L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Editoriale

Senza preferenze sulla scheda gli elettori si sentono spettatori

di Adolfo Spezzaferro -


L’abbiamo scritto più volte, chi governa e hai i numeri per farlo, vara la nuova legge elettorale. È così da tempo, al netto del pianto greco delle opposizioni. Ebbene, il dispositivo di voto che la maggioranza porta in Aula allo stato attuale non prevede le preferenze. Ancora una volta dunque si ripresenta la vexata quaestio: chi dovrebbe scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, i cittadini (ossia gli elettori) o le segreterie di partito? Noi siamo assolutamente convinti che dovrebbero essere gli elettori a poter scrivere sulla scheda il nome di chi vorrebbero che andasse alla Camera e al Senato a fare il bene della nazione. C’è chi sostiene che è una questione di democrazia, in definitiva.

Come non essere d’accordo. I listini bloccati danno quella spiacevole sensazione che i giochi siano già fatti – o così oppure puoi anche non votare. Che poi è questo il cuore del problema: un elettore su due ormai non va più a votare – magari le preferenze sono uno stimolo in più per riportare il cittadino alle urne. Tutti d’accordo sul fatto che la stabilità sia un valore. Idem il premio di governabilità – come viene definito dalla maggioranza -: punta a garantire che chi vince possa governare, senza alterare eccessivamente la rappresentanza. Ma la governabilità non può essere l’unico faro. Senza un rapporto diretto tra eletto ed elettore, il Parlamento rischia di apparire come un’assemblea di nominati. E la distanza tra Palazzo e Paese si allarga. Proprio quello che bisogna evitare a tutti i costi. Le preferenze non sono un dettaglio tecnico – sono un antidoto alla disaffezione.

Consentono di premiare competenza dimostrata sul campo e radicamento sul territorio, di punire i trasformismi, di responsabilizzare chi chiede il voto. Restituiscono centralità ai territori, ridanno voce alle comunità, spezzano l’idea che la carriera politica dipenda più dalla fedeltà interna che dal consenso esterno. A quanto pare sulla questione il governo lascerà libertà alle Aule – il passaggio sarà dirimente. Ecco, chi voterà contro le preferenze dovrà spiegare perché ritiene preferibile che siano altri a decidere i nomi. In gioco c’è l’idea stessa di rappresentanza. In un tempo in cui la fiducia nelle istituzioni è fragile, restituire ai cittadini il potere di scegliere il “proprio” parlamentare non è una concessione, è un investimento. La stabilità rende efficiente il sistema. Le preferenze servono a non far sentire i cittadini elettori come dei meri spettatori.


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