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Sociale

La sfortuna della democrazia: un malcostume tutto italiano

Dove l’opaco diventa complesso , ” da maneggiare con cura “e il trasparente finisce sotto processo

di Andrea Fiore -


In Italia, c’è una strana abitudine: le dittature, appena entrano nel discorso, diventano subito oggetti delicati. Hanno sempre un contesto da rispettare, una storia da considerare, una sensibilità da non urtare. Sembrano quei conoscenti complicati a cui non puoi dire nulla perché “non è il momento” o “non capisci la situazione”.

Le democrazie, invece, hanno la sfortuna di essere disponibili. Parlano, si mostrano, si fanno criticare. E proprio per questo diventano il bersaglio preferito: ogni errore è una colpa, ogni esitazione un tradimento, ogni contraddizione una prova definitiva che “è tutto un magna magna”. La trasparenza, paradossalmente, diventa un difetto di fabbrica.

Mirare al bersaglio grosso

Una specie di uovo di Colombo: siamo indulgenti con ciò che non ci riguarda ed impazienti con ciò che ci tocca da vicino. Una regola non scritta che governa più discussioni di quanto vorremmo ammettere.

Con ciò che è lontano — geograficamente, culturalmente, emotivamente — diventiamo improvvisamente profondi, comprensivi, quasi zen. Le dittature rientrano perfettamente in questa categoria: sono abbastanza distanti da permetterci un’analisi serena, quasi accademica. La complessità diventa uno scudo, un modo elegante per non prendere posizione.

Mentre in quello che ci è vicino, invece, scatta l’impazienza. Le democrazie ci assomigliano troppo, ci coinvolgono troppo, ci chiedono di partecipare. E allora diventano il luogo ideale per sfogare frustrazioni, aspettative e delusioni. Non perché siano peggiori, ma perché sono a portata di mano. È sempre più facile criticare la casa del vicino che quella che intravedi all’orizzonte.

La distanza come alibi

La sfortuna delle democrazie è tutta qui: essere giudicate non per ciò che sono, ma per la distanza a cui si trovano dal nostro raggio d’azione. La fortuna delle dittature, invece, è l’opacità: più sono chiuse, più diventano “complesse”.

La domanda che non suona mai davvero in pubblico, ma sta lì dietro l’angolo in ogni discussione, non è come funzionano i sistemi politici, ma come funzioniamo noi quando decidiamo chi assolvere e chi condannare.

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