L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



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SENZA ZUCCHERI AGGIUNTI – Anagrafe del dolore

di nicola santini -


Orfano indica chi perde un genitore. Vedovo o vedova chi perde il coniuge. La lingua classifica il dolore quando resta dentro una traiettoria riconoscibile, ordinata. Poi c’è il genitore che perde un figlio. E lì il dizionario si ferma. Perché non c’è nessuna parola capace di contenere l’evento. Non per distrazione, ma per impossibilità.

Perché la perdita di un figlio rovescia il tempo, tradisce la biologia, manda in frantumi l’idea stessa di continuità. È un corto circuito primordiale. La lingua, che ama etichettare per archiviare e semplificare, qui rinuncia. Non trova un contenitore adeguato. E forse fa bene. Dare un nome significa rendere dicibile, quasi gestibile.

Questa perdita invece resta fuori scala, fuori norma. Costringe frasi lunghe, silenzi, a girarci intorno col rischio di farsi comunque male. Quel vuoto lessicale la dice più di qualsiasi definizione. Segna un limite netto tra ciò che la società sa nominare e ciò che preferisce lasciare indicibile. Alcuni dolori non chiedono una parola. E soprattutto ricordano che esistono esperienze talmente innaturali da restare senza nome, come se anche il linguaggio, davanti a certe ferite, decidesse di fermarsi e abbassare lo sguardo. Un segnale preciso. Qui la parola fallisce perché fallire è l’unica reazione onesta. E semplificare con un termine significherebbe normalizzare l’anomalia, renderla statisticamente accettabile. E invece resta un errore irriducibile dell’esistenza. Fine cosi.


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