Serbia-Kosovo, tensione alle stelle. Usa e Ue chiedono de-escalation incondizionata. Mosca sta con Belgrado

Escalation sempre più pericolosa lungo il confine tra Serbia e Kosovo, con Pristina che chiede l’intervento della Nato, Usa e Ue che condannano l’atteggiamento di Belgrado e la Russia che conferma il suo sostegno alla nazione serba. Stati Uniti e Unione europea chiedono una “de-escalation incondizionata” nel nord del Kosovo, dove le tensioni sono in aumento. “Chiediamo a tutti di esercitare la massima moderazione e di agire immediatamente per l’allentamento incondizionato della situazione”, hanno affermato un portavoce del Dipartimento di Stato Usa e un portavoce della Ue in un comunicato stampa congiunto. Hanno inoltre esortato entrambe le parti ad “astenersi da qualunque provocazione, minaccia o intimidazione”. “Stiamo lavorando con il presidente (serbo, ndr) Vucic e il primo ministro (kosovaro, ndr) Kurti per trovare una soluzione politica per allentare le tensioni e ottenere una svolta nell’interesse della stabilità, della sicurezza e del benessere di tutte le popolazioni locali”, si spiega nella dichiarazione. La polveriera dei Balcani potrebbe riesplodere da un momento all’altro, riportando la guerra in casa.
Ieri il Kosovo ha chiuso il suo principale valico di frontiera con la Serbia, dopo che i serbi vi avevano eretto delle barricate, in una delle peggiori crisi degli ultimi anni in questa regione. Diverse centinaia di serbi del Kosovo hanno eretto blocchi stradali dal 10 dicembre nel nord del Kosovo per protestare contro l’arresto di un ex poliziotto serbo, paralizzando il traffico verso due valichi di frontiera con la Serbia. In questi giorni decine di manifestanti hanno anche bloccato il traffico sul lato serbo del confine con camion e trattori. La polizia del Kosovo e le forze di pace internazionali hanno poi subito diversi attacchi con armi da fuoco, mentre la Serbia ha messo in massima allerta le sue forze armate lungo il confine. Come è noto, la Serbia non riconosce l’indipendenza della sua ex provincia meridionale, popolata da albanesi, proclamata nel 2008. Belgrado incoraggia i 120mila serbi del Kosovo a sfidare le autorità locali, in un momento in cui Pristina invece vuole affermare la propria sovranità su tutto il territorio.
A riaccendere la tensione la decisione di imporre le targhe kosovare ai serbi residenti nella regione. A inizio novembre, centinaia di agenti di polizia serbi integrati nella polizia del Kosovo, nonché giudici, pubblici ministeri e altri funzionari pubblici hanno lasciato in massa i loro incarichi, per protestare contro la decisione, ora sospesa dal governo di Pristina, di vietare ai serbi di utilizzare targhe rilasciate dalla Serbia. “I serbi del Kosovo non tollereranno altre persecuzioni. Cercheremo la pace, ma lasciatemi dire che non ci arrenderemo. La Serbia non è un Paese che si può sconfiggere facilmente come lo era ai tempi di Milosevic”. Erano state le parole del presidente serbo Alexandar Vucic.
Anche Berlino esprime forte preoccupazione, Il rafforzamento della presenza militare serba al confine con il Kosovo, afflitto da tensioni, lancia un “pessimo segnale”. È la stima del governo tedesco, che ha denunciato la “retorica nazionalista” di Belgrado. “Siamo molto preoccupati per queste tensioni nel nord del Kosovo, le barricate illegali erette dai serbi del Kosovo devono essere smantellate il prima possibile”, ha dichiarato durante la consueta conferenza stampa il portavoce del ministero degli Esteri tedesco, Christofer Burger.
A complicare il quadro, il rinnovato sostegno della Federazione russa nei confronti di Belgrado. “Abbiamo relazioni molto strette da alleati, storiche e spirituali con la SerbiaW, ha detto ai giornalisti il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aggiungendo che la Russia sta seguendo “molto attentamente quello che sta accadendo (in Kosovo, ndr) e come vengono garantiti i diritti dei serbi”. E, ha sottolineato, “naturalmente, sosteniamo Belgrado nelle azioni che intraprende”. Secondo Peskov, “è naturale che la Serbia difenda i diritti dei serbi che vivono nelle vicinanze in condizioni così difficili e che reagisca duramente quando i loro diritti vengono violati”.
Escalation sempre più pericolosa lungo il confine tra Serbia e Kosovo, con Pristina che chiede l’intervento della Nato, Usa e Ue che condannano l’atteggiamento di Belgrado e la Russia che conferma il suo sostegno alla nazione serba. Stati Uniti e Unione europea chiedono una “de-escalation incondizionata” nel nord del Kosovo, dove le tensioni sono in aumento. “Chiediamo a tutti di esercitare la massima moderazione e di agire immediatamente per l’allentamento incondizionato della situazione”, hanno affermato un portavoce del Dipartimento di Stato Usa e un portavoce della Ue in un comunicato stampa congiunto. Hanno inoltre esortato entrambe le parti ad “astenersi da qualunque provocazione, minaccia o intimidazione”. “Stiamo lavorando con il presidente (serbo, ndr) Vucic e il primo ministro (kosovaro, ndr) Kurti per trovare una soluzione politica per allentare le tensioni e ottenere una svolta nell’interesse della stabilità, della sicurezza e del benessere di tutte le popolazioni locali”, si spiega nella dichiarazione. La polveriera dei Balcani potrebbe riesplodere da un momento all’altro, riportando la guerra in casa.
Ieri il Kosovo ha chiuso il suo principale valico di frontiera con la Serbia, dopo che i serbi vi avevano eretto delle barricate, in una delle peggiori crisi degli ultimi anni in questa regione. Diverse centinaia di serbi del Kosovo hanno eretto blocchi stradali dal 10 dicembre nel nord del Kosovo per protestare contro l’arresto di un ex poliziotto serbo, paralizzando il traffico verso due valichi di frontiera con la Serbia. In questi giorni decine di manifestanti hanno anche bloccato il traffico sul lato serbo del confine con camion e trattori. La polizia del Kosovo e le forze di pace internazionali hanno poi subito diversi attacchi con armi da fuoco, mentre la Serbia ha messo in massima allerta le sue forze armate lungo il confine. Come è noto, la Serbia non riconosce l’indipendenza della sua ex provincia meridionale, popolata da albanesi, proclamata nel 2008. Belgrado incoraggia i 120mila serbi del Kosovo a sfidare le autorità locali, in un momento in cui Pristina invece vuole affermare la propria sovranità su tutto il territorio.
A riaccendere la tensione la decisione di imporre le targhe kosovare ai serbi residenti nella regione. A inizio novembre, centinaia di agenti di polizia serbi integrati nella polizia del Kosovo, nonché giudici, pubblici ministeri e altri funzionari pubblici hanno lasciato in massa i loro incarichi, per protestare contro la decisione, ora sospesa dal governo di Pristina, di vietare ai serbi di utilizzare targhe rilasciate dalla Serbia. “I serbi del Kosovo non tollereranno altre persecuzioni. Cercheremo la pace, ma lasciatemi dire che non ci arrenderemo. La Serbia non è un Paese che si può sconfiggere facilmente come lo era ai tempi di Milosevic”. Erano state le parole del presidente serbo Alexandar Vucic.
Anche Berlino esprime forte preoccupazione, Il rafforzamento della presenza militare serba al confine con il Kosovo, afflitto da tensioni, lancia un “pessimo segnale”. È la stima del governo tedesco, che ha denunciato la “retorica nazionalista” di Belgrado. “Siamo molto preoccupati per queste tensioni nel nord del Kosovo, le barricate illegali erette dai serbi del Kosovo devono essere smantellate il prima possibile”, ha dichiarato durante la consueta conferenza stampa il portavoce del ministero degli Esteri tedesco, Christofer Burger.
A complicare il quadro, il rinnovato sostegno della Federazione russa nei confronti di Belgrado. “Abbiamo relazioni molto strette da alleati, storiche e spirituali con la SerbiaW, ha detto ai giornalisti il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aggiungendo che la Russia sta seguendo “molto attentamente quello che sta accadendo (in Kosovo, ndr) e come vengono garantiti i diritti dei serbi”. E, ha sottolineato, “naturalmente, sosteniamo Belgrado nelle azioni che intraprende”. Secondo Peskov, “è naturale che la Serbia difenda i diritti dei serbi che vivono nelle vicinanze in condizioni così difficili e che reagisca duramente quando i loro diritti vengono violati”.
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