il fermo amministrativo della nave umanitaria Sea-Watch 5, revocando anche la multa che era stata applicata.
La misura riguardava un intervento di soccorso del 25 gennaio, quando la Sea-Watch 5 aveva salvato 18 migranti, tra cui due bambini, in acque internazionali nella zona SAR libica.
La sanzione, disposta perché, secondo le autorità italiane, l’ong non avrebbe comunicato alle autorità libiche le posizioni di soccorso, cosa che la ong contesta per “continui abusi dei diritti umani” in Libia.
In un comunicato ufficiale Sea Watch annuncia che la nave tornerà presto in mare nel Mediterraneo centrale per riprendere le missioni di salvataggio.
Il contesto storico del provvedimento
La vicenda risale a giugno 2019, quando la Sea-Watch 3, con la comandante Carola Rackete al comando, rimase esposta a lungo al largo di Lampedusa. Rackete fu arrestata e poi prosciolta: il gip di Agrigento dispose l’archiviazione del procedimento penale nel 2021. La nave, trattenuta per mesi. Secondo Sea Watch quel fermo fu illegittimo e comportò costi economici e logistici documentati, ora riconosciuti dal Tribunale di Palermo.
Tensioni politiche e giudiziarie
La sentenza riaccende una lunga disputa che coinvolge politica, magistratura e società civile. Dal mondo politico di maggioranza si leva un coro di sostegno al governo nel contrasto all’immigrazione irregolare.
All’opposizione, invece, si parla di rispetto delle norme internazionali e della funzione autonoma della magistratura. Un ennesimo scontro innestato nella già accesa campagna referendaria sulla riforma della giustizia.
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