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Politica

L’etichetta che non scade

di Alberto Filippi -


Vorrei iniziare questa mia riflessione citando Ennio Flaiano: “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.” A mio parere queste parole rappresentano una grande verità e le rubo qui per farle diventare assioma. In questo Paese esiste una parola magica per vincere qualsiasi dibattito senza la seccatura di doverlo affrontare. La parola è fascista. Pronunciarla è sufficiente: niente contraddittorio, niente prove, niente confronto. Il gioco finisce lì. Peccato che il giudice, quasi sempre, sia anche il querelante e il testimone. La sinistra italiana ed europea ha trasformato questo meccanismo in un’arte: hai perso le elezioni? Il popolo non ha capito. Il risultato democratico non ti piace? Non preoccuparti — c’è sempre una magistratura comprensiva, un rating opportunamente calante o un’Europa provvidenzialmente allarmata, pronti a correggere — nell’interesse supremo della democrazia, s’intende — il clamoroso errore commesso dal popolo bue.

L’Italia offre esempi di scuola. Il presidente della Regione Calabria travolto dall’inchiesta Gratteri, poi uscito completamente assolto — ma il danno politico era fatto e l’etichetta ben incollata. La vicenda ligure, con un tempismo giudiziario più fedele al calendario elettorale che alle esigenze processuali. E, su scala europea, il trattamento riservato a Berlusconi: quando i voti non bastarono a fermarlo, ci pensò il rating, con quella elegante neutralità con cui i mercati finanziari sanno scegliersi un bersaglio preferito.

Eppure quella parola continua a girare come una moneta fuori corso. Il fascismo storico — quello vero, figlio di una guerra che distorceva ogni buon senso e trasformava la realtà in tragedia — si è concluso ottant’anni fa. Usarlo oggi per descrivere chi ha vinto democraticamente un’elezione ha la precisione storica di un’accusa di eresia: suggestivo, ma anacronistico. I veri eredi dello spirito illiberale del Novecento non si trovano dove la vulgata li colloca. Si trovano là dove si ritiene di avere il monopolio della verità, dove chi dissente non sbaglia ma è malvagio, dove la democrazia va rispettata sempre — ma soprattutto quando vince la parte giusta. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale una certa dittatura tramontava. Ma altre, più sottili e abili a mimetizzarsi con le buone intenzioni, prendevano il volo — e avrebbero creato, nel tempo, privazioni di libertà e tragedie a dimensione planetaria.

La vera minaccia alla democrazia non arriva mai sventolando bandiere nere. Arriva in punta di piedi, convinta di fare il bene e profondamente irritata da chi non lo capisce. Arriva quando il dissenso diventa un sintomo e perdere un voto significa trovare il modo di annullarlo. Flaiano aveva ragione. E aveva ragione anche Ignazio Silone, che scrisse la stessa cosa con la stessa lucida amarezza. Peccato che nessuno li abbia ascoltati. O forse sì: li hanno ascoltati benissimo perché il fascismo più efficace è sempre quello che non si riconosce allo specchio.

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